Sex, Success, Shame. Tre S, in un’accezione rivisitata, rappresentano il fil rouge tra l’uomo di successo e le sue estreme perversioni sessuali, i sentimenti e le sensazioni di vergogna, in un’allitterazione sibilante che striscia come il turbamento del protagonista.
Shame, pellicola del 2011, al momento dell’uscita, e soprattutto durante la presentazione al Festival di Venezia di quell’anno, fu accolta con successo da buona parte della critica.

La straordinaria regia di Steve McQueen giganteggia da subito, avvolgendo tutta l’opera, quasi oscurandola per via della maestosità di un regista monumentale, che solo due anni dopo avrebbe posato le sue mani sull’Oscar grazie a 12 anni schiavo.
Il suo occhio sembra non staccarsi mai dall’obiettivo, non lascia mai sola una sceneggiatura comunque coinvolgente pur nella sua complessità.
Complessità, ancora una volta, elargita dal regista britannico, che entra con prepotenza ma elegantemente nella sovrastruttura emotiva del film e nella sfera emozionale degli attori. Lo fa con abilità, grazie a lunghi primi piani e serrati dialoghi, che oltre a tenere sempre in allerta lo spettatore, evidenziano il chiaro scopo introspettivo del cineasta.

McQueen non lascia nulla al caso, ed in alcuni momenti si mette a giocare con la telecamera e con noi, facendoci avvicinare allo schermo così tanto da farci immedesimare in un racconto convulso. Ma è un piacere assistere a simili tecnicismi.

L’audacia di McQueen è da applausi, al pari della sua insistenza nel soffermarsi più del dovuto su particolari che chiunque altro avrebbe omesso. A lui non solo possiamo perdonarlo, ma ci piace.
La fotografia poi è assolutamente adeguata alle sensazioni che quest’opera suscita, e i colori scuri ma dalla tonalità densa fortificano la percezione nauseante che il regista vuole trasmettere.

A facilitargli il compito c’è un immenso Fassbender, il cui volto è la maschera di una vita in balia degli impulsi. A volte ride, piange, urla, si lamenta, ma in assenza di tutto questo la sua espressione è magnificamente ambigua.
Eccezionale anche Carey Mulligan, sempre autentica nella manifestazione del disagio e del dolore, sempre impeccabile in ruoli come questo. È la perfetta sorella di Fassbender: la sua interpretazione è forte, ma la personalità si adegua a quella del fratello, aiutandolo nel mettere in atto una grandissima performance.


Il regista ci lascia un po’ sospesi, non volendo infine svelarci se quella vergogna che campeggia con violenza nel titolo, è realmente radicata nell’animo del protagonista o se sia la maniera più adatta per purificarne l’anima, per scacciare definitivamente tutte le sue paranoie, le sue perversioni.
Quello che è certo invece è che vergogna è un termine che Steve McQueen non deve conoscere assolutamente, dimostrando un’audacia senza pari, manifestata persino da un nome da assoluto predestinato.

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