Piacere e dolore hanno lo stesso sapore

Essere innamorati è una delle sensazioni più belle che si possano provare. Amare ti riempie il cuore come nient’altro al mondo, e non c’è niente di più bello del risvegliarsi con accanto la persona amata.

L’amore, però, quando non corrisposto, può mutare radicalmente, finendo col diventare una dolorosissima spina, che lentamente si insinua all’interno delle carni fino a raggiungere l’epicentro delle emozioni e spegnere tutto, in un istante, con la stessa velocità di un interruttore che abbassandosi abbraccia l’oscurità a cui era predestinato.

Essere innamorati non implica per forza di cose un rapporto idilliaco tra due individui, ma il suo significato può facilmente estendersi, diramarsi, fino a sfociare in un sentimento diverso, sì, ma pur sempre identificabile come tale nei confronti di una qualsiasi attrazione esterna. Che sia l’amore per lo sport, per la musica o per il cinema, il risultato non cambia: amare rende tutto più colorato e vivido, ci rende inspiegabilmente ciechi ed immuni ad ogni possibile forma di persuasione. Probabilmente, quando Fallout 76 è stato presentato al pubblico, per noi si è trattato proprio di questo: un amore a prima vista bellissimo, un colpo di fulmine di quelli che spaccano in due un albero, con la volontà unica di scoprire ogni giorno sempre nuove per capire quanta affinità ci sarebbe stata col passare del tempo. Proprio per questo motivo, probabilmente, l’amore nei confronti della produzione si è rivelato un’arma a doppio taglio quando abbiamo cominciato ad assaporare il primo appuntamento ufficiale: da un lato l’euforia del primo incontro, dall’altro la sensazione che qualcosa non quadra, che lentamente cresce, fino a diventare quasi insostenibile.

Fallout 76 è proprio questo: una storia d’amore difficile ma assuefacente, qualcosa a cui proprio non si può rinunciare, al netto di tutti i problemi, le incomprensioni e le frustrazioni varie. Il nostro viaggio all’interno delle desolate lande post-apocalittiche del West Virginia è stato più impegnativo e frustrante di quanto avremmo immaginato, ma non ci ha mai fatto dubitare di trovarci all’interno di una produzione del brand. Tutti quelli spaventati dalla natura multiplayer del titolo, che ha di fatto snaturato pesantemente il target di tutta la saga (e di Bethesda in generale), possono dormire sonni tranquilli: Fallout 76 è un Fallout  a tutti gli effetti, con tutti i pro ed i contro del caso, seppur con tante – ovvie – distinzioni.

Portare avanti l’avventura in quel dell’Appalachia sarà una sfida veramente impegnativa, ricca di momenti indimenticabili, scorci meravigliosi e situazioni adrenaliniche, il tutto però condito da una quantità esosa di imprecazioni, figlie di un quantitativo alquanto elevato di problematiche.

La natura del gioco targato Bethesda sembra quasi figlia di una maledizione: ogni cosa bella sembra destinata ad essere controbilanciata da un qualche problema altrettanto brutto. Questo filone segue pressoché tutto il corso dell’avventura e, se siete curiosi di scoprire il perché, non vi resta altro che leggere la nostra recensione!

Un mondo enorme da scoprire, con una storia alle spalle importante e da ricercare nelle tante attività da svolgere

La missione più ardua di questo Fallout 76 era sicuramente legata al far combaciare armoniosamente lo stile inconfondibile di gioco di ruolo, rigorosamente in sigle-player, alle nuove meccaniche da gioco “massivo” online con tutte le conseguenze del caso: ci saranno riusciti?

