Ghiaccio di Fabrizio Moro e Alessio De Leonardis può sembrare il solito film sulla boxe. Ma per molti può tramutarsi in un breve e malinconico viaggio nella fine degli anni ‘90

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n uomo annaffia le piante sul suo balcone di casa mentre accende una radiolina. È domenica, riconosciamo alcune delle storiche voci degli speaker di Tutto il calcio minuto per minuto. Uno di questi prende la linea e annuncia che l’Inter è passata in vantaggio con un gol di Ronaldo. No, non CR7. Ronaldo il fenomeno, Luis Nazário da Lima: è il 1997.
Il silenzio regna sovrano nel pomeriggio di questo quartiere della periferia romana. Improvvisamente mi sembra di ricordare nitidamente i pomeriggi di quegli anni, quando appena decenne mi ritrovavo a giocare a calcio insieme ai miei cugini, nel prato sotto casa di mia nonna. C’era lo stesso silenzio assordante. In quegli anni probabilmente si usciva meno rispetto ad adesso; si stava molto più in famiglia.

Sono queste le sensazioni che avverto in questi primissimi minuti di Ghiaccio, esordio registico di Fabrizio Moro, affiancato da Alessio De Leonardis.
Le famiglie della periferia romano restano per lo più a casa, a pranzare coi parenti, con la tavola imbandita, le nonne che continuano a riempire i patti, il fumo delle sigarette quando ancora non esistevano quelle col tabacco riscaldato o le elettroniche, la TV sintonizzata su Domenica In, Buona Domenica o Quelli che il calcio. In alternativa la radio, chiaramente su Radio Rai, Tutto il calcio minuto per minuto.

Fuori dalle mura domestiche, per le strade si avverte a malapena il chiacchiericcio che arriva dalle case. La telecamera di Moro e De Leonardis si sposta nelle strade desolate, su un uomo che scende per andare verso la sua macchina. Viene freddato da due colpi di pistola mentre la radio annuncia che la Roma è passata in vantaggio sul Lecce grazie a un gol di Francesco Totti. Se andiamo a cercare il tabellino dell’incontro, scopriamo che si tratta del 14 settembre 1997. Un brivido percorre la mia schiena quando mi balza alla mente che quel giorno ero allo stadio con mio padre. Anche Giorgio Orsini (Giacomo Ferrara), figlio di quell’uomo che abbiamo appena visto assassinare nel film, è all’Olimpico, ma chiaramente non in compagnia del genitore.

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Ho scelto di parlarvi di questi aspetti, di questi sottili legami tra fiction e realtà, perché quello che evocano le ambientazioni e la scenografia di Ghiaccio rappresentano il vero plus dell’opera. Sostanzialmente, abbiamo a che fare con un classico film in cui uno sport come la boxe rappresenta il modo di un ragazzo di periferia di uscire da un ambiente pericoloso, in cui serpeggia la criminalità. Quando nasci in certi posti, “è più difficile essere buono”, afferma Giorgio.

Sono ormai passati due anni da quel triste giorno, è il 1999, e Giorgio e sua madre cercano in qualche modo di pagare i debiti che il padre gli ha lasciato in “eredità”. Debiti con boss locali, assai pericolosi.
Cercare di farsi una vita non è facile per il ragazzo, in queste condizioni, ma ad aiutarlo e a credere in lui c’è Massimo (Vinicio Marchioni), ex pugile che ripone in lui la speranza di un futuro roseo e del grande successo, quello che lui non è mai riuscito ad ottenere. Storie di rivalsa tra i protagonisti e i secondi, che si incrociano, come spesso – quasi sempre – accade nei film che parlano di boxe.
Giorgio è ormai ad un solo incontro dalla possibilità di diventare professionista e provare a cambiare per sempre il suo futuro, ma di impedimenti in questo percorso ce ne sono tanti.

Eppure lui ci prova, deve farlo. Si allena e corre per le strade con la solita felpa che ormai sembra impressa sulla sua pelle; una blusa grigia col cappuccio che sulla schiena ha cucito il numero 10 e la scritta TOTI. Sì, con una T sola perché l’altra si è staccata ma ormai Giorgio ci è affezionato e non vuole buttarla. Del resto glie l’ha regalata il padre: “è stato l’unico regalo che m’ha fatto”, risponde a Massimo quando questi lo incalza sul fatto che forse dovrebbe comprare una felpa nuova.

Capiamo subito che quell’indumento consunto sarà un elemento centrale nel racconto, ma il modo in cui lo diventerà è piuttosto brutale.
Del resto è altrettanto manifesto che un film del genere, con una impostazione così malinconica e una forte cupezza di fondo non può lasciarsi certo andare ad un finale idilliaco. Qualcuno, in un modo o nell’altro, deve perdere. E non parliamo soltanto del Lecce di Cesare Prandelli contro una spumeggiante Roma di Zeman, in una domenica pomeriggio del ’97. Una vittoria, in fondo, a volte può prescindere dal risultato su un campo, su un ring o per la strada. Assume un significato diverso a seconda delle circostanze, ma l’importante è non arrendersi mai, quella “insistenza di esistere appesi ad un filo sottile”, come ci ricorda Fabrizio Moro.
Quando non si nasce con la camicia, occorre rimboccarsi le maniche, fare del proprio meglio, e a fine giornata mettere le mani nel ghiaccio, per capire che si sta andando nella direzione giusta, a prescindere da tutto.

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Senza dubbio Moro e De Leonardis sono gli uomini giusti per raccontare una storia del genere, perché negli ambienti della periferia romana ci sono nati e cresciuti, e – avendo qualche anno più di me – a fine anni ’90 erano nel pieno della gioventù. È per questo che riescono così a fornirci coordinate spazio-temporali così precise, a catapultarci lì con una semplice radiolina, con le felpe della pickwick e un paio di silver, con le insegne luminose dei negozi, e infine con una fotografia dalle tinte grigie e nostalgiche.

Non a tutti arriverà un simile messaggio, gran parte del pubblico lo percepirà come un discreto film sulla boxe, con la solita storia di riscatto personale. Ma per chi ha vissuto gli anni ’90 in una Roma ormai sideralmente distante da quella attuale, c’è una malinconia devastante che da sola vale la visione.

Ghiaccio è attualmente disponibile su Prime Video.

Nato e cresciuto a Roma, sono il Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), i Castelli Romani, Francesco Totti, la pizza e soprattutto la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryan Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna mia moglie sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.