Dovrebbe essere piuttosto semplice parlare di Detroit: Become Human. Dovrebbe esserlo perché, con pochissime riserve, il nuovo titolo Quantic Dreams lo si può tranquillamente definire un capolavoro. Lo ha raccontato la nostra Lorena in modo esauriente, ma magari chi di voi la conosce, si è detto “lei è una fan di Cage, è condizionata dalla sua passione, dal suo amore, il gioco non sarà un granché”. Sciocchi. Lasciatevelo allora dire da uno che i lavori di Cage li ha sempre trovati indigesti, lasciatevelo dire da me. Ho voluto scrivere le poche righe di questo articolo proprio per questo, non per condizionarvi, ma proprio per convincervi: Detroit: Become Human è un capolavoro. Lo è nella formula in cui ti conturba con i suoi dubbi, ti spinge a porti delle domande, ti stuzzica con i suoi “se”, i suoi “ma”, le sue empatie. La sua storia, quella delle sue “macchine”, così angosciantemente umane ti si attacca addosso, e quasi ti obbliga a restare sveglio, la notte, davanti allo schermo. Perché il gioco ti spinge a prendere parte ai suoi drammi, ai suoi dolori, alle battaglie dei suoi protagonisti e tu, come ipnotizzato, ti attacchi alla trama, e vuoi saperne di più, devi saperne di più. La sua bellezza, che esula dal comparto più squisitamente ludico, sta nelle domande che il gioco ti spinge a porti continuamente: cos’è la libertà? Qual è il suo prezzo? Quale il suo senso?

Le tematiche di Detroit, così terribilmente moderne pur nonostante il suo setting futuristico (e futuribile), sono come uno schiaffo che ti colpisce duro in faccia: razzismo, apartheid, evoluzione, singolarità, pacifismo, violenza, vendetta, rabbia, amore. Questi sono solo alcuni aspetti della storia dietro la rivoluzione di Markus, ai patimenti di Kara, ed ai dubbi di Connor. Una storia che ci ha ricordato, forse come mai prima d’ora, quel bellissimo Blade Runner che, non senza motivo, è considerato uno dei cult movie sci fi per eccellenza, e che riporta su schermo gran parte di quella che era l’idea, la filosofia se vogliamo, sul tema del transumanesimo così come proposto da Philip K. Dick, autore di quel “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, qui da noi lungamente noto come “il cacciatore di androidi” ovvero l’opera letteraria che ha ispirato il film di Ridley Scott. Giocando a Detroit è impossibile non percepire gli echi della letteratura di Dick, i suoi leit motiv, le sue tematiche, anche qui pregevolmente sviscerate, in un lavoro – quello di Detroit – che è avanti anni luce rispetto ai precedenti di Quantic Dreams. Qui non ci sono le furbizie narrative di Heavy Rain, o la sciatta sconclusionatezza di Beyond: Two Souls, ed anzi la storia di Detroit Become Human resta salda e coerente dall’inizio alla fine. Senza trucchi, senza buchi (che non siano dovuti agli errori del giocatore, e non della narrazione) senza spiegoni inutili atti a raccontare quello che nella storia non riesce a ingranare.

Abbiamo quindi chiesto, come da tradizione, a La Tram di confezionarci un tributo all’opera di Cage, onde degnamente celebrarne il merito, e lei ha scelto di citare proprio il celeberrimo racconto di Dick, disegnando per voi in vettoriale low poly, una “pecora elettrica”. Nel romanzo di Dick la possessione di un animale vero era uno status symbol sociale, che declamava al mondo la propria ricchezza, tale, appunto, da potersi permettere il lusso di possedere uno dei rarissimi animali ancora vivi dopo l’apocalisse. I poveri, i meno abbienti come Deckard, erano invece in possesso di animali robotici (nel suo caso proprio una pecora), poco più che scialbe riproduzione di ciò che un tempo era vivo. E dunque: “gli androidi sognano di possedere pecore elettriche”, sognando con esse uno status paritario con gli esseri umani. Un’immagine perfetta per spiegare, raccontare Detroit che, per altro, narra di androidi assoggettati, piegati, schiavizzati, tenuti ignari della propria identità come docili e assoggettate pecore. Pecore elettriche.

 

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