La riposta, vogliamo dirvelo subito, è assolutamente positiva. Fallout 76 è un Fallout a tutti gli effetti, capace di rapire e conquistare il giocatore immergendolo all’interno di un mondo di gioco vivo, enorme, pulsante come pochi e dannatamente ostile. Traspirando stile da ogni poro, Fallout 76 ricalca al meglio delle sue possibilità ciò che sono le dottrine della saga, lasciandoci l’illusione – ma non in senso negativo – di trovarci in un nuovo capitolo e non in uno che, di fatto, ha l’arduo compito di rappresentarne una valida “alternativa”. Il comparto narrativo in Fallout 76 è scandito nello stesso, magistrale modo, tipico di Bethesda: ogni documento, ogni olonastro, ogni terminale, ogni singolo angolo della vasta mappa di gioco, ha qualcosa da offrire, più o meno rilevante ai fini della comprensione del mondo che ci circonda, ma mai irrilevante ed ugualmente importante se ci si vuole immergere completamente nelle acque (radioattive) dell’Appalachia.

Sin dagli albori, una delle principali preoccupazioni legate al comparto narrativo, ma anche strettamente ludico del titolo, era legata alla totale assenza di NPC presenti all’interno del mondo, robot e registrazioni escluse, ovviamente. Ebbene, dopo oltre cinquanta ore di gioco, non abbiamo mai avvertito veramente questa mancanza, complice anche una narrazione convincente e scritta a puntino, capace di coinvolgere in modo solido e convincente. L’incipit narrativo è in realtà piuttosto semplice e molto familiare agli appassionati della saga: diversi anni prima, la razza umana era minacciata dallo scoppio imminente di una guerra nucleare che avrebbe spazzato via buona parte della popolazione. Per salvaguardare la razza umana, gli scienziati della Vault-Tec decisero di creare dei rifugi antiatomici (i “soliti” Vault) all’interno dei quali far sì che la vita continuasse, al riparo dalle radiazioni e da tutte le atrocità che solo una guerra atomica può dare. Tra i Vault, in particolare, spicca il Vault 76, designato per ospitare solo le menti più brillanti, le persone con un QI sopra la media, che avrebbero avuto l’onere di ripopolare la Terra. Le persone all’interno del Vault 76 sarebbero dovute rimanere ibernate fino al giorno in cui la Terra sarebbe stata sicura nuovamente.

Qualcosa, però, è andato storto: una volta creato il nostro avatar e messo piede fuori all’interno delle sicure mura del Vault 76, la realtà dei fatti è drammatica e spaventosa. Il mondo è più malato e minaccioso che mai, con orrori di ogni sorta che si alternano senza tregua ad una vegetazione mutata e pericolosa, robot impazziti e, perché no, bestie gigantesche che solcano i cieli. Persino l’acqua rappresenta una minaccia e può arrecare danno. Tutta la storia del titolo, che si snoda tra missioni principali ed attività secondarie, è raccontata tramite gli olonastri ed i vari documenti raccoglibili nel gioco e nulla è lasciato al caso. I personaggi che “incontreremo” hanno tutti una storia (a volte inaspettata e tragica) da raccontare ed ogni ritrovamento, ogni evento, ogni approfondimento sarà un valore aggiunto, un tassello che si attacca ad una trama semplice ma bellissima, ad un panorama coerente e vivo. Il giocatore è spinto quindi ad esplorare sempre di più, a voler conoscere sempre nuovi dettagli, da un desiderio masochistico che spesso si tradurrà in una triste dipartita.

Anche la morte, in Fallout 76, ha il suo valore se porta con sé nuove informazioni; e poco importa se si deve ripercorrere la strada: ogni minuto trascorso in Appalachia può essere una fonte di novità, e chiunque muova un passo in questo splendido, malato, mondo, troverà difficile uscirne, tanta è la fame di conoscenza che lo attanaglia.

Fallout 76 è un Fallout a tutti gli effetti, con pregi e difetti storici legati alla saga

Ciò che subito è stato chiaro, sin dai primi momenti trascorsi in compagnia della closed beta, è come Fallout 76 si presenti come un’appendice di Fallout 4, quasi come Eva che ha avuto origine dalla costola di Adamo. Stesse le meccaniche, stesse le tempistiche, stessa la struttura, stesso il motore grafico: nulla poteva far pensare che fosse un titolo diverso, ed in parte è vero, come abbiamo spiegato sopra, in parte no, grazie alla sua natura multiplayer, che rappresenta una ventata di aria fresca di cui la serie non aveva bisogno, ma da cui ha tratto un sicuro giovamento.

