Ferro, fiamme e poesia.

Se i miti della Grecia e dell’antica Roma ci sono familiari, appaiono forse meno vicini alla nostra mente quelli del gelido nord, in quei luoghi fatti di fiordi profondi e foreste di alberi che spiccano verso il cielo, simili a silenziose sentinelle che osservano i viandanti che si perdono sotto alle loro fronde.

Luoghi dove i giorni sono brevi duranti gli inverni, dove le estati sembrano durare ancora meno per la loro incapacità di scaldare le ossa e il cuore delle genti nonostante il sole cerchi di stringere a sé quelle terre il più a lungo possibile.

Eppure sono anche luoghi che, negli ultimi anni, complice un ritrovato interesse nella cultura popolare, abbiamo imparato a conoscere un po’ meglio. Forse.

Purtroppo è sempre limitato quanto ci viene trasmesso dalla televisione, dal cinema, dai fumetti e oggi, grazie all’avventura che molti di noi stanno condividendo in Midgard (vi invitiamo a leggere la nostra fantastica recensione di God of War) sui videogiochi. Non potremo mai dire di conoscere a sufficienza quei miti che ci sono stati trasmessi dopo aver subito una rielaborazione per un bene di consumo.

Cerchiamo quindi di addentrarci un po’ nella storia delle divinità nordiche, della loro storia, della loro nascita e, contrariamente a molti altri miti, della loro fine. Andiamo verso nord.

Vita e Morte.

Prima di parlare nei dettagli delle divinità che compongono il Pantheon di Asgard dobbiamo fare conoscenza di qualche concetto fondamentale per i miti norreni.

Come accade in ogni tradizione mitologica, non ci troviamo di fronte a una serie di culti omogenei, ma a tantissime manifestazioni di devozione che, nel corso dei secoli, si sono incontrate, fuse e sovrascritte, fino a giungere a noi nel modo in cui le abbiamo conosciute.

Le tribù scandinave e germaniche avevano ognuna miti e tradizioni differenti che sono venute a incontrarsi spesso in maniera traumatica. L’effetto, nella stesura dei miti, è quello di vedere singole divinità con caratteristiche e sfere d’influenza molto diverse, alle volte con miti profondamente divergenti. Loki è un astuto aiutante di Odino o un malevolo ingannatore e spergiuro? O forse è entrambe le cose? O, ancora, è possibile vedere dei con caratteristiche simili, seppure diverse. Il dio della poesia è Odino o Bragi? La risposta è entrambi.

Il perché è presto detto: la sconfitta di un popolo comportava anche la caduta della sua divinità. I suoi altari venivano ribaltati e i suoi culti, nel migliore dei casi, assorbiti. La tradizione è comune quasi a tutte le religioni antiche: pensiamo alla Titanomachia e alla Gigantomachia, che altro non fu se non la lotta degli Olimpici contro due schiere di divinità antiche, i Titani e i Giganti, retaggio di culti passati soppiantati dai nuovi popoli greci con le loro nuove divinità.

Può essere utile, per meglio comprendere questo aspetto, pensare alla mitologia dei Forgotten Realms di D&D, che così tanto ha preso dalla tradizione nordica. Quando una divinità uccide un altro dio, ne ottiene i poteri e diviene il patrono dei suoi domini.

Questo accadeva anche nel gelido nord e nelle foreste germaniche: una tribù sconfitta vedeva il proprio dio sottomesso a quello di un’altra tribù, assorbendone le caratteristiche; oppure, in alcuni casi, la divinità entrava a far parte del pantheon dei vincitori, mantenendo la propria sfera d’influenza e la propria posizione, seppure in maniera differente rispetto a chi era già in possesso di quel dominio.

Nella mitologia norrena potremmo vedere come un’epitome di questo affascinante aspetto del mito la lunga e sanguinosa lotta tra gli Æsir e i Vanir, conclusasi con un accordo tra la due parti che portò a un’unione “forzata” delle due schiere divine.

