Un piccolo viaggio nei media tra i più significativi tentativi di raccontare il disastro di Chernobyl del 1986

Chernobyl, una nuova serie targata HBO di cinque episodi, è arrivata in Italia solo da qualche giorno dopo aver ricevuto il plauso della critica e un notevole successo di pubblico in tutto il mondo. La produzione mostra le conseguenze e la lotta per il contenimento dell’esplosione del reattore 4 della centrale nucleare attraverso gli occhi della commissione d’inchiesta, incaricata dal Cremlino di scoprirne le cause.

Il tragico disastro del 26 aprile del 1986 ha dato vita a una notevole quantità di opere appartenenti ai media più diversi, dimostrazione di una volontà sempre viva di comprendere e raccontare un evento che ha segnato e segnerà per lungo tempo il nostro pianeta. In questo articolo ne raccogliamo alcune delle più significative.

Chernobyl

Chernobyl – Un grido dal mondo

Chernobyl – Un grido dal mondo è un film per la televisione del 1991 diretto da Anthony Page, conosciuto ai più soprattutto come autore teatrale. Il prodotto appartiene al genere dei docudrama, particolari opere che mescolano il documentario con la finzione. Se da una parte la narrazione si avvale dell’uso di documenti e fotografie e realmente esistenti, dall’altra dà anche ampio spazio alle peripezie del protagonista impersonato da Jon Voight. I contributi maggiori all’autorevolezza della pellicola sono i filmati ripresi dai telegiornali dell’epoca e le riprese in esterna, per la cui realizzazione la troupe si è recata per diversi mesi sul luogo del disastro.

Per quanto riguarda la trama il film si concentra sulle avventure del dottor Robert Gale, specializzato in trapianti di midollo. Il medico giunge nella zona contaminata che circonda Chernobyl spinto dalla solidarietà per le vittime e disposto ad aiutarle, ma viene ripetutamente ostacolato dalla burocrazia sovietica. Il conflitto principale di Chernobyl – Un grido dal mondo è proprio questo: un uomo di buon cuore desideroso di salvare i suoi simili contro il governo di uno stato sterminato, che dà pochissima importanza alla vita dell’individuo e la sacrifica sull’altare dell’integrità.

Il docudrama di Anthony Page si concentra soprattutto sugli effetti dell’esplosione del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl sui comuni cittadini. Sono proprio i contadini delle zone circostanti, gli anziani e gli stessi lavoratori della struttura coloro che hanno pagato e continuano a pagare il prezzo più alto per la catastrofe. La situazione si fa ancora più tragica se si pensa che nel 1991, anno delle riprese, le conseguenze del meltdown sulla popolazione stavano solo cominciando a manifestarsi. Chernobyl – Un grido dal mondo ha ricevuto pareri discordanti dalla critica, che ha accusato la produzione di scarsa obiettività e di eccessiva esaltazione della filantropia statunitense.

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Chernobyl diaries – La mutazione

Chernobyl diaries – La mutazione è un film di Brad Parker del 2012 e si differenzia dalla maggioranza delle opere sul disastro nucleare per il suo essere puramente finalizzato all’intrattenimento. Il lungometraggio è infatti un horror dal sapore classico che non persegue la denuncia delle conseguenze né utilizza un piglio documentaristico. È semplicemente la storia di un gruppo di giovani che si avventurano in un luogo spettrale per il gusto di provare emozioni forti. Il luogo in questione è la città fantasma di Pripyat, che prima della catastrofe contava più di 47.000 abitanti ed era stata costruita proprio per ospitare gli operai della centrale. Ancora oggi l’agglomerato urbano si trova nella Exclusion Zone ed è interdetto agli umani, mentre viene ripopolato a poco a poco da piante e animali.

Come già accennato, Chernobyl diaries – La mutazione è un horror dalle premesse classiche: un gruppo di giovani amici di Los Angeles parte per un tour dell’Europa e, giunto a Kiev, decide di praticare un po’ di turismo estremo a Pripyat. La curiosità che muove i ragazzi si trasforma presto in sgomento e paura quando la città fantasma li accoglie in tutta la sua spettrale bellezza. Non sembra esserci anima viva per le strade, almeno fino all’apparizione di strani esseri mutanti, cavie di esperimenti segreti e animali mostruosi che trasformano l’escursione in un bagno di sangue.