Dal titolo precedente, la nuova (vecchia, per certi versi) creatura di Bethesda eredita le meccaniche, e con esse i problemi che vi sono legati. La forte, ingombrante, difficoltà dei combattimenti scaturisce proprio dal sistema di combattimento legnoso, dalla difficoltà nello schivare i colpi dei nemici, nel mirare ad essi e nel trovare riparo. Non ci sarà nulla da fare: qualsiasi arma equipaggiate, il nemico sarà, nella maggior parte dei casi, più veloce di voi. La totale libertà di esplorazione che il gioco offre, la possibilità (con un pochino di tattica e fortuna) di uscire vincitori da uno scontro con un nemico anche di vari livelli in più, la possibilità di fare praticamente ciò che si vuole, cozza fortemente proprio con le meccaniche di gioco. Se da un lato, infatti, si può andare in giro liberamente, dall’altro, nella maggior parte (per essere gentili) dei casi, ci troveremo di fronte orde di nemici a salutarci, che non aspettano altro che noi. E non conterà il livello o l’equipaggiamento (salvo rari casi): nel momento in cui sono in gran numero, saranno capaci di accerchiarvi e spedirvi a miglior vita in men che non si dica. Fallout 76 si presenta quindi come un titolo quasi schiacciato dal peso dei troppi problemi che porta con sé, ma questo non penalizza affatto la spinta ad esplorare… semmai vi farà bestemmiare, ma sicuramente non rinuncerete, fidatevi.

Nell’Appalachia il pericolo si annida ad ogni angolo e bisogna essere sempre pronti ad affrontare ogni evenienza, come se foste veramente in un mondo da poco uscito da una tragedia nucleare. Bisogna anche riflettere sempre prima di scegliere di mettere una bacca sotto i denti o di sorseggiare da un fiume, perché potrebbe non valerne la pena: si placheranno fame e sete, sì, ma potreste contrarre malattie o essere contaminati dalle radiazioni. Il nemico principale, in questo senso, è l’acqua: una cosa così innocente in Fallout 76 può essere letale, portatrice di malattie varie, parassiti e radiazioni a volontà.

La vena survival del titolo è qui molto marcata: non solo fame e sete da gestire con parsimonia, ma anche munizioni e risorse varie che scarseggiano quasi continuamente. Si arriva al punto in cui, a volte, diventa preferibile morire, pur di ripristinare la vita, data la penuria di cure e di munizioni. Tutto questo, ovviamente, incide ancora una volta sulla libertà di esplorazione: diventa complicato esplorare con tranquillità quando bastano pochi colpi per morire ma, anche qui, non incide sulla voglia di esplorare, di visitare ogni anfratto, che riesce sempre ad avere la meglio.

Ricalcando in pieno lo stile della serie, in Fallout 76 ritorna più importante che mai il crafting: munizioni, armi, equipaggiamenti, cure e sostanze varie possono essere create attraverso gli appositi banchi da lavoro, e nella maggior parte dei casi richiedono un certo numero di ingredienti per essere prodotte, cosa che aumenta esponenzialmente l’importanza dell’esplorazione. Anche il cibo è fondamentale e cucinare le varie tipologie di carni ritrovabili girovagando per le stradine americane è un passaggio importante e richiede tanta dedizione. Per agevolare il tutto, in verità, in Fallout 76 è stata introdotta la meccanica del C.A.M.P., un dispositivo che consente di creare istantaneamente un accampamento dove poter creare banchi da lavoro, cucine da campo e così via. Una meccanica davvero importante e che agevola non poco la progressione, sgravandola dai fastidiosissimi spostamenti continui da una città all’altra, o da un punto all’altro della mappa (i viaggi rapidi esistono, ma si pagano).

Harder, better, faster, e poi?