Con questa premessa bene nella mente, forse possiamo davvero iniziare a conoscere le divinità di Asgard.

Odino

Per parlare degli déi del nord non si può non iniziare dal Padre del Tutto, Odino, la divinità che siede sul trono di Asgard e che guida la schiera degli immortali e del genere umano. Il mito di Odino sembra avere radici in Danimarca, intorno al secolo IV d.C., anche se è molto probabile che una divinità con caratteristiche simili esistesse già tra il secolo I e II.

Nella Germania lo storico latino Tacito parla di Mercurio come una delle divinità principali di quei  popoli, e gli storici sono oggi concordi nel vedervi associata la figura di Odino. Sarebbe interessante notare come due secoli prima di Tacito è il condottiero romano Giulo Cesare a parlare delle divinità celtiche e nell’inserire nella stessa posizione Mercurio (anche se è probabile che fosse associato al dio Lug). Questo porrebbe le basi di culto di Odino già attestato a prima del secolo I a.C.

Può sembrare strano che i due illustri scrittori romani abbiano creato questa crasi tra Odino e il messaggero degli dei dell’Olimpo, eppure essa può trovare una risposta se si pensa al grandissimo numero di aree di influenza condiviso dalle due divinità. Odino era un dio della vita e della morte al pari dell’Ermes greco, che come lui fungeva da psicopompo per alcune particolari categoria di defunti. Era un dio poeta, mago, saggio e guerriero, che incarnava in sé tutti gli ideali a cui gli uomini del nord dovevano ambire.

Nato da Borr e dalla gigantessa Betsla, il mito di Odino è una delle raccolte più ricche di aneddoti e di avventure. Sono innumerevoli le saghe che vedono Odino come protagonista solitario, in una lunga ricerca della conoscenza che conduce il dio a peregrinare in giro per il mondo degli uomini, mondo che lui stesso contribuì a creare dai resti del gigante Ymir insieme ai suoi fratelli. La divinità era solita presentarsi sotto le spoglie di un vecchio viandante, stanco per il lungo peregrinare, che talvolta proponeva sfide e indovinelli al proprio padrone di casa. A questo aspetto si lega il tema della sacralità dell’ospite, riverito anche nel dubbio che potesse trattarsi del dio sotto mentite spoglie.

Di Odino si narra come ottenne di bere l’idromele della poesia creato dal sangue di Kvasir, ingannando i nani Fjalarr e Galarr; di come si fece legare al tronco di Yggdrasìl, l’Albero dei Mondi, per riuscire a ottenere la conoscenza delle rune; di come abbia intrapreso un viaggio fino alle radici dell’albero del mondo per conoscere il fato ultimi degli déi nel giorno del Ragnarok; del sacrificio di un occhio per poter bere alla Mímisbrunnr, la fonte della conoscenza custodita da Mimir, il cui capo mozzo rimane al fianco di Odino per ottenere consiglio in momenti di crisi.

Ma Odino era anche una divinità guerriera: a lui si rivolgevano i soldati in qualità di dio della guerra per ottenere la supremazia sul campo di battaglia: egli era infatti noto anche come Padre della Vittoria, e si narra che scegliesse personalmente i caduti più valorosi per farli sedere, facendo raccogliere i loro spiriti dalle Valchirie al momento della morte, accogliendoli alla sua tavola nel Valalla, facendoli entrare nella schiera degli Einherjar, gli eroi che lo avrebbero affiancato il giorno del Ragnarok. Il padre degli dei cavalcava un destriero grigio con otto zampe, Sleipnir, percorrendo il campo di battaglia armato della sua lancia, Gugnir. Odino era il dio del furore guerriero: non a caso i suoi protetti erano i Berseker, gli uomini orso che combattevano in uno stato di furore; ulteriore conferma si ha dal suo nome germanico “Wotan” e da quello anglosassone “Woden”, molto vicini alla parola “Voden”, il furore guerriero.

