L’eterna lotta tra fantasy e Medioevo: far coesistere letteratura e storia

Se vi chiedessimo di pensare a un’ambientazione fantasy il vostro primo pensiero andrebbe probabilmente a rocche turrite, ponti levatoi, cavalieri in armature scintillanti che scrutano i contadini con alterigia: in una parola al Medioevo.

L’età di mezzo della storia in effetti ha fornito alcune delle più note ambientazioni per il genere. Dal Signore degli Anelli alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, l’elemento medievale sembra difficile da separare dall’elemento fantastico. Certo, esiste molta letteratura completamente priva di rimandi a quel periodo storico, ma ciò non toglie che vi sia una certa predominanza.

Stabilito ciò va detta anche un’altra cosa. Di fronte alla stragrande maggioranza della produzione fantasy mondiale, uno storico medievista rischia un collasso per il troppo orrore. Non c’è da sbagliarsi: il fantasy è un pessimo modo di divulgare il Medioevo, i suoi usi e costumi, le sue complesse dinamiche sociali, politiche ed economiche. Un conflitto nato da una serie di insanabili differenze (che va ben oltre la sola presenza dei draghi).

A voler esagerare, potremmo affermare che fantasy e Medioevo siano nemici per natura. Che vi siano differenze insanabili corrisponde a verità. Così come il fatto che siano davvero troppe per poterle elencare tutte. Proviamo allora a parlare di quale possa essere il vero motivo dietro alla spaccatura tra fantasy e Medioevo. Nel mentre potremmo anche cercare qualche caso in cui il fantastico sia riuscito a rappresentare al meglio l’età di mezzo, fornendo una trasposizione interessante della Storia in ambito narrativo.

L’idea di fantasy, l’idea di Medioevo

Il primo problema, se si vuole parlare dell’utilizzo del Medioevo nella letteratura fantastica, è quello di dover affrontare il preconcetto sorto attorno a questo periodo storico. Il nome stesso nasce come una distinzione negativa, utilizzata in ambito umanistico, per distinguere un momento di riscoperta e fervore culturale, il Rinascimento, dal periodo classico. Ciò che restava tra due epoche luminose stava “in mezzo”: per l’appunto, il Medioevo.

Un periodo storico sottovalutato e bistrattato, nonostante contenga in sé i semi dell’Illuminismo, del pensiero scientifico e razionale, delle conquiste sociali e culturali del mondo occidentale. Un’epoca ancorata a un immaginario comune distorto. Di tale preconcetto sul Medioevo si è occupato uno dei principali storici del settore, Giuseppe Sergi. Nel suo L’idea di Medioevo – fra storia e senso comune, Sergi analizza questo periodo storico e come esso sia visto nell’immaginario condiviso dell’umanità. Quella generale convinzione di trovarsi di fronte a un’epoca oscurantista. A questo si unisce anche il “livellamento” attribuito a dieci secoli di storia, l’idea che usi e costumi siano rimasti invariati dal 476 al 1492. Un testo che consigliamo per riuscire a scardinare molti dei luoghi comuni sorti al riguardo.

Questo aspetto, tuttavia, ci introduce a quello che è a tutti gli effetti è il grande problema che nasce quando l’età medievale si confronta con la letteratura. Pochi tra gli autori di fantastico hanno sufficienti conoscenze del periodo. A essere onesti questo genere di errori sul Medioevo esiste anche fuori dal fantasy. Pensiamo a Ildefonso Falcones, il quale basa le prime pagine del suo libro La Cattedrale del Mare su un falso storico, lo ius primae noctis. Non molto diversi gli errori di Ken Follett e Umberto Eco, che fanno mangiare ai propri personaggi piatti a base di patate e peperoni.

Potremmo dire che sin dai tempi di Sir Walter Scott il Medioevo sia stato oggetto di errori nella letteratura. La scarsa cura per la ricostruzione del periodo presente nel fantastico non è che una mera conseguenza di un immaginario comune per cui il Medioevo era e resta un periodo negativo della storia umana. Quella convinzione che ha coniato il termine “Secoli bui”.