Parlando di difficoltà nella progressione in generale, è giusto fare una doverosa premessa: Fallout 76 è un titolo pensato per essere gustato in compagnia di amici o comunque insieme ad altri giocatori, cosa che, per forza di cose, si ripercuote negativamente sui “lupi solitari”. Tutto si fa più complicato se si gioca in singolo, a volte ai confini (in alcuni casi superati) della frustrazione ma, del resto, l’”unione fa la forza”. Fallout 76 grida questa massima a gran voce, la strilla quasi, con la sua vena marcatamente volta al multiplayer, ad agevolare la collaborazione e penalizzare i solitari: le orde di nemici, se affrontate in gruppo, diventano ovviamente meno problematiche, e si riesce a godere molto di più della libertà totale che il gioco offre. A volte persino le missioni principali risultano essere così complicate da affrontare in singolo da far sentire il giocatore costretto o a potenziarsi non poco o a farsi aiutare da qualcun altro (sperando di avere così la meglio). Fatto sta che i nemici sono davvero molto aggressivi, capaci di seguire il giocatore anche per svariati metri, quindi risulta impossibile seminarli, per poi riorganizzarsi e tornare ad affrontarlo, ed avere un qualcuno al proprio fianco che li distragga, nel frattempo che magari si cambia arma, risulta un’ancora di salvezza. Anche sotto questo aspetto, però, siamo costretti a segnalare una pesante lacuna che riporta subito il bilancio in parità tra cose che piacciono e quelle che proprio odiamo: Fallout 76 non permette di condividere la medesima missione, cosa molto poco accettabile, che rende molto più lento l’avanzamento delle varie quest e che proprio non abbiamo capito.

Anche voi siete S.P.E.C.I.A.L!

La natura principalmente multiplayer only di Fallout 76 non schiaffeggia in alcun modo lo stile unico con cui la serie ha da sempre saputo accompagnare il giocatore per quanto concerne la questione skill, potenziamenti, abilità varie e via dicendo.  Anche in questo caso, troviamo un alter ego da personalizzare a nostro piacimento, dando vita così ad una serie di variabili quasi infinite, se si confrontano i vari personaggi creati. Le immancabili statistiche S.P.E.C.I.A.L. (Forza, Percezione, Carisma, Costituzione, Intelligenza e Fortuna) sono qui accompagnate dalla presenza di carte (si, Ultimate Team ha colpito anche qui) perk che attribuiscono, in base a quanti punti si decide di spendere in uno o nell’altro parametro, una particolare abilità al nostro avatar. La varietà dei potenziamenti è veramente incredibile ed incide su praticamente ogni aspetto del gioco. Ad esempio, è possibile trovare una carta che riduce l’accumulo di radiazioni mangiando il cibo, quella che aumenta la possibilità di ritrovare più oggetti, di fare più danni con un determinato tipo di armi o anche quella che rende meno pesanti i materiali raccolti e così via, aprendo la strada, come dicevamo poc’anzi, ad una personalizzazione ludica davvero inarrivabile ed invidiabile. Tutto questo, ancora una volta, è stato però rivisitato nell’ottica di gioco online quale Fallout 76 vuole essere, creando così un solco sottile ma importante tra il gioco in singolo e quello cooperativo.

Va segnalato, a questo proposito, il cambiamento che c’è stato riguardo all’attributo “Carisma”: se in precedenza era volto ad aumentare la capacità di farsi amici i vari NPC presenti, adesso è un attributo prettamente legato al multiplayer, le cui carte sono volte a potenziare le capacità del nostro alter ego di collaborare all’interno di un gruppo. Troviamo, ad esempio, la carta che permette di curare anche i personaggi vicini qualora si curi il nostro, quella che fornisce una possibilità più o meno alta di conservare lo stimpack qualora lo si usi per rianimare, e via dicendo. Questo non trova però un corrispettivo ugualmente utile per quanto concerne il single player, fatta eccezione per qualche carta, cosa che ci ha fatto storcere un pochino il naso. Avremmo voluto avere, in questo senso, una maggiore possibilità di personalizzare il personaggio, potendo scegliere se renderlo un compagno di squadra perfetto o un leone del gioco in solitaria. Molto simpatici sono i siparietti umoristici che si trovano nei pacchetti di carte perk (che il gioco fornisce a livello 6,8,10 e poi ogni 5 livelli), davvero una bella aggiunta, capace di smorzare la tensione costante cui il gioco ci sottopone. Molto bella e ben fatta è anche la meccanica delle mutazioni: oltre un certo numero di radiazioni, il personaggio verrà affetto da una mutazione, di natura ovviamente nucleare, che in alcuni casi può anche essere un bonus e, per questo motivo, esiste il perk sbloccabile che permette di utilizzare il RadAway per eliminare le radiazioni (che accorciano la barra dei punti salute), conservando però la mutazione.

