Dark Souls 3 Anteprima: Only Embers Remain

It’s all about the curse… e forse la serie “Souls” si riassume proprio in questa criptica frase. Un ciclo senza fine. Un viaggio verso il vuoto, quello interiore e che non lascia scampo. Una maledizione videoludica che ci avvinghia con artigli di ghiaccio e non ci lascia andare. I Souls Game sono proprio questo, un viaggio lento, quasi uno stillicidio, attraverso tutto quello che pensiamo del medium videoludico e di noi stessi in quanto giocatori. E chissà che noi appassionati non siamo realmente maledetti, ma anche se fosse, va bene così, ed è per questo che attendiamo con ansia Dark Soul 3, terzo capitolo della serie “principale”, senza ovviamente dimenticare quelle due perle di Demon’s Soul e Bloodborne.

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Very good, very good indeed.

Quasi inaspettatamente all’E3 2015, Miyazaki e From Software annunciano Dark Souls 3. Un breve trailer ci mostra leggermente l’ambientazione, ci seduce e fa vacillare le nostre menti con qualche accenno a una lore che in più di qualche punto potrebbe ricollegarsi ai passati capitoli, soprattutto al primo Dark Souls. E noi siamo stati lì, a guardare, frementi di gioia e allo stesso tempo impauriti per gli orrori che coraggiosamente dovremmo affrontare. Ci ritroviamo a Lodeleth, un regno immerso in una decadente atmosfera fantasy. Siamo lontani dall’incubo dalle tinte lovecraftiane di Bloodborne, eppure questo vaneggiamento, triste e desolato, ci piace. Lodeleth è spenta, morta, tutto giace sotto uno strato di cenere.

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I castelli diroccati, le strade distrutte, un eterno tramonto sullo sfondo; tutto ci racconta cripticamente i fasti di un regno ormai dimenticato… vuoto. Mr. Miyazaki ancora una volta ci afferra per mano e ci accompagna nella sua persona visione, lasciandoci passeggiare in questo maestoso regno che ormai è poco più di un pallido ricordo di se stesso. Una narrazione muta, che trascende il semplice linguaggio e parla attraverso la vacuità di questi luoghi bellissimi. I richiami ai precedenti capitoli si fanno sentire, Lodeleth ricorda Anor Londo e il Lord of Cinder, visto alla fine del trailer, ci ricorda un altro Lord delle Ceneri, un certo Lord Gwyn
Cosa vuoi dirci Miyazaki? Che nemmeno i Lord scappano dalla maledizione? O forse ci ritroviamo in un’altra epoca, passata o futura che sia, perché del resto il tempo a Lordran è distorto? Le teorie fioccano, e noi ci immergiamo con parossistica eccitazione nei meandri più reconditi della mente di Miyazaki, cercando di capire cosa ci aspetta da questa prossima iterazione. E mentre aspettiamo, il Segno Oscuro impresso nel nostro spirito videoludico inizia a pulsare più che mai.

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Vedo il mondo dietro uno scudo.

Svuotato dall’estatica frenesia della caccia, Dark Souls 3 fa un passo indietro e torna alle sue origini fantasy-medioevali. Imbracciamo di nuovo il nostro scudo di fiducia, facciamo un bel respiro e ci avviamo verso morte certa, felici di sapere che la serie Souls non ha dimenticato i suoi stilemi. Eppure non bisogna guardare lontano per trovare delle tracce di Bloodborne, delle piccole – ma importantissime – contaminazioni che rendono questo nuovo capitolo sì “classico” ma al tempo stesso “moderno”. Il ritmo di gioco è una via di mezzo tra il lento tatticismo della serie principale e l’adrenalinica velocità dell’esclusiva Sony. Dark Souls 3 ci è parso avere un ritmo di gioco tutto suo, qualcosa cui bisognerà abituarsi in fretta, soprattutto per chi negli anni ha maturato un’esperienza tale da conoscere il gioco frame per frame. Le battaglie però, al di là della velocità, seguiranno l’impostazione classica tanto cara ai fan. Scudo ben alzato, roll veloci ma non così preponderanti, attaccare senza essere troppo avidi e strategica ritirata quando le cose si mettono male. Tutto facile, se non fosse per il fatto che i nemici sono in grado di spezzare le nostre difese (e la nostra autostima) in men che non si dica, del resto è anche per questo che amiamo la serie.

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Ovviamente Miyazaki non si è dimenticato di inserire qualche novità succosa. Prendendo quanto di buono fatto con i moveset di Bloodborne, Dark Souls 3 ricalca l’impostazione tipica della serie impreziosendola con una meccanica chiamata “Ready Stance” una speciale postura che aggiunge moveset speciali a quelli base. Ecco che tra una impugnare un’arma a una mano o a due mani, colpi lenti e veloci, arrivano anche uppercut e colpi a rotazione capaci di colpire più nemici contemporaneamente. La “Ready Stance” attivabile col dorsale sinistro, sostituisce a conti fatti la possibilità di “switchare” l’arma vista in Bloodborne, ma in maniera più immediata ed efficace (seppur meno spettacolare). Largo spazio ai moveset e al combattimento, Dark Souls 3 punta molto sulla varietà e sull’interazione ambientale. L’intero scenario di gioco diventa il nostro playground (nonché parte integrante della difficoltà), permettendoci di sfruttare trappole, bombe e oggetti da incendiare a nostro vantaggio o a nostro svantaggio a seconda delle occasioni. Come da programma, il level design è sempre mastodontico, studiato in una maniera così certosina da risultare quasi patologico; per quel che si è potuto vedere Lodeleth è un labirintico castello che si piega e ripiega su stesso, sfoggiando una coerenza architettonica incredibile, figlio di un lavoro intelligente e mai approssimativo, nel segno del rispetto che Miyazaki ha per il proprio lavoro e per i propri fan.
Tutto il resto purtroppo è ancora immerso nell’ombra, sappiamo che ci saranno delle novità per la gestione delle magie e del New Game+, sappiamo che backstab e parry sono come nei i precedenti capitoli, con piccolissime differenze sulle tempistiche. Insomma si prospetta un Dark Souls che rimane fedelissimo alle sue origini strizzando anche l’occhio a  Bloodborne.

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