Quanto può costare inseguire un sogno?

L’Europa dell’Est. Il periodo immediatamente dopo il crollo del muro di Berlino. Già queste poche indicazioni geotemporali possono creare l’atmosfera che si respira per tutto il lungo racconto della nascita e morte di uno dei locali più importanti per il rock polacco, un tempio dove si veneravano gli artisti capelloni e si immolava la propria innocenza nel nome del Rock: il Fugazi Music Club.

Dalle parole dello stesso fondatore di questa piccola oasi musicale, Waldek Czapski, il giovane Marcin Podolec imbastisce un racconto struggente e doloroso, confermandosi una delle stelle nascenti del fumetto polacco, firmando un diario di seconda mano, per così dire, dove il flusso di coscienza tipico di chi racconta a voce la propria vita è punteggiato da tante trovate grafiche e voli pindarici eclettici.

Fucked Up

Il locale, che sarebbe poi diventato un punto di riferimento della scena giovanile dell’intera Varsavia, nasce come un club adibito alla vendita di bomboloni alla marmellata e coca cola, incastrato in un ex circolo culturale.

Da questo piccolo trampolino di lancio, Waldeck e i suoi tre amici, Bogus, Jareczek e Adam, reinventarono completamente il modo di far vivere la musica ai loro coetanei, iniziando a proporre concerti di gruppi sia emergenti che affermati, cercando in ogni momento il modo migliore per far crescere la loro idea, coltivando il sogno con tutto l’entusiasmo che i vent’anni possono darti.

unnamedIl nome del Club, Fugazi, riassume perfettamente tutto il background musicale e sociale del periodo, laddove, Fugazi è una canzone dei Marillion, una band hardcore e soprattutto è un acronimo caro ai militari americani di stanza nel Vietnam: ‘Fucked Up, Get Ambushed, Zipped Up’, che descrive con la fredda ironia militare una situazione senza via d’uscita. Ed è questa la sensazione che serpeggiava tra Waldek e i suoi amici, un senso di vuoto e inadeguatezza peggiorato fortemente dal periodo storico di cambiamenti e incertezze che avvolgeva tutto come una nebbia velenosa.

La storia raccontata da Podolec si svolge in tre grossi tronconi, che rappresentano la vita e la morte del Fugazi Music CLub, a cominciare dalla stanza affittata in un condominio, fino al mitico cinema W-S, riadattatto, modificato, decorato e istoriato da Waldek e compagni per essere la mecca della cultura underground che tanto aspiravano a creare.

In quel periodo, su quel palco oscuro, hanno suonato decine e decine di gruppi della scena hard core polacca, artisti stranieri, tra cui forse anche i Green Day durante il loro tour europeo, è stata spacciata droga, sono nati amori e ci sono state risse, e su tutto, le urla costanti della folla in delirio, come perfetta colonna sonora arrabbiata di una gioventù che cercava la propria identità.

FMC non è solo una piccola perla giornalistica, non è solo una storia, è soprattutto il ritratto di un’epoca che molti di noi europei neanche possono immaginare. Un momento in cui il grigio della dittatura comunista stava cercando di essere spazzato via, dove la popolazione ancora impreparata a cambiare si trovava smarrita e senza meta. I ragazzi del Fugazi rappresentano più di ogni altra cosa, la personificazione del futuro inteso come intraprendenza, voglia di fare e manifestano tutta la forza di cui sono capaci per inseguire il loro sogno, tralasciando la loro famiglia, modificando le loro abitudini, votati completamente alla causa del Locale.

Purtroppo, il loro entusiasmo e la loro naturale dedizione si dovranno scontrare con una realtà fatta di tante sfaccettature, molte delle quali per niente piacevoli e anzi pericolose e dannose. Waldek e i suoi amici proveranno sulla loro pelle il doloroso  bruciante senso di abbandono, riassunto perfettamente nel titolo della canzone di Jimmy Cox: Nobody knows you when you’re down and out (nessuno ti conosce quando sei povero e disperato).

