“Il tennis non è uno sport come gli altri”

Borg McEnroe, diretto da Janus Metz ed interpretato da Shia Labeouf e Sverrir Gudnason, ci racconta la celebre rivalità tra i due tennisti, che si sono affrontati per ben 14 volte tra il 1978 e il 1981. La distribuzione nelle sale italiane avverrà a partire dal 9 novembre.

È indubbio che Borg McEnroe sia un film che abbia una diversa resa a seconda del pubblico. Non è la stessa cosa per chi ha vissuto in diretta quella mitica finale di Wimbledon del 1980 e quegli anni, e per chi, nato dai ’90 in poi, di quel tennis ha solo sentito parlare. Vedere Bjorn Borg eletto a re del tennis, quando si è conosciuto solo l’imperatore Roger Federer, non è facile, con quelle piccole racchette lignee, le magliette attillate, le fascette elastiche ai capelli che sembrano uscite dai Tenenbaums.
Un mondo diverso dove i nostri miti erano lontani anni luce, patinati nelle riviste o racchiusi in brevi momenti sul piccolo schermo e non alla distanza di un click o di un tweet.

È così che molti ricordano Borg e John Mac (come lo chiamavano i fan), due capelloni che saltavano in televisione accendendo i sogni dei ragazzi, tennisti e non. La finale dell’80 fu l’apice di un momento storico di cui nessuno si stava rendendo conto; di lì a pochissimo arrivarono la grafite e il metallo a far da cornice alle corde, e gli emuli del Re iniziarono a rendere vincente quel tedioso tennis da fondo campo che uccideva la fantasia.

Janus Metz, il regista svedese, mette in scena questo scontro epico con una capacità tipica degli americani, quella di rendere un uomo, un evento o un semplice gesto sportivo, una piccola appassionante odissea. Per farlo scova nella sua gelida patria una sorta di clone del Re e poi chiede al “cattivo ragazzo” di Hollywood, Shia LaBeouf di vestire i panni dell’incendiario John McEnroe, anche se fisicamente la somiglianza non è proprio il massimo.
Per il giovane Borg, invece, la scelta è ricaduta su Leo Borg, il figlio di Bjorn… Chi meglio di lui?
Il resto dei personaggi sono coreografia funzionale ai protagonisti (seppur ottimi attori).

Se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo, il film è un po’ sbilanciato verso lo svedese (sarà un caso? Non credo proprio), ma questo ci fornisce uno spaccato della vita di un uomo che si era consacrato all’eccellenza a dispetto di qualsiasi altra cosa. Il che ci fa capire coma mai sia “scoppiato” a 26 anni, decidendo di smettere. La sua necessità di essere il numero uno, non poteva sostenere la realtà di essere diventato il numero due.

Altra caratteristica che lo rende più o meno unico nel suo genere, è che le scene sportive funzionano meglio di quelle fuori dal campo. La partita diventa così una guerra in cui lo spettatore si cala totalmente e sembra quasi di viverla in diretta. È in quest’ottica che l’inizio del film risulta farraginoso e un po’ pesante nella presentazione del piccolo Borg nel suo ambiente naturale.

Si spinge molto sulla diametrale differenza tra i due tennisti, l’algido svedese contro l’acceso americano, la si ribadisce come facevano al tempo i giornali, forse anche per le nuove generazioni che non l’hanno vissuta. Per gli altri era tutto evidente, ma chi ha veramente tutto chiaro sono i due antagonisti che sembrano conoscersi meglio di chiunque altro sotto la loro patina pubblica e forse per questo diventeranno grandissimi amici.
Borg McEnroe è in sostanza un bel film d’intrattenimento in cui si partecipa attivamente a quella guerra.

A cura di Valerio Salvi

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Verdetto:


Il regista svedese Metz porta sul grande schermo la celebre rivalità sportiva dei due tennisti Borg e McEnroe, che si sono affrontati per ben 14 volte tra il 1978 e il 1981. Lo fa mettendo in scena questo scontro epico con una capacità tipica degli americani, ovvero quella di rendere un uomo, un evento o un semplice gesto sportivo, una piccola appassionante odissea.

[Festa del Cinema di Roma 2017] Borg McEnroe - Recensione
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