Tinte Alleniane e scorrevolezza, per uno script piuttosto banale

L’idea di assistere ad un nuovo film di Marc Webb non può non far drizzare le nostre antenne da cinefili. Il perché è presto detto: il regista, dopo aver esordito ad Hollywood consegnando agli almanacchi una piccola perla come 500 days of Summer (500 giorni insieme), divenuta in breve tempo una sorta di cult della commedia romantica, ha fatto il passo più lungo della gamba andando a dirigere i due The Amazing Spider-Man, con risultati che hanno trovato riscontri critici controversi, ma in conclusione senza dubbio lontani dall’essere dei film eccezionali. Senza far commenti, altrimenti privi di cognizione di causa, su Gifted, che è ora nelle sale, ci siamo approcciati a questo The Only Living Boy in New York – presentato alla Festa del Cinema di Roma – armati se non di belle speranze, quantomeno di molta curiosità.

Il protagonista della vicenda è Thomas Webb (Callum Turner), un ragazzo sulla ventina, alle prese con un forte disagio post-adolescenziale dovuto a diversi fattori, come l’essere innamorato di Mimi (Kiersey Clemons), una grande amica che però non contraccambia i suoi sentimenti, o come il fatto che non riesca a trovare una collocazione professionale né sociale, nonostante sia il figlio di un ricco editore, Ethan Webb (Pierce Brosnan), ma anche di una madre molto dolce (Cynthia Nixon) che soffre tuttavia di depressione. In questo contesto si inserisce W.F. Gerald (Jeff Bridges), nuovo bislacco ed alcolista vicino di casa di Thomas, e Johanna (Kate Beckinsale), bellissima amante di Ethan, la cui relazione extraconiugale verrà però scoperta da Thomas che proverà ad interromperla, per cercare di salvare il matrimonio dei suoi genitori e sopratutto per salvaguardare la salute di sua madre, ma di questo incastro sarà anch’egli vittima, finendo per innamorarsi di Johanna.

Una trama intrecciata quanto, a conti fatti, abbastanza banale, e non potevamo certo attenderci di più da Allan Loeb, sceneggiatore di Collateral Beauty. Non entriamo in dinamiche che non conosciamo ed evitiamo di chiederci cosa abbia spinto Webb ad affidarsi a lui, ma proviamo a spiegare piuttosto come abbia provato – e in parte sia riuscito – a salvare la baracca.

L’atmosfera che pervade l’opera ammicca sin da subito a quelle del maestro Woody Allen, sospesa tra le tinte radical chic dell’Upper West Side dove vivono i genitori di Thomas, nell’ambiente patinato delle case editrici di New York, tra cene dove si respira un certo snobismo e la sponda opposta, quella del Lower West Side, dove il ragazzo ha deciso di andare a vivere per cercare di allontanarsi da quell’ambiente che reputa evidentemente falso. Non capiamo bene come faccia a mantenere comunque un appartamento, quando il suo interesse verso il mondo del lavoro rimane aleatorio e misterioso, in un modo che a volte urta quasi la nostra sensibilità all’ennesima critica verso la professione del padre, senza che egli provi a muovere un dito per fare qualcosa di utile. Il radical chic 2.0 insomma, per un film che non si stacca mai da un certo tipo di ambienti ed anche in questo è vagamente alleniano.
Se il nostro caro Woody dovesse mai leggere queste righe, probabilmente avrebbe l’impulso di prenderci a legnate, ma è bene segnalare che nonostante il coacervo di situazioni e sentimenti dati in pasto agli spettatori non riesca mai ad avvicinarsi alla maestria di Allen, le buone intenzioni ed alcuni tratti dell’opera non sono affatto disdicevoli.

Webb infatti sa districarsi dalla confezione stereotipata preparatagli da Loeb, riuscendo con la sua regia a mantenere comunque alta la nostra curiosità mai affossata da uno sviluppo tutto sommato prevedibile, e servendosi dell’instancabile Jeff Bridges, che diventa un po’ la macchietta del Grande Lebowski, ma che è sempre un piacere vedere sul grande schermo.

In tutto questo troviamo una cornice gonfia di riferimenti e citazioni marchiane, da Ezra Pound a Bob Dylan, che aiutano senza dubbio Webb a creare quel sottobosco radical chic, in cui non può mancare la bottiglia di scotch davanti ad una macchina da scrivere.

Ma tutto questo è per forza un male? Assolutamente no. Non del tutto, almeno. Webb dimostra da subito di non volersi prendere dannatamente sul serio, permettendo persino al protagonista di portare il suo medesimo cognome, e servendoci una pietanza che probabilmente abbiamo mangiato tante volte, ma con un condimento che non dispiace affatto.
Ciò che un certo tipo di opere deve mantenere in maniera imprescindibile è la scorrevolezza, e in questo Webb fa centro. The Only Living Boy in New York, al di là dei difetti che possiamo imputargli, ha il grande pregio di saperci cullare, farci sorridere e stare bene per una durata perfetta (88 minuti), in compagnia di attori che sanno conquistarsi il nostro gradimento.

Verdetto:

Marc Webb deve lavorare su uno script senza altro poco audace, come quello servitogli da Allan Loeb. Il regista di 500 giorni insieme ci mette del suo, e tra tinte Alleniane, atmosfere radical chic e protagonisti importanti, riesce a metter su un’opera piacevole e scorrevole, seppur di certo non memorabile.

Nato e cresciuto a Roma, sono il Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), i Castelli Romani, Francesco Totti, la pizza e soprattutto la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryan Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna mia moglie sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.