Il punto forte del lungometraggio è il coinvolgimento di chi guarda: la macchina a mano, i primi piani serrati e i movimenti nervosi dell’inquadratura contribuiscono a far sentire lo spettatore parte del gruppo di ragazzi. Le ambientazioni sono dominate dall’oscurità e dal vuoto, il cui silenzio può essere interrotto in qualsiasi momento da qualche mostruosa creatura mutante. La ricostruzione di Pripyat in Serbia, dove il film è stato girato, è molto fedele e ospita anche l’iconica ruota panoramica, oltre agli immensi palazzi disabitati e alle tavole ancora apparecchiate. Chernobyl diaries è un film estremamente semplice ed essenziale, ottimo per una serata di paura con gli amici.

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Il complotto di Chernobyl – The Russian Woodpecker

Il complotto di Chernobyl – The Russian Woodpecker è un’opera audiovisiva composita di Chad Gracia del 2016. Vincitore del Premio della Giuria al Sundance Festival del 2015, il film mischia registri appartenenti a diversi generi. L’inchiesta giornalistica è rappresentata dalle interviste svolte direttamente sul campo, in compagnia degli abitanti delle zone circostanti la centrale. Anche il documentario classico trova il suo spazio nell’ampio uso di immagini e filmati d’archivio risalenti all’epoca del disastro. Il complotto di Chernobyl, infine, è anche la ricostruzione autobiografica della vita di Fedor Alexandrovic, artista toccato in prima persona dalla tragedia durante l’infanzia.

Fedor conduce l’inchiesta e accompagna lo spettatore in quello che sembra un mondo dimenticato popolato da spettri, alla ricerca del colpevole di ciò che lui reputa qualcosa di più di un semplice incidente. L’artista arriva a parlare di genocidio, di strage che nessuno ha cercato davvero di evitare o arginare. L’accusa più pesante ricade sui funzionari dell’URSS presenti sul posto in quei giorni tragici. Il simbolo della negligenza del governo è il Duga, una gigantesca antenna di ferro a due passi dal reattore 4. Doveva essere usato per spiare gli Stati Uniti e intercettare missili a lunga gittata, ma non fu mai messo ufficialmente in funzione. L’unico segnale mai emesso dal Duga è stato il picchio rosso che dà il titolo al documentario, un sussulto a bassa frequenza in concomitanza dell’esplosione della centrale.

Ciò che colpisce di più di Il Complotto di Chernobyl sono i volti degli abitanti intervistati dall’artista, maschere svuotate ma ancora piene di paura e rancore verso un governo che non ha fatto nulla per salvare i loro cari. Le loro parole sono reticenti, come se proteggessero ancora il segreto militare tanto caro all’URSS. Gli occhi delle persone testimoniano come la ferita, anche a distanza di trent’anni, sia aperta e continui a sanguinare, come provano le stesse manifestazioni violente che ancora flagellano Kiev. Fedor Alexandrovic, accompagnatore d’eccezione in questo viaggio, ha visto i suoi nonni detenuti nei gulag e i suoi genitori sparire nell’esplosione del 1986. Oggi riceve minacce per i contenuti di questo film.

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Preghiera per Chernobyl

Preghiera per Chernobyl è uno dei libri d’inchiesta più importanti mai prodotti sul tema, uscito in prima edizione in Italia nel 2002. La sua peculiarità principale è l’approccio unico dell’autrice Svetlana Aleksievic, già apprezzata per numerosi report di guerra. Come specificato dalla stessa reporter il libro cerca di guardare il disastro nucleare da una prospettiva inedita: dall’interno e dal basso. Non le interessa ricercare cause o colpevoli dell’esplosione del reattore 4, non si preoccupa di snocciolare dati che comunque potrebbero essere rintracciati dappertutto. Si limita ad ascoltare la voce dei comuni cittadini che cercano di ricostruire la propria vita nella zona circostante. Aleksievic definisce questo approccio come un atto d’amore, perché l’ascolto è un dispositivo potente e capace di creare forte empatia.

In Preghiera per Chernobyl i protagonisti sono uomini, donne, anziani e bambini che raccontano la propria quotidianità. Le loro testimonianze sono sorprendentemente laconiche, come se la lingua umana non disponesse di parole adatte per descrivere davvero quello che hanno visto e sentito. Gli abitanti di Chernobyl e della zona contaminata nei suoi dintorni si sentono un popolo a parte, completamente slegato da quello che succede e dai modi di vivere del resto dell’umanità. Le persone non si identificano più come russe, ucraine o bielorusse, ma come chernobyliane e non chernobyliane. Questa sensazione diffusa mette a fuoco lo stato di profonda emarginazione e solitudine di un popolo che dovrà lottare senza sosta con le conseguenze del disastro ancora per molto tempo.

