Un Viggo Mortensen strepitoso

Avete presente i fratelli Peter e Bobby Farrelly? I re delle commedie di successo con protagonista Jim Carrey, come Io, me & Irene, Scemo & più Scemo, Scemo & più Scemo 2, o il divertente Amore a prima svista con Jack Black e Gwyneth Paltrow?

Uno dei due fratelli, per l’esattezza Peter, ha deciso che è giunto il momento di diventare “grande” e misurarsi con un film da regista in solitaria, cambiando totalmente genere rispetto agli standard che l’hanno reso famoso ed apprezzato.
Questo importante passo nella sua carriera porta il nome di Green Book, presentato alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, basandosi sulla vera storia di Don Shirley e Tony “Lip” Vallelonga.

 

 

Siamo nell’America degli anni ’60 e Tony Lip (Viggo Mortensen), ex buttafuori nei Night Club, si trova ad accettare un lavoro per Don Shirley (Mahershala Ali), un pianista afro-americano e vero e proprio talento della musica. L’uomo dovrà fargli da autista e, in un certo senso, da guardia del corpo, accompagnandolo in un intenso tour nel sud degli States, attraversando regioni ancora profondamente razziste e che quindi non accolgono benissimo (per usare un eufemismo) il maestro Don Shirley.

Iniziando la visione di Green Book non possiamo che restare incantati ad ammirare sempre di più un attore gigantesco come Viggo Mortensen, vero e proprio trasformista che negli anni si è calato in ruoli tremendamente distanti tra loro ma sempre con lo stesso risutato: straordinario. Il suo fisico ora imbolsito veste i panni di Tony Lip, un italo-americano rozzo ma dal cuore buono, “terra-terra”, per usare un’espressione appunto popolare, ma soprattutto una persona con cui chiunque alla fine non può che trovarsi bene, riconoscendo le squisite doti umane dietro l’espressione e il modo di fare da duro. L’attore prende in mano le redini di Green Book e fa ciò che deve fare, tramutando un viaggio nel chiuso e bigotto mondo dell’America degli anni ’60, in cui il razzismo imperante poneva ancora le persone di colore alla stregua degli schiavi, in un racconto in cui si mescolano l’amore, la purezza dei sentimenti e soprattutto l’amicizia sincera.

Farrelly conosce i segreti della commedia e li mette al servizio di una storia dalle sfumature drammatiche, che dà vita ad un film piacevole da guardare e che non si può etichettare ed inserire all’interno di un genere o in un altro. Merito dello script su cui mettono le mani, oltre a Farrelly, Nick Vallelonga e Brian Hayes Currie, ma soprattutto di una regia attenta e di due attori di spessore.

Mortensen riesce ad oscurare Ali (peraltro anch’egli eccellente) con una performance straripante, autentica, che non ci azzardiamo a definire come la migliore della sua carriera solo perché il suo curriculum può vantare interpretazioni altrettanto sublimi, tuttavia quel Tony Lip sgraziato ma sempre sincero, con la sigaretta in bocca di continuo e le mani unte di pollo fritto entra da subito nei nostri cuori, così come in quell del co-protagonista Shirley. Il musicista è un uomo che, nonostante la considerazione e i trattamenti certo non di favore riservati alle persone di colore negli anni ’60, è diventato un artista incredibile e quindi apprezzato in tutta la nazione, dando vita a una serie di paradossi per cui si trova ad avere il posto auto riservato agli ospiti d’onore, per poi non poter mangiare nella sala ristorante dello stesso hotel, per via del colore della sua pelle. Questo fa di lui una persona triste, sola, denigrata dai bianchi e mal vista dai neri, che non considerano quest’uomo sempre ben vestito, con autista e maggiordomo, uno di “loro” ma anzi lo identificano come una sorta di traditore.

Sarà proprio la purezza d’animo di un personaggio senza filtri come Tony a far apprezzare e scoprire a Shirley tante di quelle cose di cui fino a quel momento si privava e a limare alcuni lati del suo carattere chiuso e riservato.

Il connubio perfetto tra i due protagonisti ci regala una bella storia di amicizia e solidarietà, in grado di superare tutte quelle sottotematiche straordinariamente importanti, razzismo in primis, che diventano solo lo strumento per arrivare a ciò. Green Book non rappresenta nulla di così innovativo, salvo per quanto riguarda il cinema di Peter Farrelly, ma allieta 130 minuti della nostra vita, facendoci uscire dalla sala con un grande senso di serenità.

green book

Verdetto

Green Book è il primo film in solitaria di Peter Farrelly, che si prende una pausa dalle collaborazioni col fratello Bobby per mettere in piedi un bellissimo racconto di amicizia, tratto da una storia vera ed ambientato nell’America degli anni ’60, nelle zone del profondo Sud, con un razzismo ancora molto forte. La storia è quella del musicista afro-americano Don Shirley e il suo autista bianco Tony Lip, impersonati rispettivamente dal Premio Oscar Mahershala Ali e un eccezionale Viggo Mortensen. Il risultato è un bel racconto, che scalda il cuore degli spettatori.

Se vi piace Green Book…

Possiamo consigliarvi sempre un film sul tema dell’amicizia nata tra due persone provenienti da realtà diverse, come Quasi Amici. Sulla tematica del razzismo invece sono diverse le pellicole che vale la pena guardare, ma per rimanere su storie vere o ispirate a fatti reali vi suggeriamo The Help e Race – Il colore della vittoria.
Infine, per apprezzare al meglio le doti interpretative di Viggo Mortensen vi consigliamo la visione di Captain Fantastic, dove potrete osservare l’attore in un ruolo totalmente diverso dal Tony Lip di Green Book, ma altrettanto eccezionale. Discorso simile si può fare per Mahershala Ali e il film che gli è valso l’Oscar: Moolight.

Green Book - Recensione
7.2Voto
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