La saga di Harry Potter, arrivata al cinema vent’anni fa, è ormai un classico. O forse è troppo presto per dirlo?

Grande festa al castello di Hogwarts: si celebra quest’anno il ventesimo anniversario dell’esordio cinematografico del mago più famoso tra i babbani. Harry Potter e la pietra filosofale, diretto da Chris Columbus, arrivava nelle sale italiane in tempo per le feste natalizie del 2001, pronto a radicarsi nell’immaginario di una generazione che sarebbe cresciuta insieme a Daniel Radcliffe, Emma Watson, e Rupert Grint.

Dal punto di vista dell’influenza nella cultura popolare e della persistenza nostalgica di Hogwarts, alla generazione dei tardomillennials – ormai sparsi di qua e di là dallo spartiacque dei trent’anni – sembra fallacemente che di Harry Potter non si smetta mai di parlare, che debba necessariamente essere la prima, unica, obbligata scelta di qualsiasi adolescente in cerca di una saga fantasy, che il fantastico abbia toccato il suo apice con questa saga e che ogni persona al mondo abbia ben presente in quale casa di Hogwarts sarebbe stata smistata dal Capello Parlante. Fortunatamente la Gen Z è sempre stata molto chiara con noi sul fatto che questa nostra cieca fede in una boarding school britannica frequentata da persone prevalentemente bianche, prevalentemente abbienti, totalmente etero e cisgender, potrebbe essere malriposta: l’infanzia (la nostra) è finita da un pezzo ed è giunto il momento di fare i conti col fatto che nessun gufo ci porterà mai una lettera da Hogwarts, che la persona che ha creato il mondo di Harry Potter ha scritto in seguito romanzi mediocri e tweet pieni di odio transfobico, e che forse lo stesso Harry Potter sta invecchiando male.

hogwarts

Già dieci anni fa, The Washington Post si interrogava sul potenziale da classico di Harry Potter, senza però porsi troppe domande sulla definizione stessa, fondamentale per cercare di prevedere la sopravvivenza del boy who lived nel canone e sugli scaffali di biblioteche e librerie. Se siete millennials, perciò, fate uno sforzo di immaginazione, pensando a un mondo in cui le nuove generazioni non siano cresciute necessariamente con Harry, Hermione e Ron; se siete nati nel XXI secolo, abbiate pazienza, questo è l’ennesimo articolo su Harry Potter, ma vi giuro che per noi è un tema che non annoia mai.

Che cos’è un classico

Nel suo intervento su L’Espresso del 28 giugno 1981, intitolato Italiani, vi esorto ai classici, Italo Calvino offre più di una definizione di classico, partendo dall’aforistica “I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…»”; definizione comprensibilmente corretta, se anche voi siete già pronti al rewatch natalizio degli otto film della saga, ma che serve a malapena a introdurci all’annosa questione su cosa possa essere considerato un classico. Un classico è, sempre per Calvino, “un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

Da questo punto di vista, con il passare degli anni si ha come l’impressione che la saga di Harry Potter abbia perso gran parte della sua patina metaforica e se da un lato è sempre rincuorante citare le parole di Sirius Black sul fatto che “se vuoi sapere com’è un uomo, guarda bene come tratta i suoi inferiori, non i suoi pari”, dall’altro, all’ennesima rilettura, è impossibile non rendersi conto di quanto l’autrice stessa esiti a credere che tutte le creature del mondo magico da lei creato abbiano pari dignità – tra folletti bancari dagli stereotipati tratti ebrei ed elfi domestici costretti tra l’incudine dell’indifferenza generale e il martello del complesso da salvatrice bianca di Hermione. Sebbene Harry Potter sia in sostanza una grande storia sul bene e sul male, sembra forse che a ogni nuova rilettura ciò che abbia ancora da dire sia poco in linea con i tentativi della società contemporanea di prestare maggiore attenzione alla rappresentazione delle minoranze – pressoché inesistenti a Hogwarts, o trattate in maniera superficiale.

Ciò che è successo, semplicemente, è che le persone che per prime hanno letto Harry Potter – le uniche che sono effettivamente cresciute con i film a scandire il loro passaggio dall’infanzia all’adolescenza, che l’hanno condiviso con Daniel, Emma, Rupert – hanno fruito della saga con la voracità di chi legge una bella storia e si immerge completamente in un mondo che non deve essere indagato, dissezionato, passato al microscopio, ma semplicemente vissuto. Leggere i libri e guardare i film della saga nel momento esatto in cui diventavano disponibili ci ha permesso di non pensare, di non analizzare, ma di vivere Hogwarts.

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Tra le definizioni dei classici di Calvino, credo che quella che più si possa adattare al nostro caso e l’ottava: “Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso”. Da questo punto di vista, Harry Potter è già un classico. Negli anni l’apparato critico dedicato alla saga è cresciuto e dalle enciclopedie del mondo magico dei primi anni si è arrivati alle tesine universitarie sulla rappresentazione asiatica di Cho Chang, andando ad approfondire sempre di più quegli aspetti sociali che potrebbero essere il più grande ostacolo alla classicizzazione di Harry Potter.

Messa a confronto con una saga fantasy contemporanea (intendo scritta e pubblicata negli ultimi cinque anni, anche se parte della critica e dell’editoria continuano a considerare Harry Potter specchio dei nostri giorni), quella di Harry Potter presenta una società omogenea, bianca, etero, benestante che non è rappresentativa del mondo che ci circonda, né delle nuova narrazioni che finalmente accolgono queste multiple voci che hanno sempre faticato a farsi sentire.
E, forse, questa sua scollatura dal mondo vero, dal mondo di oggi, ha reso veramente Harry Potter un classico. Certo, forse tra vent’anni le nuove edizioni comprenderanno un paratesto più ampio, in grado di spiegare grandezze e limiti di quest’opera con un’oggettività che non appartiene a noi amanti della prima ora, e forse non serve a molto fare previsioni a lungo termine su cosa leggeranno i nipoti di quelli di noi così temerari da fare figli – come tutte le grandi storie, anche Harry Potter potrebbe scomparire dagli scaffali per un periodo, per essere poi riscoperto quasi per caso, quando dei tweet dell’autrice non saranno rimaste che vaghe leggende metropolitane – perché, come sostenuto da Italo Calvino nell’ultima – la quattordicesima – delle sue definizioni di classico, “È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.”

Toscana emigrata a Torino, impara l'uso della locuzione "solo più" e si diploma in storytelling, realizzando il suo antico sogno di diventare una freelancer come il pifferaio di Hamelin. Collabora con case editrici, riviste online e enti pubblici, scrive post polemici su Facebook, abbandona la carriera di bookfluencer perché non riesce a fotografare i libri senza prima averli letti. Si trova a suo agio ovunque ci sia qualcosa da leggere o da scrivere, o un cane da accarezzare. Amante dei dinosauri, divoratrice di mondi immaginari, resta in attesa dello sbarco su Marte, anche se ha paura di volare. Al momento vive a Parma, dove si lamenta del prosciutto troppo dolce e del pane troppo salato.