La 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma è stata ricca di eventi e anche di grandi soddisfazioni per noi di Stay Nerd. Ci sono cose che un cinefilo attende per anni, e riuscire a incontrare alcuni dei personaggi iconici e i più grandi miti della settimana arte è un’esperienza da pelle d’oca.

Durante la manifestazione abbiamo avuto quindi il grandissimo onore e privilegio di trovarci di fronte al maestro David Lynch e poter scambiare qualche parola con lui insieme ad altri colleghi della stampa. Il regista ha dimostrato tutto il suo essere eccentrico, dando a volte risposte secche parlando del suo cinema, ma articolandole donando sfoggio di tutta la sua fantasia quando gli è stato chiesto della pittura o dei sogni.

Sappiamo che inizialmente hai studiato arte per diventare pittore. Avevi già la passione per il cinema o è nata successivamente?

No, non mi interessava il cinema e non andavo nemmeno a vedere film. La mia ispirazione è stata Filadelfia. Una città sporca e folle. Quando sono arrivato lì per la prima volta l’ho amata da subito, con la sua architettura e questi colori intensi, gli interni dal cromatismo verde, le proporzioni strane della stanze e le tante fabbriche. Proprio da qui ho sviluppato un amore per le fabbriche e tutto questo lo troviamo nel mio primo film, Eraserhead.

Parlaci della tua collaborazione con Dino de Laurentiis. È vero che su Dune lui ha avuto l’ultima parola ma su Velluto Blu hai preteso di averla tu?

Sì. Per Velluto Blu Dino me lo promise, e io firmai dicendo che l’avrei fatto solamente con la garanzia del final cut, e così è stato. Co Dune in realtà sapevo già sarebbe stato il contrario ma ho firmato comunque.

Qual è il tuo processo di scrittura delle sceneggiatura? Viene concessa un po’ di improvvisazione?

No, non c’è improvvisazione piuttosto ci sono prove perché queste le percepiamo con tutti i sensi. Le idee nascono come dei frammenti. È come essere in una stanza e sapere che nella stanza accanto c’è un puzzle, completo e perfetto; allora qualcuno all’improvviso prende un pezzo del puzzle e lo tira nella tua stanza, e tu prendi nota: così nascono le idee, e da questi frammenti nasce quindi la sceneggiatura. Poi ovviamente devi tradurre le idee in film, ma per farlo bisogna essere sicuri che la strada intrapresa sia rispettosa dell’idea originale. E si deve essere tutti in sintonia per raggiungere questo scopo.

Che collegamento vedi tra i tuoi diversi film?

Strade perdute, Mulholland Drive e Inland Empire trattano tutti di Los Angeles. Questa è l’unica cosa che posso dire riguardo il concetto di collegamento.

Mulholland Drive è uno dei più grandi film su Los Angeles, uno di quelli che ci ha fatto capire l’anima di quella città. Hai parlato di Filadelfia, ma invece cosa ti affascina di Los Angeles?

La prima volta che arrivai a Los Angeles era notte e quando mi svegliai al mattina, e vidi il primo sole quasi svenni. Amo il fatto che non se ne vedono i confini e questo, tradotto nel mondo del cinema, vuol dire inseguire i propri sogni e fare ciò che si deve fare per raggiungerli.

Riassumendo, Filadelfia la ami per la sua bruttezza e Los Angeles per la sua bellezza?

È l’analisi più giusta (ride n.d.r.).

Mulholland Drive è nato come un progetto per la TV e poi se ne è fatto un film. Qual è la differenza tra creare per cinema e TV?

Sono esattamente la stessa cosa.
Tra l’altro grazie alla TV via cavo è possibile avere una storia che continui mentre un film finisce. Magari la televisione perde un po’ per quello riguarda l’aspetto video e il suono, ma ormai stanno facendo grandi passi in tal senso e la differenza è minima.

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Per Inland Empire ti aveva entusiasmato molto il lavoro che hai potuto attuare sul digitale. Qual è ora la tua opinione sulla differenza tra pellicola e digitale?

La pellicola è affascinante ma si sporca, si rompe e crea molti problemi lavorandoci, invece col digitale si possono fare milioni di cose ad apre ad un mondo fantastico. Oltretutto ora i progressi hanno avvicinato tantissimo il digitale alla pellicola. Molti pensano che il digitale sia troppo plastico ma ora ci sono delle tecniche che permettono di raffigurare una realtà organica.

Lo fa avvicinare anche al mondo della pittura?

Sì, si può manipolare l’immagine come si fa sulla tela e in tal senso possiamo dire che la fa avvicinare alla pittura.

Un pittore che ti ha ispirato?

Amo moltissimo Francis Bacon. Perché esplora fenomeni organici, c’è la distorsione della figure e in ciò è proprio straordinario. Devo dire che non tutte le idee che mi arrivano sono per il cinema, alcune ad esempio mi vengono per la pittura, e ogni volta che ne ho una che mi colpisce voglio subito realizzarla. A quel punto è pura questione di azione e reazione: metto giù l’idea, il dipinto reagisce e proseguo.

Un pensiero di David Lynch sui sogni?

Io amo i sogni e la loro logica, che per me solo il cinema può rappresentare degnamente. La logica dei sogni è vedere qualcosa che si muove, saperne il significato ma non riuscire a renderlo a parole. Potete anche provare a spiegarlo, ma chi vi ascolta non avrà mai la vostra stessa percezione e non vivrà mai la stessa esperienza che avete vissuto voi.

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