Carina, apprezzabile e utile è anche la meccanica dei “punti di osservazione” (una sorta di “punti dell’aquila”): essi permettono, infatti, di aggiornare la mappa con tutti i punti di interesse nelle vicinanze, dandoci la possibilità di scegliere in modo più oculato la nostra destinazione e di “prevedere in anteprima” (laddove possibile) cosa aspettarsi.

A ognuno il suo perk!

La bontà ludica offerta dal sistema di progressione appagante e solidamente strutturato, al netto di qualche problematica di sorta, è accompagnata da una quantità di cose da fare, sia in singolo sia in multiplayer, davvero encomiabile. Le attività da svolgere, che siano principali o secondarie, sono davvero tantissime, senza contare la presenza di missioni giornaliere e di alcuni obbiettivi “dinamici” che vengono generati spesso e volentieri durante la traversata all’interno dell’Appalachia. Una volta completate le missioni principali, il gioco ci fornirà un nuovo effetto per la fotocamera e le fotografie fatte possono diventare immagini di sfondo per la schermata di caricamento: delle feature davvero carine, che speriamo vengano inglobate poi anche da altri titoli. Resta da rivedere il sistema di checkpoint, davvero “particolare”: alcune missioni, nonostante dicano di aver aggiornato gli obiettivi dopo il completamento di una parte di esse, se si esce dal gioco vanno completamente rifatte. Non abbiamo proprio compreso la motivazione di questa scelta e speriamo vivamente sia un bug, perché risulta veramente insensato. A tutto questo si aggiungono gli eventi pubblici, completabili sia da soli sia in compagnia di amici e/o sconosciuti, che estendono a dismisura l’offerta ludica della produzione targata Bethesda. Alcuni eventi, però, specialmente quelli di livello più alto sono difficilmente completabili in singolo, cosa che, ancora una volta, ci tiene a sottolineare la vena massiva da cui Fallout 76 è pervaso. La longevità, dunque, appare come uno dei punti di forza del titolo, ma bisognerà anche valutare come sarà supportato l’end-game nel tempo, attraverso gli aggiornamenti costanti e continui promessi da Besthesda.

L’elevato numero di missioni si ripercuote negativamente, però, sulla nostra vista: gli splendidi scenari di gioco vengono un po’ troppo “nascosti” da un HUD fin troppo invasivo, specie, appunto, per quanto concerne la lista delle missioni da svolgere. Dovrete praticamente dire addio alla parte destra della schermata di gioco, quasi sempre intasata dal listone di quest o eventi da concludere, che a volte vi faranno rischiare di lasciar morire il personaggio di stenti (gli indicatori di fame e sete risultano spesso nascosti). Niente di importantissimo, certo, ma ancora una volta ci troviamo di fronte ad una scelta stilistica discutibile e rivedibile.

A risultare solido ed inattaccabile è, invece, il matchmaking: trovare una sessione di gioco, almeno per quanto concerne i server di Xbox One, è veloce e piacevole, e ci fa piacere sottolineare come non ci siamo mai imbattuti in disconnessioni o altre problematiche di sorta legate al netcode. In realtà, in presenza di alleati, alcune volte ci siamo trovati a dover fronteggiare fenomeni di lag e di frame-rate cadente ai limiti dell’accettabile, cosa che però non è imputabile al solo netcode, anzi. I problemi, purtroppo, sono legati alla struttura anche tecnica del gioco, che spesso e volentieri ci mette di fronte a situazioni ai limiti del comprensibile, seppur ci regali un impatto visivo solenne e romantico più che mai, in particolare per chi è cresciuto a pane e Nuka Cola.