L’umanità, come insieme di persone e ancor di più come attributo, è la protagonista di Preghiera per Chernobyl. Agli occhi del resto del mondo, infatti, gli abitanti della zona si sentono solo oggetti ad alto rischio di contaminazione, spogliati del loro essere umani. Non è un segreto, infatti, che i governi di molti Paesi li abbiano trattati esattamente così dopo quel giorno maledetto del 1986. Il libro è anche una riflessione su un linguaggio che sembra essere rimasto indietro, incapace di coniare parole che possano esprimere una catastrofe come quella del reattore 4.

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Bugie nucleari

Bugie nucleari si colloca nel novero delle inchieste militanti, volte a scoprire ed esporre al grande pubblico verità rimaste nascoste per lungo tempo. Il libro di Silvia Pochettino, pubblicato nel 2008, mette insieme le caratteristiche dei classici volumi d’inchiesta con il racconto della vita di singole personalità importanti. I dati che l’opera porta alla luce sono molto rilevanti, soprattutto se si pensa che la propaganda nucleare sovietica ha tentato di nasconderli per decenni. Nemmeno la Glasnost, la politica di trasparenza promulgata da Gorbachev, riuscì a renderli pubblici.

Bugie nucleari è costruito sulle storie di due personaggi principali che si sviluppano di pari passo con l’alternarsi dei capitoli. Il primo è Vasilji Nesterenko, uno dei più famosi e stimati scienziati nucleari dell’URSS, che nelle ore immediatamente dopo l’esplosione della centrale cerca di comunicare la vera entità del disastro. Ignorato dalle autorità, rischia la vita ogni giorno per le radiazioni e le divergenze con il governo bielorusso fino al 2008, quando fugge. Il suo tentativo di pubblicare alcune lettere gli vale una minaccia di morte e un incidente da cui si salva per miracolo. L’altro protagonista è Yuri Bandazhevski, un medico che nel 1990 viene incaricato di aprire una sede universitaria a Gomel, in piena zona contaminata. Sua moglie Gomina è la prima a collegare l’incremento anomalo di malattie cardiache nei bambini con l’esposizione al cesio 137 originato dall’esplosione.

Al centro dell’opera ci sono i numerosi tentativi del governo di insabbiare la tragedia di Chernobyl e le conseguenze che ancora oggi ha su tutta l’Europa. Basti pensare alla miriade di dati discordanti sull’incidente dell’aprile 1986, che differiscono anche di molto a seconda della fonte. L’idea che i governi diano pochissimo valore alla vita umana infesta anche questo libro, come molte altre opere all’interno di questo articolo.

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Il ciclista di Chernobyl 

Il ciclista di Chernobyl, scritto da Javier Sebastian e pubblicato in Italia nel 2011, appartiene al filone delle storie di finzione liberamente ispirate a fatti realmente accaduti. Come in Bugie Nucleari, infatti, il protagonista del libro è Vasilji Nesterenko, lo scienziato che tentò di rendere pubblica la verità sul disastro della centrale. All’interno dell’opera documenti e situazioni reali si intrecciano con una vicenda fittizia che vede l’esperto del nucleare tornare dal suo esilio ai luoghi della catastrofe.

Vasilji Nesterenko fa parte della primissima squadra incaricata di spegnere l’incendio del reattore 4 della centrale di Chernobyl poche ore dopo l’esplosione, ma la vicenda narrata nel libro prende il via molto tempo dopo. Lo scienziato si trova a Parigi, in esilio volontario dopo le molteplici minacce di morte ricevute in Ucraina e Bielorussia. Vive nella povertà e nell’anonimato, dilaniato da un grande rimpianto per la sorte degli abitanti della terra che non è riuscito a salvare. Il suo unico mezzo di locomozione è la bicicletta, con la quale torna a Pripyat per rifugiarsi nei pressi di un autoscontro abbandonato. Qui trova una comunità segnata dalla tragedia ma anche piena di vita e speranza, formata da persone che non hanno un altro posto dove andare: saccheggiatori, disertori della guerra in Cecenia, cani randagi.

