Ventitré anni fa, nel 1992, veniva pubblicato il numero 69 di Dylan Dog, Caccia alle Streghe. Oggi, Bao Publishing, in partnership con Bonelli, ce lo ripropone in una edizione succosissima che rende giustizia a una delle pietre miliari della saga dell’Indagatore Dell’Incubo. Il lavoro dietro questa nuova edizione vede il contributo di artisti come Luigi Cavenago, lo stesso Piero Dall’Agnol (disegnatore delle tavole originali), la supervisione di Roberto Recchioni e la cura maniacale per i dettagli e per i bonus condotta dalla casa editrice stessa.

Il valore di questo albo è molteplice. Ha tanto da dire e incredibilmente nonostante l’età, racconta una storia di una attualità sconcertante, come se in oltre due decadi non fosse cambiato nulla, o anzi per certi versi le cose fossero anche peggiorate… Paradossalmente è un albo tra i meno horror della serie, forse. Oh, ha la sua dose di splatter, morti, mostri e sangue, altrimenti non sarebbe un Dylan Dog, ma nasconde sotto la superficie tipica dell’archetipo narrativo dell’indagatore dell’incubo una denuncia e un’aderenza a fatti circostanziali e ‘terreni’, che lascia la sgradevole sensazione di aver appena masticato della carta stagnola.

La storia e la Storia

Come il titolo stesso anticipa, le streghe sono le protagoniste di questo fumetto, ma le streghe stesse sono degli ospiti, creature che vivono in altre vignette, in un gioco di specchi metanarrativo che coinvolge il lettore nella prima parte della narrazione, quella dell’alter ego di Dylan Dog, Daryl Zed, un indagatore dell’incubo un po’ più cinematografico del nostro Old Boy di Craven Road. Le avventure di DZ servono solo da apripista per la vera storia, anzi per la Storia, quella che affonda le sue radici nella realtà e che lascia da parte i mostri e Satana per mostrare davvero che il peggior nemico dell’uomo è l’uomo stesso.

02016DDCS0001Infatti, la storia di DZ dà il via a una ondata di censura e odio verso i fumetti horror considerati come il primo male e il più grande motivo di decadimento della gioventù (del 1992). In un’escalation di follia lucida e purtroppo realistica, il giovane autore di DZ, Justin, in cui si può vedere un po’ Tiziano Sclavi, vedrà a poco a poco sparire ogni barlume di speranza, fino al tragico epilogo (con tanto di meta-metafumetto, un cortocircuito narrativo geniale che rimanda il lettore in luoghi che forse dovevano essere dimenticati. Grazie, Sclavi, per tutto questo!).

La trama in sé, così ridotta volutamente all’osso, nasconde ancora dei colpi di scena e il nostro Dylan giocherà un ruolo importante fino alla fine, coinvolto in un gioco pericoloso che rischia di schiacciarlo. Ma ancora, non è la storia raccontata dalle vignette a esser drammaticamente interessate, ma è La Storia che sta dietro le vignette, quella che vediamo riflessa nella narrativa pop contemporanea, quella che influenza gli scrittori, che mette all’erta i sensi di tutti gli osservatori che ci circondano, quelli che dovrebbero sublimare gli avvenimenti dei TG e trasformarli in opere quasi confortanti perché inventate. In questo caso, invece, Sclavi va oltre: parte da fatti di cronaca e li mette direttamente nel suo fumetto, lasciando che la realtà inquini in un certo modo la storia inventata, rendendola un ibrido pulsante di denuncia. Tutto parte dall’ondata di censura che in Italia colpì le pubblicazioni horror considerate indecenti. Ribadisco: era il 1992, non il 1956! Io ero un ragazzino e molto di quello che è accaduto all’epoca l’ho vissuto solo di riflesso, come conseguenza: non potevo vedere i film di Notte Horror e non potevo comprare i fumetti di Dylan Dog perché mio padre me lo vietava: lo considerava indecente… E così ho dovuto comprarli di nascosto. Ovviamente. Ma il comportamento all’interno della mia famiglia era solo versione più piccola di quanto stava avvenendo al livello nazionale, dove questi ‘problemi’ venivano discussi in parlamento, con Violante (Partito Comunista) a far da portavoce di questa crociata contro il cattivo entertainment. La situazione era talmente ingombrante e spietata che portò alla chiusura di una rivista (Splatter), che si occupava di tutto quello che gravitava nell’area horror.

DYLAN-DOG-CACCIA-VARDavanti a una serie di avvenimenti così prominenti, Sclavi imbastisce una delle storie più politicizzate di sempre, dove la critica sociale è palese, con tanto di dialoghi che inneggiano alla libertà di espressione e alla totale stupidità della tesi messa in questione: non è certo un fumetto, o una rivista, o un film  a rendere i giovani d’oggi (dell’epoca) violenti, ma sicuramente bisogna andare a cercare un motivo nei malesseri della società che esulano dalla semplice letteratura di evasione. Un messaggio crudo e nudo, senza troppi fronzoli, neanche velato: una vera bomba mediatica.