Le interazioni coi giocatori, però, non si limitano solo a completare missioni o ad esplorare insieme l’Appalachia: in Fallout 76 è presente anche un sistema di PvP, che per ora presenta delle funzioni limitate, ma che ci ha convinto. In pratica, è possibile uccidere i giocatori incontrati, ma poi risulteremo dei “Ricercati” con tanto di puntino rosso sulla mappa e tutti potranno venire a darci la caccia. A volte risulta però fastidioso essere uccisi continuamente sempre dalla stessa persona, soprattutto perché con la morte si perdono i materiali reperiti in giro, se non si riesce a tornare a recuperarli (meccanica che ci ricorda i “soulslike”), ma purtroppo l’essenza dei giochi online è questa e ci si deve fare il callo. Il PvP vero e proprio, comunque, verrà abilitato in futuro tramite patch, che introdurranno, tra le altre cose, anche nuove missioni e nuovi Vault. Insomma, se il supporto a lungo termine è uno delle vostre preoccupazioni, potete stare tranquilli sotto questo punto di vista.

Bello e impossibile!

L’Appalachia è un luogo bellissimo in cui andare in giro, vagando per ore ed ore senza una meta: non c’è centimetro che non abbia in sé tutta la devozione con cui Bethesda ha partorito la sua creatura, tutta la sofferenza nel metterla al mondo. E proprio questa sofferenza traspare in modo forte dal luogo, corrotto e distrutto dalle radiazioni, capace di generare creature orrende e pericolose, ma che allo stesso instillano pietà. Vedere vagare, sperduta e triste, una cerva a due teste non ha prezzo, e Bethesda lo sa: quello che abbiamo davanti è un titolo coraggioso, che però porta con sé tanti problemi, forse troppi, che riescono, miracolosamente, a non inficiarne la qualità complessiva.

Laghetti radioattivi, stagni acidi, città distrutte fanno da sfondo ad un’avventura epica e bellissima, ma vedere un ratto talpa che entra nell’asfalto come fosse burro è un’immagine emblematica, che non andrà mai via dalle nostre menti: da un lato il coraggio di mettersi in gioco, con creature mutate, orrende (ereditate dai precedenti titoli della serie), dall’altro la forte natura problematica, che speriamo col tempo sarà solo un ricordo.

Fallout 76 purtroppo è un gioco controverso, un titolo che non sembra essere completamente pronto ad essere immesso sul mercato: qualche mese di sviluppo in più, con tutte le rifiniture e le correzioni annesse, avrebbe portato un forte giovamento. Si presenta ai nastri di partenza tutt’altro che pronto ad iniziare la corsa e si vede: partendo dal framerate (raramente stabile) fino ad arrivare ai numerosissimi bug, si vede un gioco non ancora maturo che, probabilmente, diventerà ciò che era destinato ad essere con le prossime (si, siamo sicuri che le faranno) patch correttive. Procediamo con ordine.

Il framerate è il primo a finire sul banco degli imputati: su Xbox One X, versione da noi testata, è tutt’altro che stabile, finendo, in alcuni frangenti, per scendere sotto la soglia dell’accettabile, soprattutto perché ormai siamo nel 2018 e giochi con un framerate così osceno sono rari da vedere. Ci sono state situazioni in cui il nemico più arduo da affrontare non era il boss di turno ma proprio questo inaspettato quanto potente avversario: lo shooting di Fallout si presenta legnoso, ed il framerate tutt’altro che stabile non aiuta. Anche solo sperare di colpire un nemico mentre la telecamera sembra non rispondere ai comandi è un’utopia.

La situazione si fa differente se si utilizza un’arma da mischia, ma solo perché le possibilità di mancare un nemico che si trova a pochi centimetri da noi sono ben poche, non per altro. Per non parlare dei momenti in cui si prova a fuggire da una battaglia scattando: lì succede l’inferno, e non per lo scenario post-apocalittico del titolo, ma per la difficoltà nel capire dove si sta andando a causa della quasi impossibilità di vedere l’ambiente circostante con chiarezza. Tutto questo funziona molto meglio con la visuale in prima persona, dato che, in terza persona, tutto si fa molto più confusionario e risulta ancora più complicato riuscire a districarsi con successo.