Il ciclista di Chernobyl è una storia di rimpianto e rabbia, di ricerca della verità e di profonda umanità. Vasilji trova il suo posto nel mondo proprio nella comunità di Pripyat, decisa a resistere e tenere vivo il ricordo del disastro. La solidarietà è il valore che unisce i componenti del piccolo gruppo e infonde, nonostante tutto, speranza nel futuro. I chernobyliani sono individui incapaci di lasciare la propria terra, disposti a rischiare la vita per ricostruire a poco a poco l’unico luogo che possono chiamare casa.

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S. T. A. L. K. E. R. – Shadow of Chernobyl (Link)

S. T. A. L. K. E. R. – Shadow of Chernobyl è un videogame del 2007 sviluppato dalla software house ucraina GSC Game World per PC. Il gioco è stato un esperimento audace per i suoi tempi, mischiando tra loro due generi importanti e diffusi come il gioco di ruolo e lo sparatutto in prima persona. Dal classico FPS (first person shooter) eredita la visuale in prima persona, le armi realmente esistenti e il sistema di puntamento; mentre la componente RPG (role playing game) è rappresentata da libertà di movimento, peso fisso dell’inventario, importanza della trama, dialoghi a scelta multipla e diversi finali. S. T. A. L. K. E. R. è ambientato nella Exclusion Zone di Chernobyl, in un raggio di 30km dalla centrale.

Nella timeline fittizia del gioco la centrale di Chernobyl esplode una seconda volta nel 2006, rendendo la situazione nella ancora più critica. Il perimetro della zona circostante è sorvegliato da cordoni militari armati, ma popolato dagli S. T. A. L. K. E. R., sigla che sta per Scavengers, Trespassers, Adventurers, Loners, Killers, Explorers, Robbers (Sciacalli, Trasgressori, Avventurieri, Solitari, Assassini, Esploratori, Rapinatori). Questi individui si dividono in numerose fazioni e si muovono tra le minacce del luogo per recuperare bottini da vendere all’esterno. La Exclusion Zone è piena di pericoli come fuochi perpetui, scariche elettriche che si generano dal nulla, sbalzi di gravità, animali e persone orrendamente mutate.

Il protagonista del gioco è il Marchiato, che si risveglia nel 2012 dopo un incidente che gli ha causato una perdita di memoria. L’unico indizio sul suo passato è un biglietto con su scritto l’ordine di uccidere un certo Strelok. Il Marchiato decide così di allearsi con il trafficante Sidorovich e di svolgere per lui alcune missioni in cambio di informazioni. Diventerà forte ed esperto finché scoprirà di dover cercare Strelok al centro della zona contaminata, dove sopravvivono solo i più duri e coraggiosi S. T. A. L. K. E. R.

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The Chernobyl VR Project

The Chernobyl VR Project, sviluppato dalla software house The Farm 51, è qualcosa che si discosta dal concetto di videogioco a cui siamo abituati. Pubblicato nel 2017 per PC e PlayStation 4, il prodotto assomiglia di più a un documentario interattivo della durata di due ore, che sfrutta appieno le potenzialità della realtà virtuale per catapultare il fruitore nei luoghi del disastro. È infatti possibile visitare le location più iconiche della città fantasma di Pripyat e lo stesso reattore 4 della centrale, ricreati alla perfezione grazie a rendering 3D molto dettagliati.

L’esperienza è una sorta di mosaico interattivo dove selezionare liberamente la destinazione della visita. Una volta arrivati sul luogo è possibile toccare ed esplorare le stanze vuote dei palazzi, la ruota panoramica o gli interni della centrale. Una guida in carne e ossa è presente per spiegare nel dettaglio ciò che si vede su schermo, arricchito ulteriormente da interviste appositamente realizzate e testimonianze degli abitanti.

In The Chernobyl VR Project la componente ludica è ridotta al minimo, per non dire del tutto assente: il movimento del giocatore si limita al teletrasporto tra punti della mappa e i video non possono essere riprodotti a piacimento. Il progetto conserva comunque un suo fascino e una sua importanza, mostrando le potenzialità del VR nel campo dell’educazione. La realtà virtuale potrebbe rendere più unici e immersivi i documentari di domani, aggiungendo il divertimento all’istruzione.