La sua fine, come quella di molti altre divinità di Asgard, giungerà nel dì del Ragnarok, quando verrà divorato dalle fauci del terribile lupo Fenrir. Fino a quel giorno, per tutti gli uomini del nord, Odino sedeva sul suo trono nel Valalla, mandando per il mondo i suoi corvi, Hugin e Munin, per ottenere da loro informazioni e conoscere tutto ciò che accadeva nei Nove Regni.

Frigg

Compagna di Odino è la dea Frigg, nota anche come Signora Celeste. Da lei il Padre degli Déi ottenne numerosi figli, il più noto dei quali è lo sfortunato Baldr.

Il culto di Frigg sembra fosse particolarmente diffuso in Svezia, dove sono stati trovati molti insediamenti col suo nome. Poco è noto delle origini della sua venerazione, anche se possiamo sicuramente determinare una data ante quem grazie al compendio Origo Gentis Langobardorum, scritto dal Longobardo Paolo Diacono nel secolo VII d.C.

Il testo ci mostra Frigg come una delle principali benefattrici del popolo dei Longobardi, all’epoca noti come Winnil. La leggenda narra di come i Vandali si fossero dati alle razzie nelle terre dei Winnil, i quali pregarono Odino e Frigg di salvarli. Il padre degli déi rispose che avrebbe concesso la propria benedizione al primo popolo che avesse visto al sorgere del sole, posizionando il proprio letto in modo da scorgere per primi i suoi favoriti, i Vandali. Frigg, impietosita, girò nottetempo il giaciglio del marito, in modo che per primo vedesse i Winnil, chiedendo alle loro donne di posizionarsi in prima fila nell’esercito, sciogliendosi i capelli per farli assomigliare alle barbe dei vandali. Odino, appena sveglio e ancora intontito dal sonno (sic!) chiese alla moglie chi fossero quelle genti dalle “lunghe barbe” quei “Longobardi” a cui, su indicazione della moglie, diede la propria benedizione. Nonostante l’inganno il Padre degli Déi sembrò prendere la cosa a ridere, approvando la scelta della moglie e concedendo ai Longobardi la supremazia su Vandali.

Frigg era una dea legata alle nascite e al matrimonio. A lei si rivolgevano le giovani coppie per consacrare un’unione e avere figli, così come le levatrici durante il parto (non a caso i testi tramandano di una sua intima amicizia con Eir, la dea della medicina). Proprio per questo era dotata di poteri di preveggenza, con la capacità di poter quindi predire un matrimonio benedetto da molta prole.

A Frigg erano anche consacrate le arti casalinghe e l’artigianato, specie la tessitura. Era inoltre patrona della casa, fatto corroborato dal suo simbolo, un mazzo di chiavi. Nonostante questo era anche una divinità guerriera, combattendo in guisa di falco accanto al consorte sui campi di battaglia.

Il mito che vede maggiormente protagonista Frigg è quello contenuto nell’Edda Poetica, dove tenta senza successo di impedire la morte dell’amatissimo figlio Baldr, sottoponendo tutte le creature del creato a un giuramento per impedire che una di loro potesse recare danno al dio. Unico a non rientrare nella promessa fu il vischio, una piantina appena nata che Loki utilizzò per uccidere Baldr, ingannando il cieco Hodr.

Thor

Parlare di Thor equivale, probabilmente, a parlare della divinità nordica più famosa al mondo, grazie anche al successo del personaggio creato dalla Marvel.

Figlio di Odino e della divinità ancestrale Jord, ovvero la terra, Thor viene descritto come una figura imponente, con barba e capelli rossi. Thor era un dio del tuono, del fulmine e della tempesta, sommo protettore del genere umano, perciò molto amato e molto venerato dai popoli del nord, che definivano se stessi “popolo di Thor”. Era una divinità guerriera, che combatteva contro i giganti di ghiaccio, impedendo loro di avanzare pretese su Midgard, riuscendo a far convivere un’anima gioviale e allegra nel combattere i nemici al furore per la battaglia in corso. Sua sposa era Sif, dalla quale aveva avuto i figli Thrud e Mòdi; fuori dal matrimonio aveva avuto il figlio Magni e aveva adottato il figlio di prime nozze della moglie, Ullr.

