Etna Comics 2019 – Intervista a Yuriko Tiger

In occasione dell’Etna Comics 2019, abbiamo fatto una chiacchierata con la talentuosa Yuriko Tiger, aka Eleonora Guglielmi, cosplayer di fama internazionale che dall’Italia è riuscita a farsi strada nel mondo dell’intrattenimento giapponese. Potete trovare l’intervista anche in podcast su Spreaker, così come quelle che abbiamo fatto ad alcuni ospiti dell’ARF!

Ciao Yuriko e grazie per la tua disponibilità. Cominciamo con una domanda un po’ difficile: com’è percepito e vissuto veramente il cosplay in Giappone? Saprai che in Italia si sono creati spesso dibattiti su vari aspetti di quella che possiamo definire un’arte: ad esempio, la questione del blackfacing o dello sbiancamento della pelle oppure la problematica relativa a fotografi e fan invadenti o ancora la possibilità che persone con un certo fisico non possano fare determinati personaggi. Cosa ne pensi e soprattutto come hai visto affrontare queste tematiche in Giappone e in Italia? 

Io ritengo che il cosplay sia libero, non ci sono vere e proprie regole poiché è una passione che si fa per divertimento. È ben diverso se si partecipa ad una gara cosplay, dove conta molto la somiglianza col personaggio che si va ad interpretare, ma essenzialmente si può essere a proprio agio senza dover rispettare per forza determinati canoni.
Per quanto riguarda il blackfacing, purtroppo mi è capitato di dover affrontare la questione per quanto riguardava un cosplay di Tekken 7Josie Rizal, che è filippina e quindi di carnagione più scura della mia. Mi fu proposto di fare questo personaggio e già sapevo che ad alcuni, ad esempio la community americana, non sarebbe piaciuto il fatto che ad una cosplayer caucasica venisse chiesto di scurirsi la pelle.

Per quanto mi riguarda, non è blackfacing ma semplice make up, usato per essere più simile al personaggio. In Giappone questa tematica non esiste per nulla, lì non si offendono perché lo fanno solo per amore del personaggio, non si pongono nemmeno il problema. Secondo me, tutti questi aspetti controversi, in realtà, non dovrebbero nemmeno essere tali, perché allora ci si dovrebbe offendere per qualsiasi cosa in base alle singole sensibilità degli individui. 

Yuriko Tiger cosplayer

Come percepisci, allora, il fatto che spesso il cosplay venga ipersessualizzato da chi non lo fa? Com’è la situazione in questo senso in Giappone rispetto all’Italia? 

Ultimamente sono diventate popolari le foto un po’ più erotiche fatte in cosplay e questo una volta non c’era. Tuttavia, non è una vera e propria novità, dato che il cosplay si è originato dalle band giapponesi, passando poi per gli otaku che si vestivano da personaggi dei loro anime preferiti (anche uomini di 50, 60 anni eh!). Il lato erotico è sempre stato molto forte in Giappone e io mi sentirei di dire purtroppo, perché si perde il senso dell’interpretare il personaggio e ora qualsiasi cosa può essere considerato “cosplay”, bastano un paio di orecchie da gatto e un costumino. Quando io devo lavorare come cosplayer in Giappone, perciò, devo sempre precisare che non sono disponibile a fare foto dove si sessualizza un personaggio senza che sia necessario per la sua interpretazione. Niente in contrario con chi lo fa, ma personalmente non mi piace e preferisco metterlo in chiaro perché ho sempre voluto fare cosplay in maniera professionale, nonostante sia difficile.  

Sei riuscita a crearti una vera e propria professione, che sicuramente in Italia è ancora difficile da inquadrare, sia a livello sociale che commerciale, mentre in Giappone puoi essere definita abbastanza bene da parole come talent o, a suo tempo, idol. Cosa ne pensi di questo “gap”?

È un po’ difficile, secondo me che accada anche in Italia. In Giappone puoi lavorare come cosplayer perché ci sono le case di produzione di anime o videogiochi che cercano proprio queste tipo di figure per svolgere anche attività di influencer. Perciò è più facile entrare nel campo e ottenere certificazioni come official cosplay o semplicemente più sicurezza per i pagamenti, poiché devi per forza appartenere ad un’agenzia e quindi vieni ingaggiato sotto contratto, mentre in Italia è piuttosto diverso. Inoltre, qui non si “vende” granché come cosplayer, al massimo si fa qualche stampa.

