Durante la Festa del Cinema di Roma 2017, in seguito alla proiezione del film The Place, che vanta un cast importante tra cui figurano Mastandrea, Giallini, Papaleo, D’Amico, Puccini, Ferilli, Marchioni e non solo, abbiamo avuto modo di incontrare proprio il regista del film Paolo Genovese insieme all’attore Valerio Mastandrea.
I due artisti hanno risposto cordialmente alle nostre domande e a quelle di altri colleghi che erano lì con noi.

La prima domanda è proprio per il regista Paolo Genovese, che apre così le danze.

The Place è uno dei film italiani più attesi della stagione. Hai voluto fare questo film per continuare in modo più radicale il percorso della verità intrapreso con Perfetti Sconosciuti?

Genovese: No, non ci ho pensato assolutamente. Perfetti Sconosciuti e The Place sono legati dall’indagine sulla parte più oscura dell’animo umano, su quanto poco conosciamo le persone che stanno abitualmente al nostro tavolo nel primo film, e su quanto poco conosciamo noi stessi nel secondo.
Cercavo ad ogni modo di realizzare un qualcosa di diverso, perché quando hai un successo la conseguenza più importante è che ti fanno fare ciò che vuoi, e questa è una grande opportunità ma allo stesso tempo sai di avere un pubblico che si fida di te. Fare un film che fosse un po’ un parente di Perfetti Sconosciuti non sarebbe stato adeguato. Noi, per citare i fratelli Taviani, dobbiamo cercare di dare qualcosa che pensiamo potrebbe piacere al pubblico, non quello che si aspettano di vedere.

In The Place c’è comunque un aspetto caratteristico del tuo cinema, cioè la coralità.

Genovese: Sì, anche se ogni attore ha girato più o meno uno o due giorni, tranne Valerio Mastandrea che se vince il David stavolta lo prende come miglior scenografia (ride n.d.r).
Amo la Coralità perché mi piace raccontare più punti di vista. Il “Cosa sei disposto a fare per ottenere qualcosa in più” è un aspetto trattato da 10 punti di vista completamente diversi, in modo che anche lo spettatore possa riflettere per 10 volte in modo differente. Questo film ci violenta a trovarci in una determinata condizione e la coralità era fondamentale.
Il personaggio di Valerio non è definibile volutamente ma è “tutto”, perché è un film in cui ognuno si confronta con se stesso e non è facile stabilire se quel qualcuno o quel qualcosa con cui ci rapportiamo sia un dio o un diavolo o qualsiasi altra cosa.

Da questo particolare sfondo di recitazione è emerso qualcosa in grado di riflettersi con la vita dei singoli attori?

Mastandrea: Io non ho una storia da raccontare ma un ruolo, cioè dover aiutare qualcuno. Naturalmente mi riguarda come riguarda tutti, e mi ha fatto riflettere soprattutto per qualche sfumatura circa l’aiuto degli altri. La vita la cambiamo da soli nonostante gli altri possano esserci molto di supporto.

Genovese: La cosa molto interessante del personaggio di Mastandrea è che mentre istruisce il male prova pietà perché è costretto a farlo. Da un lato c’è la neutralità assoluta e dall’altro un secondo piano di lettura circa una minore o maggiore giustificazione rispetto a quello che doveva fare. Il ruolo di Valerio era di una difficoltà assoluta. Il sentimento che provava è emerso in un modo suggestivo, e si capisce che avrebbe voluto spingerli da una parte o da un’altra ma sapeva bene che non poteva farlo e questo dimostra ancora una volta l’empatia.

Mastandrea: L’empatia in questo era fondamentale. A parte le battute, il mio era un lavoro di scenografia pura e ad ogni ciak dovevo ascoltare delle cose e reagire di conseguenza. Poi io, del resto, cattivo sino in fondo non riesco proprio ad esserlo.

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Come avete fatto a compattare nei tempi di un film un argomento ripreso da una serie TV?

Genovese: Abbiamo ripreso l’idea e i personaggi dalla serie. Alcuni facevano parte della cultura americana e li abbiamo tolti, mentre altri li abbiamo aggiunti in base alle nostre esigenze. La difficoltà maggiore era nel donare un’andatura che ricordasse quella di un film, e al contempo riuscire ad intrecciare di più le storie e trovare dei finali veri e giusti per poter mettere un punto finale. Il processo di sintesi non spaventa quando hai una idea precisa.

Nato e cresciuto a Roma, sono il Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), i Castelli Romani, Francesco Totti, la pizza e soprattutto la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryan Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna mia moglie sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.