Le più antiche testimonianze del culto di Thor ci derivano ancora una volta da Tacito: lo storico romano parla della venerazione dei popoli germanici per Ercole, associando quindi i due per il loro ruolo di sterminatori di mostri e giganti. Da segnalare come nel De Bello Gallico vi sia un riferimento a Vulcano nel culto dei Germani. Cesare parlava di una religione naturale, ma non è da escludere che il riferimento potesse essere all’Efesto greco, associato a Thor per via del martello Mjölnir.

Proprio quest’arma contraddistingueva il dio più di ogni altra: forgiata per lui dai nani Eitri e Brokkr, costituiva lo strumento con cui Thor affrontava i suoi acerrimi nemici, i giganti di ghiaccio. Forgiato dai due nani per vincere una scommessa contro Loki, il martello era stato lievemente danneggiato dai tentativi del dio degli inganni di barare. Per questo motivo Thor riusciva a impugnare al meglio il maglio solo grazie all’uso di una cintura magica che ne aumentava la forza e a un paio di guanti per rendere più salda la presa.

Nonostante questo l’arma si rivelò assolutamente efficace. Abbatteva qualsiasi cosa e, pur venendo scagliata lontano, tornava sempre dal proprio padrone. Il tuono, per i popoli del nord, era il colpo di Mjölnir che si abbatteva sui nemici, un momento per cui esultare, segno che il dio aveva fatto il suo dovere, difendendo gli esseri umani dalle minacce esterne.

Numerosi sono i poemi dell’Edda in cui Thor è il protagonista, che narrano non solo le sue gesta come difensore del genere umano ma anche i suoi numerosi viaggi per i reami, a bordo di un carro trainato da due capre Tanngnjóstr e Tanngrisnir, che avevano la capacità di rinascere a nuova vita ogni volta che le loro ossa venivano sepolte (costituendo quindi il pasto d’emergenza del dio). In questi viaggi il dio era accompagnato dal suo scudiero Þjálfi e dalla sorella di lui, Roskva. Suo compagni di avventura erano anche Tyr e, molto spesso, Loki.

Tra le testimonianza scritte più antiche su Thor abbiamo il passaggio sulla cosmogonia del mondo nordico nel Grímnismál, databile attorno al secolo X d.C., all’interno della quale il dio del tuono viene indicato anche come una sorta di giudice che siede ai piedi di Yggdrasìl. Si tratta forse di un attributo molto antico del dio, di cui non viene fatto ulteriore riferimento all’interno dell’Edda.

Uno dei poemi più famosi che vede Thor protagonista è senza dubbio la Hymiskvitha, dove affronta per la prima volta la serpe di Midgard, Jörmungandr, riuscendo quasi ad abbatterlo in una battuta di pesca. Lo scontro con il serpente è presente anche nel Gylfaginning, dove viene fatto sembrare un gatto per ingannare il dio del tuono, il quale riuscirà comunque a sollevarlo ben sopra la testa, nel corso di una sfida con il signore del castello di Útgarðar giocata su varie prove di abilità, tutte falsate dall’uso della magia ai danni del dio.

Uno scontro, quello tra Thor e il serpente, che si concluderà solo il giorno del Ragnarok, quando il dio riuscirà finalmente ad abbattere la propria nemesi, venendo tuttavia intossicato dal veleno e perendo dopo appena nove passi.

Sif

Sposa di Thor e incarnazione dell’angelo del focolare, era considerata la più splendida tra le divinità di Asgard. Il suo ruolo era legato al nucleo familiare, come sembra testimoniare il suo stesso nome, in qualche modo simile al sostantivo in inglese arcaico “sib”, famiglia. Era quindi una dea materna, eppure sono molte le tradizioni che la vedono, al pari di altre divinità del nord, come una guerriera, forse una delle comandanti della schiera delle Valchirie al pari di Freja.

