Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, con Dune di Denis Villeneuve ci aspettavamo la leggenda e arriva invece la semplicità

L’emergenza da Covid-19 ha portato alle stelle un’esperienza che il cinefilo e l’appassionato tende a vivere 365 giorni l’anno, ma che con rimandi e chiusure è arrivata a toccare vertici poco sopportabili. Quella dell’attesa, dello scorrere del tempo. Del passaggio dalla produzione alla realizzazione fino al rilascio di un film, che va concludendosi con l’adempimento dello scopo primo di ogni opera di finzione: giungere fino al pubblico.

Le attese che ci hanno accompagnato dal 2020 hanno dunque raggiunto il loro apice, trovando finalmente una svolta degna: poter nuovamente sederci in sala e assistere a titoli di opere a cui fedelmente siamo rimasti legati, come Penelope al suo lontano Ulisse.

Proprio come la moglie greca dell’Odissea, il pubblico ha confidato nell’arrivo a casa di pellicole tanto ambite, ma sono pur sempre le condizioni e le particolarità di ogni rapporto a fare un matrimonio felice e quello tra gli spettatori e il desiderato Dune non sembra soddisfarle a pieno. Un dolore cocente visto il valore produttivo, narrativo e espositivo del blockbuster di Denis Villeneuve, uno dei film di punta della 78esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia presentato Fuori Concorso.

Un’assoluta semplicità che va contraddistinguendo il lavoro svolto dal regista, alla scrittura del secondo tentativo di adattamento delle opere letterarie di Frank Herbert, che se non segue pedissequamente il destino assai più bistrattato di quello che fu il Dune di David Lynch, si dimostra in ogni caso più anonimo di qualsiasi possibile polemica la pellicola possa incentivare.

I blockbuster di Villeneuve: Blade Runner 2049 e Dune

Reduce dalla complessa bellezza di Blade Runner 2049, sequel del cult di Ridley Scott del 1982 che ha cambiato la visione delle opere di fantascienza sullo schermo, Villeneuve tenta di riappropriarsi del genere sci-fi spogliandosi dell’austerità di quel cinema di intrattenimento filosofeggiante.

Un modello che riverberava la pensante raffinatezza di scrittura dell’autore e che va alimentando al contempo una controparte visiva e spettacolare nutrendosi vicendevolmente dell’eleganza del regista e sceneggiatore, che con la sua storia sull’androide che credeva di essere umano fa incontrare cinema delle attrazioni e poetica narrativa al limite dell’estasiante. 

Un insuccesso al botteghino sofferto quello di Blade Runner 2049, tra pregiudizio e distanza da un pubblico tradizionale che poco aveva apprezzato la teoretica cinematografica legata alla conoscenza dell’umano, in una visione religiosa e tecnologica che andava interrogandosi attorno ai miracoli. Un’esigenza che probabilmente ha spinto Denis Villeneuve ad asciugare enormemente il portato scenico di cui è maestro, riducendo l’epicità del suo Dune all’osso e costringendo la pellicola ad un’attualizzazione modesta e priva della meraviglia visiva che ci si aspettava.

Dalle dune del deserto alla piattezza dell’intrattenimento

dune

Un Dune che è una “Parte Uno” e, come tale, sceglie di porsi quale lungo prologo senza decidere mai veramente di voler cominciare. “È solo l’inizio” afferma la Chani di una seriosa Zendaya, non troppo profetica se il film dovesse dissipare – come Blade Runner 2049 – le aspettative e impedendo alle produzioni di voler investire in un sequel.

Un’opera che si atterrà anche alla fedeltà letteraria e alla natura fortemente descrittiva del romanzo, ma che non può funzionare se non rimaneggiata adeguatamente per adattarsi alle modalità del racconto per immagini, le cui regole sono del tutto differenti e distinte rispetto a quelle della pagina stampata. 

Se sono le dune a caratterizzare il paesaggio del pianeta Arrakis che la discendenza degli Atreides deve andare a governare, è la piattezza a rendere monotone le due ore e mezza della pellicola del regista canadese, la cui unica conferma della titanica impresa di Dune rimane il lavoro svolto nel deserto della Giordania e la ricostruzione delle sue imponenti architetture. Strutture corpose che infondono la maggior dose di grandiosità al film, materiale vivo a confronto di personaggi che non ci è permesso di conoscere e di poter apprezzare a causa della loro staticità.

Con Dune ci aspettavamo la leggenda e invece ci ritroviamo a domandarci su quale potrà essere il futuro di Arrakis, della sua spezia e del suo presunto Eletto. Se Paul saprà realmente rivestire il ruolo di prescelto e se, in fondo, lo è veramente.

Ma ancor di più se la trasposizione di Denis Villenueve sarà in grado di superare le tempeste e ergersi come gli enormi vermi del deserto dei Fremen, creature che come lo squalo di Spielberg vengono mostrate interamente sul finale, in un piccolo slancio cinematografico per un film che cerca più la comprensione e l’accondiscendenza che l’artisticità auspicata. Un’epica che vuole essere abbordabile. Pur sempre giusto, ma a discapito del cinema.