La possibilità quindi di poter scegliere la visuale secondo il proprio gusto e le proprie attitudini è molto apprezzabile, ma avrebbero potuto e dovuto fare meglio, perché fatto sta che, a meno che non ci si voglia complicare ulteriormente la vita, si è quasi costretti a giocare in prima persona.

A questo si aggiungono poi i modelli poligonali obsoleti, che sembrano usciti dall’era PlayStation 3, che pure non aiutano, numerosissime compenetrazioni poligonali non giustificabili e alcuni bug inerenti il sistema di illuminazione (da un metro all’altro la luce cambia del tutto, come se fosse una dimensione parallela). Altro neo della produzione sono i caricamenti: quando si entra o si esce da un edificio, da un dungeon o da qualsiasi altra cosa ne richieda uno, il gioco a volte carica anche per un bel po’ di tempo, il che non ci è piaciuto molto, soprattutto perché, una volta terminato il caricamento, ci sono comunque momenti in cui il personaggio è impossibilitato a muoversi e risulta essere un bersaglio facile per i nemici che si trovano nelle vicinanze.

Nonostante i molti problemi di natura tecnica, Fallout 76 è un titolo artisticamente ispirato, ricco di creature fantastiche, dotato di una draw distance veramente impressionante, in grado di mostrarci scorci strabilianti, e, se a questo si aggiunge il fatto che ciò che si vede è liberamente esplorabile (mostri permettendo), il tutto acquisisce un valore ancora più grande, capace di spingere il giocatore a chiudere un occhio (o anche due) di fronte a una tale quantità di problematiche.

 

I don’t want to leave Applachia, oh no no no no no

Ciò che rende Fallout 76 ancor più bello da sviscerare da cima a fondo è la colonna sonora. Nonostante sia caratterizzata da brani già presenti all’interno della soundtrack di Fallout 4, le musiche che accompagnano il nostro enorme e minaccioso viaggio sono tutte splendide e carismatiche, capaci di rapirci e farci volare sulle note di un’altra epoca, sì, ma mai così vicine ai nostri cuori.

Radio Appalachia trasmette senza sosta pezzi iconici come Tons (Tennessee Ernie Ford), I Didn’t Know The Guns Was Loaded (Patsy Montana), Keep a Knockin’ (Milton Brown), Civilization (Danny Kaye & The Andrew Sisters), Nobody’s Fault But Mine (Blind Willie Johnson), Wouldn’t It Be Nice (The Beach Boys), Bubbles In My Beer (Bob Wills) e tantissimi altri ancora, rapendo il giocatore e trascinandolo in un turbine di emozioni e, perché no, una vena di umorismo e di ottimismo a volte quasi fuori luogo, se contestualizzata all’opprimente e raccapricciante mondo di gioco. Ancora una volta, a controbilanciare tale bellezza, ci pensa un comparto audio caratterizzato da una sorta di strano “bug” nel campionamento delle tracce audio. In soldoni: quando si entra o si esce da un edificio, il livello sonoro complessivo schizza alle stelle, per poi ritornare alla normalità o scemare di colpo, rendendo quasi impossibile udire le soundtrack in sottofondo. Questa situazione, però, ci appare alquanto facile da sistemare e crediamo verrà riportata in asse al più presto.

Niente da dire sul doppiaggio (abbiamo ascoltato solo quello italiano) dei vari figuri incontrati in West Virginia: il tutto funziona a dovere, e persino le poco invitanti minacce di morte di Supermutanti e Ardenti vari ci sono sembrate ben scandite dalle voci dei doppiatori scelti e, perché no, piacevoli da ascoltare. 

Verdetto

Fallout 76 è, rifacendosi un po’ anche allo stile del titolo stesso, una vera e propria droga: assuefacente, capace di trasmettere un grande piacere al momento ma che, in fin dei conti, può fare veramente male.