In Giappone, invece, in fiere come il Comiket, ci sono veri e propri stand dove comprare photobook o dvd di quel particolare cosplayer, fatti apposta per i fan. Secondo me sono stati molto più furbi nel saper sfruttare l’immagine del cosplayer, che sfrutta il ciclo di fiere per proporre materiali sempre nuovi e quindi cresce in termini di esperienza e seguito. In Italia, ciò non avviene e anzi, magari viene detto “vai a lavorare” ma non possiamo fare tutti le stesse cose, si deve saper sfruttare le proprie qualità e adattarsi in base a quel che ci viene chiesto di fare. 

cosplayer

Ph: Ray Arzaga

Non sei l’unica cosplayer italiana che riesce a viaggiare e lavorare col cosplay. Conoscerai sicuramente qualcuno e, sommando le varie esperienze alla tua, cosa ne pensi della community cosplay italiana? 

Purtroppo, io credo che innanzitutto non sia una community molto unita. Circolano molte malelingue, dovute al fatto che è quasi insito nella cultura italiana nutrire invidia per chi riesce ad ottenere qualcosa in più degli altri, che sappiano o meno che cosa fai e quanta fatica hai fatto. Se consideri poi le regole che vigono in Giappone, si capisce che la mentalità è davvero diversa. E così si crea tantissima competizione, che finché rimaneva “relegata” alle gare cosplay andava bene, ma ora si è trasferita online, dove nessuno si conosce e quindi si diventa più “cattivi”. Noi italiani, poi, ci esprimiamo senza troppi filtri, rispetto ai giapponesi, perciò il clima è completamente diverso. 

Alleggeriamo un po’ il discorso, allora. Parlaci di una o più esperienze piacevoli che hai vissuto grazie al cosplay. 

Il mio lavoro è l’intrattenimento, quindi spazio dalla televisione al workshop, dalla radio alla moda. Ho la possibilità di fare un sacco di lavori diversi e il cosplay lo uso semplicemente come mio punto forte. Ora, ad esempio, lavoro per una tv giapponese che va in onda in Giappone, Corea, Francia e Australia, con un programma che mi permette di vedere aspetti positivi e negativi del Giappone da presentare agli spettatori.

Col cosplay invece giro fiere per il mondo e mi interfaccio con culture diverse che amano il Giappone e questa cosa mi attrae moltissimo, è il motivo per cui mi piace viaggiare per il mondo (nonostante io soffra da morire il mal d’aria in aereo!). Queste sono quindi tutte esperienze super positive. Se poi devo citarne qualcuna in Giappone, una è stata diventare cosplayer ufficiale e certificata di Tekken 7.

È stato il mio primo videogioco, regalatomi da mio padre quindi ero davvero contentissima, anche perché mi sono trovata ad ottenere questo lavoro un po’ per caso: io stavo facendo il provino per un’altra agenzia e loro, che cercavano una modella, mi hanno scelta vedendo che assomigliavo al personaggio. Quindi ho fatto un’intervista e una performance e subito il giorno dopo ho ricevuto la risposta direttamente dalla Bandai Namco. Ho lavorato due anni per loro e anche questo mese tornerò a lavorarci assieme, sono contenta perché mi sono sempre divertita un sacco. Sempre in Giappone ho anche fatto un’esperienza come attrice, e ho potuto constatare che sarebbe completamente diverso, soprattutto a livello di recitazione, quindi è stato molto interessante. 

Yuriko Tiger cosplayer

Quindi il cosplay ti ha aiutato parecchio su vari fronti?

Sì, secondo me soprattutto all’inizio, quando ho cominciato a salire sul palco. Quando ero piccola ero molto timida, non mi piaceva farmi foto o video ed ero un po’ la classica ragazzina a cui piaceva il Giappone e che viveva nel suo mondo. Il cosplay mi ha dato la possibilità di uscire dalla vita noiosa che conducevo ad Imperia e di incontrare persone come me, oltre a farmi capire quanto mi piacesse interpretare personaggi che mi facevano allontanare da ciò che ero io. Mi ha aiutato ad avere fiducia in me stessa e ogni volta che non mi piaceva qualcosa, riuscivo a trovare le forze per andare avanti e migliorare, tranne nel cucito (ride). 