Confrontarsi con la Storia

Appare quindi scontato che il Medioevo del fantasy sia, a sua volta, frutto di questa deformazione culturale. Raramente le persone decidono di andare oltre ai testi scolastici per indagare la storia e gli autori (di qualsiasi genere) non fanno eccezione. Si potrebbe pensare a un dato molto semplice: pochi autori hanno effettive conoscenze del periodo che scelgono di rappresentare. Ancora meno sono quelli che decidono di dedicarsi a una ricerca per ottenere informazioni corrette da elaborare. Quante volte, alla fine di un libro fantasy, un autore ha scelto di fornirci una bibliografia dei testi consultati per creare la sua ambientazione? Non molte, nevvero?

L’età medievale resta tra le più sfruttate, forse, solo per un blando istinto di emulazione. In fondo quei dieci secoli sono gli stessi che J.R.R. Tolkien utilizzò (tra le altre cose) per la mitopoiesi del Legendarium. Tale scelta era tuttavia resa possibile dalla sua vasta conoscenza della letteratura del Medioevo. Le sue competenze sulle saghe nordiche, del ciclo arturiano e di molti altri scritti resero naturale al Professore di Oxford la rielaborazione di queste opere per la creazione di Arda. Si trattava del suo argomento favorito e del suo campo di studi da tutta la vita.

Non si può dire lo stesso per molti altri autori successivi. Certo per alcuni, come Terry Brooks, la scelta di rappresentare un Medioevo con tratti fortemente diversi rispetto al normale deve essere stata studiata e ponderata. Ma in generale potremmo dire che tanti, troppi autori, abbiano tentato di cimentarsi con un argomento semplicemente troppo grande per loro.

Il paradosso dell’arco lungo

Questo ovviamente porta con sé numerosi errori e imprecisioni all’interno delle opere, diventando la croce del lettore con conoscenze di storia e la delizia del recensore. Un esempio diffuso è quello dell’arco lungo. Arma iconica degli Eldar, è divenuta nel tempo una delle più utilizzate da eroi ed eroine fantasy (e non solo), capaci di sfruttarla con micidiale precisione. Il tutto contrapponendo l’arco all’utilizzo di asce e spade, viste come armi adatte a guerrieri dotati di maggiore prestanza fisica.

Peccato che per tendere un longbow inglese, quello che vide il suo apice nel corso della Guerra dei Cent’anni, sia necessaria una forza non indifferente e un intenso addestramento. Eppure tanti (troppi) scrittori sembrano convinti che quest’arma non necessiti di alcuna prestanza fisica per essere tesa e utilizzata. Diventano quindi innumerevoli i casi in cui l’arco è stato usato a sproposito all’interno del fantastico. Un esempio per tutti: nel suo Gli eroi del crepuscolo, Chiara Strazzulla fece scagliare su un esercito nemico una salva di frecce da vecchi, donne e bambini giunti sulle mura di una città assediata, armati con gli archi degli uomini impegnati nella battaglia. La scena, probabilmente, serviva a dare un’idea della tenacia con cui la popolazione avrebbe difeso le proprie case. Purtroppo dava per scontato che un arco fosse alla portata di persone prive della forza e dell’addestramento necessario per utilizzare l’arma.

L’arco non è che un esempio. L’utilizzo errato di oggetti e concetti di origine medievale si potrebbe applicare anche ad altre situazioni. Dalla semplice visione della monarchia presente in molti romanzi, ad aspetti più complessi della vita quotidiana, degli usi e dei costumi. Case di contadini dotate di cucina, villaggi medievali con biblioteche pubbliche, sistemi di tassazione anacronistici, assenza di strategia militare negli eserciti e guerre combattute sempre in battaglie campali, un clero privo di struttura e invariabilmente composto da figure misogine e oscurantiste. Questi sono solo alcuni degli aspetti lasciati spesso sospesi dagli autori e rappresentati in maniera errata. Di fronte ai continui errori la domanda più banale potrebbe essere: perché prendere come modello un periodo storico che non si conosce?