In un turbinio di emozioni, l’avventura del locale giunge a una fine, una conclusione che quasi non avremmo mai voluto arrivasse e, come se anche l’autore si trovasse spiazzato dall’essere giunto al capolinea, la parola Fine è quasi nascosta al termine della pagina, come per scomparire, perché dopo la lettura del testo tutti vorremmo che quel locale ci fosse ancora…

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Graphic Documentary

Al pari delle graphic novel, esiste anche questa categoria arbitraria in cui i critici hanno scelto di classificare tutte quelle opere a fumetti che in qualche modo narrano storie realmente accadute, in cui sono disegnate le interviste con personaggi importanti (o meno). Insomma, è una categoria inutile esattamente come la Graphic Novel, ma assolve al compito di calmare gli animi di chi deve organizzare gli scaffali delle librerie.

Podolec ha svolto bene il suo compito, rimanendo sempre assolutamente fuori dalla storia, senza entrare in facili moralismi, sospendendo il giudizio e lasciando che fosse Waldek a raccontare la storia, la sua storia, limitandosi a trascrivere le sue parole e a sottolinearle con disegni e sequenze a matita.

Lo stile usato dall’autore polacco è minimalista, fatto di linee grezze e grossolane, ripassate più volte, in alcuni casi pasticciate, dove il segno della matita non è mitigato dalla china, dove tutto il nervosismo espresso dalle parole di Waldek viene travasato direttamente sulla carta, graffiando le tavole, realizzando un tratto che è sgretolato quasi quanto l’intonaco e i muri dei grigi condomini di dieci piani che sovrastavano il Fugazi nei tempi in cui era aperto.

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Lo stile ricorda molto, anche se in versione addolcita, il tratto duro di Craig Thompson nel suo Blankets, con richiami ad altri autori, come Ciryl Pedrosa di Portugal. Nonostante queste seppur vaghe somiglianze, Podolec ha un tratto personale e riconoscibile, che appunto lo rappresenta ancor prima di rappresentare i suoi personaggi. La resa artistica è molto originale, con vignette sparse qua e là nelle pagine, con un’anarchia narrativa e grafica che serve a rafforzare il sentimento di ribellione che lo stesso Fugazi rappresentava nel mondo della musica underground polacca.

Non c’è colore, non nel senso classico almeno: l’autore ha scelto di disegnare tutto in bianco, blu e nero, riservando il tratto più realistico solo per la rappresentazione degli artisti che si sono esibiti nei due anni d attività del club, associando un disegno più cartoonesco e semplice per il resto del vastissimo cast che naviga tra le oltre 170 pagine di racconto.

La narrazione in quanto tale è fortemente influenzata dallo spirito stesso del progetto: essendo la rappresentazione grafica di una lunga chiacchierata tra Podolec e Walec, il susseguirsi degli avvenimenti, lo svolgersi delle vicende è filtrato dalla memoria dello stesso protagonista che salta talvolta da una parte all’altra, lasciando dei vuoti che verranno poi colmati in un secondo momento. Per questo è un testo che richiede molta attenzione, non è una lettura facile e soprattutto non è una lettura leggera, non tanto perché è noioso (questo MAI), ma perché è drammatico, fortemente drammatico, un piccolo e cupo amarcord grigiastro e fumoso.

Memoria storica

Fugazi Music Club non è solo fumetto. Il volume edito da Bao è molto di più. Non fermatevi alla parola fine, perché girando la pagina vi troverete catapultati in un altro mondo, in una sezione dove potrete vivere quasi Live le incredibili serate al Fugazi. In una estensiva galleria fotografica, sono stati immortalati e stampati per voi i più bei momenti del Club, tra folle urlanti, band sudate e vecchi manifesti. Non mancano le foto degli stessi protagonisti, Waldek, Adam, Bogus e  Jareczek, e del locale dopo la sua fine, vero ritratto dell’epoca.

Come lo stesso Waldek chiosa a fine volume, Oggi il Fugazi non potrebbe esistere, figlio del suo stesso tempo, un tempo ‘favorevole alla libertà, in cui tutto era possibile!’

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