Considerate poi un’altra cosa: come già raccontato in un altro articolo, la stessa cosa era successa sempre in Italia, esattamente quindici anni prima, quando vennero trasmesse le prime puntate di Goldrake, con i benpensanti dell’epoca che si scagliavano contro la rivoluzione giapponese, preoccupandosi della psiche dei loro poveri bambini, ormai infarcita di insalate di matematica e libri di cibernetica.

E questo tema (le crociate contro i mezzi di divertimento) è talmente attuale, odierno da giustificare completamente la riedizione. Tirare fuori dal cilindro questo albo di Dylan Dog e metterlo sugli scaffali adesso ha lo stesso identico valore mediatico e programmatico che aveva vent’anni fa! E questo, permettetemi di dirlo, è agghiacciante! Basta guardarsi intorno e vedremo figure eminenti, scienziati, opinionisti e tuttologi scagliarsi contro qualcosa che secondo loro travia i giovani, come se il comportamento di un individuo è il risultato di una influenza lineare e unica e non il la somma di migliaia di input, esterni e interni, dove solo una piccola parte riguarda la sfera dell’entertainment. Ora questo discorso va molto di moda contro i videogiochi, additati come la fonte di tutti i mali del mondo al di sotto dei quindici anni, prima erano i film dell’orrore, prima ancora il rock and roll e via via indietro nel tempo… Ci sarà sempre qualcuno che non sarà in grado di definire il nuovo che emerge e tenterà in ogni modo di rimetterlo giù con tutte le proprie forze. E per questo, questo numero di Dylan Dog dovrebbe essere ristampato a cadenza regolare, così, tanto per ricordare che le cose che cambiano restano poi sempre le stesse…

Sontuoso

Bao da tempo si impegna a elevare il fumetto, così tanto bistrattato e spesso non del tutto compreso, a una forma di produzione aulica ingigantita da una cura perfetta dei dettagli, aggiungendo inserti, bonus e allargando la prospettiva di fruizione con interviste e postfazioni celebri. E Caccia alle streghe non poteva essere da meno.

tortura1Per il sollazzo di tutti i lettori curiosi, al termine del bel lunar park Dylaniato vi aspetta una intervista al buon vecchio geniale Tiziano Sclavi, che ci racconta un po’ di retroscena di questa sua storia, con la sua travolgente e pungente (auto)ironia. Immancabile (e mi sembra il minimo) il contributo di Roberto Recchioni che tanto sta facendo per Dylan Dog subito seguito da uno stralcio di sceneggiatura originale (tra l’altro scaricabile dal sito della casa editrice da un link in calce al volume). E questi due ultimi contenuti speciali mi portano automaticamente a parlare di uno dei grandi protagonisti dell’albo, colui che gli ha infuso un’anima pulsante e graffiante: è il disegnatore, il grande, geniale Piero Dall’Agnol. Elogiato in maniera impeccabile da RRobe, viene chiamato in causa dallo stesso Sclavi nel bel mezzo della sua sceneggiatura, invitandolo più e più volte a lanciarsi in prove artistiche ardite, affidando all’artista le soluzioni grafiche da lui appena abbozzate con poche parole. Leggere quelle frasi, lascia intendere l’assoluto elevatissimo valore di questo disegnatore, capace, come dice lo stesso Recchioni, di fare qualunque cosa in qualunque maniera e senza l’apparente minimo sforzo. Sempre fedele all’iconografia stretta di Dylan Dog, Dall’Agnol inventa gli altri personaggi di contorno caratterizzandoli con il suo stile asciutto, lasciando che sia il bianco talvolta a prevalere sulle ombre, tratteggiando i volti e lasciandoli sospesi in vignette prive di sfondo, come sotto un occhio di bue virtuale, spostando le inquadrature per creare azione e transizione, tra primi piani e panoramiche, in un impeto narrativo che lascia davvero senza fiato. Un’opera d’arte, senza dubbio, impreziosita a sua volta da un’accurata scelta di bozzetti preparatori e dal lavoro magistrale fatto sulle copertine. Anche in questo caso, come per la riedizione di Mater Morbi (leggetelo, davvero!), sono state realizzate due copertine (una regular e una limited) che sono delle splendide opere d’arte, sia concettualmente che in valore assoluto.

ImmagineSono dei perfetti esempi di come una copertina dovrebbe riassumere in immagini tutto lo struggimento e i punti salienti di questo racconto. La mia preferita? Non mi espongo, non voglio farlo, perché davvero sono magnifiche. Nella versione regular (disegnata da Dall’Agnol e dipinta di Cavenago), c’è tutta l’angoscia di un Dylan braccato dalle terrificanti figure degli inquisitori incappucciati, mentre sale le scale a chiocciola di una costruzione medievale. L’altra (pensata e realizzata da Cavenago) ha il sapore acre dei film horror di Lucio Fulci e Lamberto Bava, una locandina più che una copertina, che trasuda paura e follia, in quell’abbraccio tra Dylan e Justin il disegnatore con lo sguardo ormai spiritato, con le figure incendiate delle tre streghe che divampano al centro della composizione… Due capolavori.

E il problema è proprio questo: quale scegliere?

No more articles