La propria storia come modello di riferimento

Come visto, la scelta di sfruttare il Medioevo fu per Tolkien naturale. Era una materia conosciuta (e amata), che seppe rielaborare proprio per il fatto di avere competenze in materia. Va anche detto che non tutto nell’ambientazione del Signore degli Anelli rimanda all’Età di Mezzo. Alcuni elementi, come la vita e le abitudini degli hobbit, rimandano piuttosto alla biografia dell’autore.

Un sentimento che troviamo anche negli autori contemporanei e immediatamente successivi a Tolkien. Se pensiamo al Ciclo di Earthsea possiamo notare come Ursula K. Le Guin si sia ispirata a concetti a lei noti. Il linguaggio di Terramare e lo stesso sistema su cui si basa la magia nel mondo di Ged è ispirato al suo essere una glotteta. Al pari di quanto fatto da Tolkien il linguaggio diventa uno dei cardini della sua opera, ma non solo. In Earthsea si riscontrano anche le influenze degli studi del padre, Alfred Kroeber, noto e discusso antropologo. La civiltà delle isole non sembra quindi rimandare spesso all’età del bronzo piuttosto che all’epoca medievale.

Ma il passato non è che una fonte di possibile ispirazione tra le molte. Più o meno negli stessi anni di Earthsea anche Michael Moorcock diede alla stampe la sua opera più celebre, il ciclo di Elric di Melniboné. E lo fece ispirandosi anche alla sua contemporaneità, al disfacimento dell’Impero Britannico e alla sua nuova posizione di potenza subordinata nel mondo. Melniboné è un’isola i cui abitanti, un tempo forti e dominatori del mondo, si trovano ora privi del proprio impero, odiati da quei popoli che un tempo avevano sottomesso. Non troppo diverso da ciò che accadde alla Gran Bretagna nel Secondo Dopoguerra.

Insomma, il Medioevo è sì una fonte di ispirazione per il fantasy. Ma non l’unica. E, soprattutto, resta una fonte difficile a cui attingere. Un periodo lungo dieci secoli e con complessità sociali e culturali capaci di far tremare uno storico. Figuriamoci un neofita.

fantasy medioevo

Le fonti come fonte d’ispirazione

Giunti a questo punto si potrebbe pensare che il fantasy e il Medioevo non debbano mai incontrarsi. Che l’unica soluzione praticabile sia quella di lasciar perdere i dieci secoli medievali per dedicarsi ad altro. Certo, la soluzione di scegliere periodi storici diversi di per sé non è sbagliata (anzi, appare apprezzabile). Ma ciò non pone un veto sull’utilizzo del Medioevo come base per un romanzo fantasy. Si potrebbe dire che lo sfruttare questo filone sia condizionato a un’attività: quella di studio.

La scrittura di ogni romanzo, specie se fantasy o storico, è sempre subordinata alla ricerca delle fonti utili per realizzare l’ambientazione migliore possibile. Sfruttare, insomma, la Storia per la storia. L’esempio oggi più noto è quello delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. George R.R. Martin non ha fatto mistero delle ispirazioni derivanti dalla storia inglese e dalle traversie legate alla dinastia dei Plantageneti tra i Secoli XIII e XIV per la creazione del proprio Gioco del Trono.

Si potrebbe obiettare che Martin insista troppo sui rapporti tra le grandi casate e non abbastanza sulla vita della popolazione, lasciata ai margini della narrazione. Tuttavia è difficile negare che la rielaborazione da lui effettuata sulla storia inglese sia realizzata male. L’operazione compiuta dall’autore statunitense è l’esempio concreto di un concetto: dove mancano le conoscenze si può sempre studiare per riuscire a ottenere informazioni e creare un’ambientazione capace di essere, almeno, tollerata da un appassionato di storia.

Genovese, classe 1988. Laureato in Scienze Storiche, Archivistiche e Librarie, Federico dedica la maggior parte del suo tempo a leggere cose che vanno dal fantastico estremo all'intellettuale frustrato. Autore di quattro romanzi scritti mentre cercava di diventare docente di storia, al momento è il primo nella lista di quelli da mettere al muro quando arriverà la rivoluzione letteraria e il fantasy verrà (giustamente) bandito.

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