In molti poemi la si vede versare l’idromele al marito, la bevanda per eccellenza dei guerrieri, forse un collegamento tra il colore dorato della bevanda e l’oro dei suoi capelli.

Proprio la chioma di Sif è al centro di uno dei racconti più noti del mondo nordico. Loki, come sempre in vena di scherzi e bricconerie, una notte riuscì a intrufolarsi nel talamo della dea e rasarle la testa. Una volta scoperto il tiro mancino giocato alla sua sposa Thor andò su tutte le furie: prese il dio degli inganni e lo percosse, costringendolo a trovare una nuova chioma per la dea. Loki, terrorizzato, non poté fare altro che accettare, commissionando al re dei nani Dvalin la creazione di una chioma in oro. La creazione, una volta trapiantata sulla testa della dea, iniziò a crescere come se fossero capelli veri, salvando Loki dalla furia di Thor. Per il momento.

Heimdallr

Il guardiano del Bifrost, colui che suonerà il corno Gjallarhorn per annunciare il giorno del Ragnarok e chiamare alla raccolta tutti i guerrieri di Asgard. Noto anche come Rìg, fu il progenitore delle tre classi sociali in cui si dividevano gli uomini del nord (schiavi, guerrieri, nobili). Heimdallr rappresenta la veglia, la sorveglianza e la fedeltà del guerriero.

Le sue origini sembrano essere indoeuropee e il suo culto appare antico, assimilabile a quello di un dio antico, che unisce in sé sia ruoli nelle cosmogonia che nell’escatologia dei miti a quelli in cui prende parte. Non si sa bene quando sia stato inserito nel Pantheon norreno, ma la sua presenza è attestata già nelle Völuspá, intorno al secolo X d.C.

Heimdallr montava la sua guardia sul Bifrost, il ponte arcobaleno che congiungeva Asgard con Midgard. Era dotato di sensi acutissimi, tali da poter vedere tutto e sentire anche il suono più tenue, come la crescita dell’erba. Proprio per questa sua capacità la “testa” del dio era considerata la sua spada, al punto da far nascere un’identificazione della divinità con l’ariete, che porta sulla propria testa le sue armi più pericolose.

Il dio della veglia appare in molti poemi dell’Edda Poetica e dell’Edda in Prosa, dove viene ricordato il suo ruolo centrale nel Ragnarok. Sarà infatti lui a porre fine al conflitto uccidendo Loki in un ultimo mortale duello.

Bragi

La gloria e il proprio posto accanto agli dei, nel mondo nordico, potevano essere raggiunti in poche maniere per gli uomini. La prospettiva era quella di essere dei grandi guerrieri, morendo sul campo di battaglia; oppure cantando le gesta di chi si era unito agli dei, guadagnandosi questo onore in fil di spada.

Questi erano gli skald, gli eruditi del freddo nord, i quali rivolgevano le loro preghiere a uno dei figlio di Odino, Bragi.

Il compito di Bragi era quello di accogliere i valorosi appena giunti nelle sale del Valahalla. Qui il dio ogni sera cantava le loro lodi e celebrava gli eroi ispirando il sacro furore della poesia nei mortali, affinché il loro nome non potesse mai essere dimenticato.

Sua sposa era Idun, colei che coltivava i frutti sacri che permettevano agli dei di mantenersi per sempre giovani e in salute. Sono sei i poemi dell’Edda in cui lo skald degli dei viene nominato, riconoscendogli abilità di linguaggio e saggezza fuori dal comune, tali da fare di lui uno dei consiglieri del padre Odino.

Nonostante la centralità del ruolo di Bragi sono pochi i miti in cui il dio ha un ruolo centrale. Difficile risalire alle origini del suo culto e come esso si sia sviluppato all’interno dei popoli del nord. Si potrebbe perciò pensare a un dio entrato in tempi “recenti” nel pantheon norreno, forse di derivazione evemeristica, ovvero la divinizzazione dello skald Bragi Boddason.

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