Un road trip nel tempo del lutto

Ispirato all’omonimo romanzo di Darryl Ponicsàn, che ha scritto la sceneggiatura insieme al regista, Last Flag Flying, prodotto da Amazon Studios, è stato presentato al New York Film Festival a fine settembre, mentre noi abbiamo avuto il piacere di vederlo alla Festa del Cinema di Roma, e verrà distribuito nelle sale statunitensi a partire dal 3 novembre.

Si tratta, verosimilmente, dell’unico film di guerra che avrebbe mai potuto essere girato da Linklater: non si combatte, non vi sono effetti speciali, non c’è una sola scena in cui si intuisca il sangue versato; ma si parla, si parla, quanto si parla…
Tuttavia si parla benissimo, con una leggerezza drammatica che forse può essere definita la vera cifra stilistica di uno dei registi della nuova scuola americana.

Siamo nel 2003, Larry “Doc” Shepherd, veterano ex marine interpretato da un magnetico e dolce Steve Carell, riesce a trovare, dopo numerose ricerche nel nuovissimo mondo del world wide web, i suoi due compagni con i quali ha servito il paese durante la guerra in Vietnam: Sal Nealon, a cui dà corpo e voce Bryan Cranston, e la sua nemesi il reverendo Richard Mueller, impersonato da Laurence Fishburne.

Intuiamo che tra i tre ex soldati riuniti c’è un legame, una sorta di vincolo che li unisce: il trauma vissuto negli anni della guerra e, in particolare, un episodio che viene accennato più volte durante il film.
La guerra ha lasciato nei tre delle ferite profonde che hanno suppurato in modo differente. Doc ha sviluppato nel tempo un carattere più riservato ed ha continuato a lavorare per il corpo dei Marines, Sal è diventato il proprietario sarcastico e disilluso di un bar e Mueller, dopo essersi convertito, ha preso i voti come pastore per la chiesa battista. Doc spiega ai due commilitoni ritrovati il motivo per cui è partito alla loro ricerca dopo ben 30 anni: deve seppellire suo figlio, marine rimasto ucciso in Iraq. Tre marine in congedo si scontrano così con quella che è la situazione attuale di quel particolare corpo militare, con la sfiducia verso il governo di un Paese che hanno amato e continuano ad amare, con la ferita ancora pulsante di una guerra senza motivo apparente.

Comincia così questa road trip comedy, in cui il tempo è quello del lutto, diluito e scandito da ricordi e momenti di riscoperta dell’altro, da dialoghi liberi dagli schemi che danno modo a Linklater di mettere in luce, come quasi sempre riesce a fare nei suoi film, la bellezza dell’umana quotidianità. Sicuramente in questo viene aiutato (non poco) dal cast fenomenale, sogno di ogni cineasta, che a discapito della sceneggiatura non sempre brillante, riesce a commuovere, a far ridere, a far sorridere e, quel che più è importante, a far sentire partecipe del dolore, del sentimento di amicizia, del senso di colpa, dell’amore provato da ognuno dei personaggi.
Forse è proprio questo il vero pregio del film (e dei film) di questo regista: le corde sfiorate son sempre le solite, ma il tocco è così delicato da essere diverso. E così ci ritroviamo in un turbinio di emozioni che ognuno di noi, nella propria vita, si è ritrovato a dover gestire e che, in fondo, son esattamente le stesse che ci rendono troppo umani, tutti allo stesso modo.

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Verdetto:

Last Flag Flying è il film che ci aspettavamo da un regista della parola come Linklater. Descrive con leggerezza malinconica il rapporto degli americani con la guerra (quella passata e quelle presenti), con la patria e le istituzioni attraverso il personale viaggio di riconciliazione e perdono di se stessi di tre marine in congedo che, grazie all’ironia (si ride davvero tanto!) e all’amicizia, riusciranno a metabolizzare i traumi e gli orrori della guerra.

[Festa del Cinema di Roma 2017] Last Flag Flying - Recensione
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