La bellezza, impossibile da spiegare in parole povere, di una libertà di azione ed esplorativa, resa possibile da un mondo vasto e completamente sondabile e da una quantità di attività da svolgere pressoché infinita, senza dimenticare le numerose possibilità nella personalizzazione del vostro alter-ego, sotto il profilo delle skill e delle abilità possedute, è incredibilmente contrapposta, quasi con la stessa forza, ad una serie di problematiche serie e difficilmente ignorabili o giustificabili. Se si vuole chiudere un occhio (e magari anche due) dinnanzi ad un comparto grafico vetusto ed inadeguato, tale è la magnificenza del mondo di gioco, lo stesso non si può dire del comparto tecnico/strutturale del titolo, in alcuni casi capace di diventare frustrante come pochi. Munirsi di un calendario, con annessi eventi religiosi, mentre si porta a termine un’attività o l’altra è probabilmente una buona idea, perché spesso e volentieri vi ritroverete ad affrontare non soltanto le numerose orde nemiche, ma anche uno spietato alleato ostile: il frame-rate. In alcuni casi, almeno su Xbox One X, la stabilità dei fotogrammi è calata anche sotto i 20fps, cosa che ha reso gli scontri difficilmente gestibili, un vero inferno.

La situazione non migliora nemmeno se si analizza il gameplay in sé. I bug sono numerosi, e ci è anche capitato di incappare in una missione totalmente “buggata”, impossibile da completare: l’obiettivo della missione è un oggetto col quale è impossibile interagire, e dopo oltre 60 ore di gioco quella missione è ancora lì. Anche i nemici sono afflitti da numerose problematiche: spesso appaiono e scompaiono, pattinano sul terreno (quasi fanno concorrenza alla spettacolare Carolina Kostner!) in modo innaturale o semplicemente risultano impossibili da colpire, causa frame-rate e lag di sorta. Il tutto, sommato ad una difficoltà tarata fin troppo in alta (ci riferiamo al gioco in singolo), che può portare ad un senso di impotenza fin troppo elevato, rischia, potenzialmente, di generare un esodo prematuro dai server di gioco.

Nonostante tutto, non ci sentiamo di inserire questa evenienza tra le opzioni plausibili: Fallout 76 è un prodotto dal potenziale enorme, e se i problemi segnalati, magari anche non subito, verranno sistemati, la speranza di ritrovarci per mano un vero e proprio gioiello ludico è più che motivata. Il comparto narrativo è di primissimo livello, con missioni principali, secondarie, persino eventi dinamici, che raccontano sempre un pezzo di storia dell’Appalachia e di come il mondo è diventato dopo che il Vault 76 si è chiuso. In compagnia di amici, poi, grazie anche ad un sistema di perk e potenziamenti veramente attraente, il titolo migliora esponenzialmente. Peccato, in questo caso, per l’impossibilità di condividere la stessa missione coi compagni di squadra, cosa che, siamo sicuri, verrà sistemata col passare del tempo. Nulla da dire sul netcode: trovare una sessione è veloce e non genera mai fastidio, ed il lag, purtroppo, è imputabile più che altro al comparto tecnico. Stupenda, poi, è la colonna sonora: viaggiare tra un rospo gigante ed un’allegra banda di Supermutanti che vi guardano come se foste un Kebab sulle note di Radio Appalachia è un’esperienza indimenticabile, al netto di tutte le problematiche di sorta.

E poi non dimentichiamo che il titolo avrà un supporto infinito, stando almeno alle parole di Bethseda, che probabilmente comincerà con l’introduzione di meccaniche interessantissime, come il PvP e nuovi eventi giornalieri.Fallout 76 è un gioco pieno di problemi, è vero, ma se siete abbastanza fiduciosi (noi lo siamo) nei confronti della creatura (non radioattiva) di Bethesda, dategli pure una possibilità, ma attenzione: al momento, nonostante non si legga da nessuna parte, c’è una bella scritta “lavori in corso” incisa sul disco di gioco e ci vorrà un po’ perché vada via. Ma quando lo farà…

Fallout 76 – Recensione
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