Il lego che non capisco ma che ho imparato ad amare

Anche questo mese inizierò la mia column tornando indietro alla mia infanzia, nel 1830, quando… ehi, no, un momento. Voi non sapete che in quanto facente parte della stirpe di Bagurdhur sono in vita già da 200 anni e che probabilmente ne vivrò altri 100. Vabbé, tanto ormai era inutile nasconderlo. Dove ero rimasto? Ah, sì, alla mia infanzia. Chiaramente mi riferisco a quella che voi immaginate che sia la mia infanzia, ovvero gli anni ’80 del XX secolo.

In quel periodo, nel mondo dei bambini “over 36 mesi”, era in corso una spietata guerra: quella della fazione degli amanti della LEGO, contro quelli della fazione degli amanti dei Playmobil. La guerra si protrasse per molti anni, finché (all’inizio degli anni ’90), entrambe le aziende non entrarono in crisi. In seguito la danese Lego si riprese grazie a una serie di strategie commerciali intelligenti, e adesso prospera alla grandissima, mentre la Playmobil… boh, che fine hanno fatto quelli della Playmobil? Ogni tanto ne vedo ancora qualche scatola nei negozi di giocattoli, segno che la casa è in vita, ma non sono aggiornato su quanto se la passino bene. Da amante Lego e facente parte della fazione loro nemica nel periodo della guerra, dovrei rallegrarmi. E invece no. Un po’ come tutti i reduci, quando una guerra finisce, si inizia ad apprezzare finalmente la pace, la serenità, cose come l’amore e l’amicizia e i cuoricini su Whatsapp. Quindi auguro anche a loro di prosperare ed essere felici.

Ma durante la guerra non l’avrei mai fatto. C’era la guerra, poffarbacco! Il playmobil, per me, era il nemico. E sapete qual era la caratteristica che disprezzavamo di più (noi amanti del lego), tra quelle del nemico? La mancanza di libertà creativa che si poteva godere costruendo con i mattoncini lego, rispetto a montare un set playmobil. I set playmobil infatti venivano comprati, assemblati seguendo le istruzioni, e poi erano pronti per giocarci. Non potevi costruire altro se non quello per il quale il set era stato progettato, e non aveva senso smontarli di nuovo perché con quei pezzi non potevi inventare nuove cose: erano i pezzi del castello o della nave o del camion dei pompieri playmobil che avevi acquistato, potevi solo assemblare il castello, o la nave, o il camion dei pompieri e… basta. Certo poi potevi giocarci, ma il playmobil non permetteva a noi bambini di smontare subito quello che si era appena costruito per inventarsi un’altro giocattolo, usando gli stessi pezzi, lavorando di fantasia e di ingegneria, creando in senso stretto il proprio gioco.

Tant’è che io, da bambino, conservavo tutti i miei set lego smontati, in singoli pezzettini, e infilati in un cassetto. Successivamente finirono in un bidone di latta, e infine in una scatola rossa colma di pezzi. Quando volevo giocare con il lego prendevo la scatola, tiravo fuori manciate di pezzi, e iniziavo a costruire. Finito di giocare, distruggevo qualsiasi cosa avessi creato, e gettavo di nuovo tutti i pezzi nella scatola.

Il gioco era costruire e distruggere, poi costruire di nuovo. Il tutto inframezzato da qualche minuto di contemplazione dell’opera incredibile che avevo generato a partire da quei piccoli mattoncini.

Passano gli anni. La guerra finisce. La crisi delle costruzioni. La Lego si riprende alla grande, e dopo il 2000 acquista marchi famosi per fare versioni lego di modelli di veicoli, edifici ed eroi che appaiono in film, serie animate, fumetti. Sfrutta internet e le nuove possibilità dell’elettronica per lanciare software di costruzione, app, store online. Arriva persino a produrre videogiochi e film di animazione con protagonisti i mattoncini lego, spesso declinati attraverso i marchi di cui ha acquistato i diritti. Sì, nasce anche quella merda super-sessista della linea Friends o quell’altra chiamata Elves (entrambe sfanculano alla grande il proposito che i mattoncini lego siano un gioco che va oltre il genere dell’acquirente), ma li perdòno per questo: faccio finta che non esistano sperando che nessuno le compri e che scompaiano in un buco nero assieme a chiunque le abbia inventate. Nel frattempo, e arriviamo a oggi, aprono i Lego Store un po’ ovunque.

Qualche mese fa, sono entrato in un Lego Store a Berlino. Qualche mese dopo, ne aveva aperto uno anche a Torino. La prima cosa che mi è saltata all’occhio è il cambiamento che c’è stato nell’offerta dei prodotti, il modo diverso di vendere le costruzioni ai bambini di oggi, il messaggio, come si è evoluto “il senso” di un set lego. La riflessione si rivolge a tutti quei set (stupendi, bellissimi) che propongono all’acquirente non più di essere creativo, ma semplicemente di seguire le istruzioni, assemblare il modello proposto e poi magari metterlo in vetrina, esporlo, oppure giocarci. Il Millennium Falcon, l’automobile di Batman, il furgoncino Volkswagen, i set da esperti che propongono la costruzione dettagliata di edifici incredibilmente dettagliati ai quali, poi, una volta costruiti, va trovato un posto da qualche parte, magari in una vetrina, così non prendono polvere. Si tratta esattamente della proposta che, durante la guerra, aveva decretato la perdita della Playmobil nei confronti della Lego.

column narratore esterno marzo 2018

Non voglio esasperare questa deriva: in fondo esistono ancora i set della serie City, Spazio, o la linea Creator, che restano fedeli all’idea originale del mattoncino lego, quello pluripotenziale, quello che può divenire qualunque cosa. Tuttavia mi chiedo quante delle persone che oggigiorno dicono di amare la Lego e che comprano i suoi set, non siano solamente dei collezionisti di costosi puzzle 3D realizzati con i mattoncini che noi, che abbiamo fatto la guerra, teniamo ancora rinchiusi in grosse scatole negli armadi, pronte a divenire qualsiasi cosa.

A cura di Luigi Bigio Cecchi

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