Un evento speciale, solo per tre giorni al cinema: Nexo Digital porta in sala I figli del mare, un film d’animazione poetico e particolarissimo, che ha sorpreso tutto il mondo, anche i botteghini americani.

Una strana deriva quella che sta prendendo certa animazione giapponese, soprattutto nel lungometraggio. La scelta dei termini non è a caso, se si parla di Children of the Sea, in Italia I figli del Mare, visto che il rapporto simbiotico con l’oceano e le sue creature sta alla base dell’intero film. Di certo non è una novità: il Giappone è un arcipelago e non potrebbe mai non rapportarsi con il mare e le specie marine, nemmeno se volesse. Naturale che molti artisti vivano una sentire quasi simbiotico con l’elemento della natura che maggiormente caratterizza l’esistenza del proprio Paese.

Lo vediamo con qualunque studio di animazione, compreso lo studio Ghibli con l’inarrivabile Ponyo sulla scogliera, ma questa volta sarà bene partire dal manga da cui questo lungometraggio, in sala solo per tre giorni, è tratto. Daisuke Igarashi ha realizzato un’opera insolita sono molti punti di vista: realismo e lirismo fusi insieme, con una massiccia dose di mistero e sovrannaturale che pervade lo scheletro della storia narrata. Tutto questo è stato fedelmente riportato nel film di Ayumu Watanabe, che con questa storia non poteva non trovarsi coinvolto, con le animazioni di Kenichi Konishi, già autore di quei due gioielli che sono Tokyo Godfathers e La principessa splendente.

I figli del mare tra realismo e poesia

È proprio questo contrasto a spiccare come prima cosa nel film. Al centro di tutto c’è Ruka, una ragazzina che viene esonerata dagli allenamenti estivi a scuola come punizione per aver ferito una sua compagna. Una breve intro ci mostra come il rapporto di Ruka con le creature marine sia sempre stato speciale, fin da piccola. Ruka ha molto tempo libero e una madre alcolizzata, mentre suo padre è ricercatore nell’acquario di Tokyo. Tutto è di un realismo folgorante. I tempi dilatati, l’indugiare su elementi quali la vegetazione che sembra esplodere anche in mezzo al cemento, lattine di birra vuote e le scarpe rosse della mamma… Poi, all’improvviso, tutto questo realismo rassicurante crolla rovinosamente, lasciando a galla lo spettatore.

Ruka si annoia, decide di andare a trovare suo padre e conosce Umi (il cui nome significa Mare) e poco dopo il suo diversissimo fratello Sora (che invece significa Cielo). I due giovani hanno trascorso i primi tre anni della loro vita nell’oceano, allevati dai dugonghi. Hanno sviluppato della capacità davvero fuori dal comune e Ruka resta affascinata dal loro modo di nuotare, così simile al volo di un uccello in cielo, e dalla loro capacità di restare a lungo sott’acqua.

Contemporaneamente, nel mondo, qualcosa di misterioso sta sconvolgendo l’ecosistema: i pesci stanno scomparendo, ovunque. Strane meteore percorrono velocemente i cieli, sfrecciando come auto in corsa. I due ragazzi sembrano sapere cosa sta accadendo ma ne fanno parola, e anche molto misteriosamente, solo con Ruka.

L’esplosione del colore ne I figli del mare

Prima il verde della vegetazione, poi l’azzurro del mare e del cielo, poi le sfumature del blu per il mistero della notte. Infine fortissimi rossi, come il sangue, come il tramonto infuocato. I colori sono l’apoteosi di questo lungometraggio: potenti e pieni, spesso a contrasto, usati in maniera metaforica e nemmeno troppo nascostamente. Avvolgono i personaggi, soprattutto i tre ragazzi, che tanto ricordano quei Big Eyes di Keane raccontati da Tim Burton, per forma ed espressione. Tutto procede molto lentamente, con inquadrature statiche. Qua e là, poi, si inseriscono carrellate digitali, che francamente cozzano un po’ con il ritmo del racconto, mutuate come sono dai videogame action.

Bisogna lasciarsi avvolgere da Children of the Sea, dalla lentezza, dal non detto, dal distacco che già l’autore del manga aveva preso da ciascun personaggio. Nessuno è buono o cattivo, nessuno è positivo. Le cose semplicemente accadono e loro le vivono, in uno stridere continuo tra estremo realismo e misteri sovrannaturali. Viene da pensare al disneyano Atlantis e, prima ancora, a Il mistero della pietra azzurra: altri racconti che partono con il realismo più puro e poi si lasciano portare su un’altra rotta. Tuttavia, lì la cesura è netta, qui invece tutto si compenetra di continuo.

I figli del mare: parabola ecologista?

Ciò che sorprende per tutta la durata de I figli del mare è che non arriva la parabola ecologista che ci si aspetterebbe. Pesci che spariscono, una balena che si avventura fino alle rive, personaggi che vivono un rapporto simbiotico con l’oceano, che lo “sentono”, cataclismi in arrivo che minacciano la popolazione e le specie animali. Eppure non è di inquinamento che si parla, né si prende una posizione sulla caccia alle balene, crimine di cui il Giappone continua a macchiarsi. Forse è tutto molto scontato per i giapponesi che, come dicevamo sopra, nell’oceano ci vivono ma per il resto del mondo non è così.

Più che l’ecologia, è il sovrannaturale, questo panismo del mare e del cielo, questo fondersi dei personaggi con la natura, sentita, percepita, inoculata nei corpi, desiderata fino all’annullamento.

Non ci affezioniamo a nessuno perché tutti facciamo parte di un tutto. E il desiderio più grande è che vengano a prenderci.

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