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Radioactive forever. A comicstrip essay

Radioactive forever. A comicstrip essay è un interessante esperimento espositivo che fa propri gli elementi tipici del fumetto e del saggio. Realizzato da Kai Pfeiffer nel 2008, è disponibile per la lettura e il download gratuito sul sito di Electrocomics. Come da titolo l’opera è soprattutto un saggio, che si preoccupa di snocciolare i dati del disastro di Chernobyl sin nei minimi particolari. La narrazione a fumetti dà al testo quel qualcosa in più per stampare nella memoria del lettore le immagini della tragedia. Il tratto fine ed essenziale di Pfeiffer non nasconde nemmeno i dettagli più macabri come il procedimento di sepoltura dei pompieri, i primi che salirono sul reattore 4 senza alcun tipo di protezione contro le radiazioni. I tumori provocati dall’esplosione nei bambini trovano ampio spazio e sono illustrati con il massimo realismo. L’uso delle cifre ricalca l’intento dell’opera di sottolineare la gravità della catastrofe anche in ottica futura: Pripyat, per esempio, rimarrà inabitabile per 48.000 anni.

Radioactive forever sfrutta il registro del fumetto per raccontare in breve la storia del nucleare, paragonandolo a un ragazzino supereroe chiamato Nuclear Boy. All’inizio l’idea della nuova fonte di energia è considerata il futuro, sinonimo di pulizia e potere. La bomba su Hiroshima, però, apre gli occhi dell’opinione pubblica, che comincia a vederne anche i lati negativi e pericolosi. Nell’ultimo segmento della storia la lobby del nucleare cresce in potenza e influenza e minaccia le voci contrarie. Il messaggio intimidatorio verso Holger Strohm, ironicamente, viene pubblicato a mezzo stampa proprio il 26 aprile 1986, giorno del disastro di Chernobyl. Il Nuclear Boy, nel frattempo, è presente in tutte le vignette. Il suo viso si corrode sempre più così come il sistema che sta dietro all’energia nucleare, sino a diventare una terrificante maschera liquefatta.

L’ultima parte di Radioactive forever è dedicata alla denuncia della situazione odierna. Da Chernobyl in poi non si sono più verificate catastrofi su larga scala, ma ancora oggi sono migliaia le persone che muoiono per le conseguenze delle radiazioni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha truccato i report e su reti internazionali come la BBC esistono trasmissioni pro nucleare. La maggior parte dei rifiuti tossici viene scaricata nel lago Karachi, nella Siberia Occidentale, nel silenzio generale. Mentre l’attenzione pubblica viene catalizzata da altro, la lobby del nucleare sta continuando a uccidere il pianeta un barile alla volta.

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Chernobyl. La zona

Chernobyl. La zona è una graphic novel nata dalla collaborazione di due artisti spagnoli: Francisco Sanchez si è occupato della sceneggiatura, mentre Natacha Bustos ha provveduto a dare un volto ai personaggi con i suoi disegni. Il fumetto, pubblicato in Italia nel 2016, esplora le conseguenze del disastro di Chernobyl attraverso il punto di vista degli abitanti della zona. L’interessante espediente narrativo utilizzato è quello delle tre generazioni: una coppia di anziani, una giovane coppia e i loro figli e i figli ormai cresciuti raccontano il prima, il durante e il dopo della catastrofe.

La graphic novel inizia con la triste vicenda di Leonid e Galia, la cui tranquilla esistenza nella piccola dimora di Pripyat viene sconvolta dalla notizia dell’esplosione del reattore 4. Lo sgombero immediato della casa li costringe a lasciare praticamente tutto, portandosi via lo stretto indispensabile. La separazione dall’abitazione è però breve: senza un altro posto dove andare, i due anziani tornano a Pripyat e vivono stoicamente, nonostante le numerose minacce, nell’unico posto che possono chiamare casa.

L’obiettivo si sposta poi su Vladimir e Anna, giovani genitori dei piccoli Yuri e Tatiana. All’interno di questo arco narrativo si consumano i fatti più crudi dell’intero fumetto come l’arrivo dei liquidatori, l’ordine di abbandonare l’abitazione e l’abbattimento forzato degli animali domestici. La situazione è aggravata anche dal fatto che Vladimir sia un lavoratore della centrale.

L’ultima storia si sposta in avanti di parecchi anni. Yuri e Tatiana, cresciuti molto lontano, tornano nella loro Pripyat, ormai ridotta a una città fantasma.

L’elemento dell’opera che colpisce di più il lettore è l’assordante silenzio che domina le tavole di Natacha Bustos. Le vignette sono infatti popolate da pochissimi balloon. Bastano le immagini per descrivere la situazione disperata degli abitanti di Pripyat: con l’esplosione del reattore 4 hanno perso, in un solo colpo, casa e futuro.

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