Come ti fa sentire l’essere considerata un modello da parte di molti dei tuoi fan italiani? Senti di dover sempre mantenere certi standard o di doverti trattenere dal dire o fare certe cose? 

È strano, lo ammetto, però era ciò di cui avrei avuto bisogno io da bambina, perché non avevo nessun modello da seguire. Perciò semplicemente, col passare del tempo, lo sono diventata io stessaInfatti, Yuriko Tiger è una sorta di alter ego che è nato già quando io avevo solo 8 anni, con la cui personalità esprimevo il mio forte desiderio di andare in Giappone. Ora essere considerata un modello dagli altri è sicuramente un onore e mi rende felice, ma allo stesso tempo mi spaventa un po’ perché significa avere delle responsabilità. Tantissime persone si dimenticano che anche gli idol, gli influencer e chiunque seguano sono anche loro esseri umani che commettono sbagli e non sono perfetti. Io voglio farmi vedere per come sono, non voglio che si creda io sia una che se la tira, mi mostro tranquillamente nel mio quotidiano e preferisco rimanere nella mia umanità, facendo semplicemente un lavoro diverso dalla maggior parte delle persone. 

Tu che ti proponi in maniera così naturale, hai avuto anche una breve esperienza da idol. Forse alcuni nostri lettori avranno visto il documentario su Netflix Tokyo Idol, dove possiamo capire quanto sia importante mantenere una facciata accomodante e che non deluda chi ci circonda. Questo avviene in generale anche nella società giapponese. Come si riesce a lavorare nell’ambiente dell’intrattenimento e in un contesto come quello, considerando che tu sei occidentale? 

È tutta un’altra cosa: essere un’idol consiste nel non poter fare diverse cose, per contratto, come ad esempio avere un ragazzo o amici maschi, parlare in un certo modo o muoversi come si vuole. Lo accettai solo perché, se vuoi fare carriera, devi sottostare a questo tipo di regole. Quando però inizi a crearti un circolo di fan, inizi a vedere gli aspetti positivi ma anche negativi e cominci a chiederti perché serva fare così. Io ho deciso che voglio cambiare questo aspetto del mondo dell’intrattenimento giapponese, sono rimasta in Giappone fino adesso anche per questo.

Voglio che i giapponesi capiscano che i tempi sono cambiati, i talent come me possono essere apprezzati per quello che sono e viceversa questi possono apprezzare i loro fan non perché investono soldi sul loro merchandise, ma perché dedicano loro del tempo. Ad esempio, io ho compiuto la mossa azzardata di mostrare il mio ragazzo in video su Youtube e l’ho fatto perché voglio che i miei fan giapponesi capiscano che sono umana e che mi accettino per come sono, compresa la parte della mia vita privata che permetto loro di vedere. Se vogliono qualcos’altro di più finto e robotico, esistono ancora i Vocaloid!

Purtroppo, molti foraggiano l’industria idol pur sapendo cosa ci sia dietro, perché preferiscono vivere nell’illusione e non nella realtà, perché è difficile. Il Giappone sta dimenticando le basi della propria umanità, in questo senso. Con la mia persona, incrocio il mio essere italiana e straniera con questo ambiente per poterlo cambiare dall’interno. 

Concludiamo con una domanda a cui puoi rispondere come una sorta di senpai: che consigli daresti a chi vuole iniziare o proseguire per fare qualcosa di più col cosplay? 

I social ormai sono parte integrante dell’essere un cosplayer e la maggior parte punta a proporsi su queste piattaforme in modo da ottenere più like, ma questi sono molto più effimeri e passeggeri di ciò che invece si può trasmettere in fiera. Il consiglio che do quindi è di fare un personaggio che sta particolarmente a cuore, almeno per i primi cosplay, perché ti rimarrà un’emozione e un ricordo che i social non possono dare. Anche se ti riconoscono solo in due persone, posso assicurare che varranno come duemila. 

 

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