Bambini, guerra e un dragone.

Ho letto Il Divino in un’oretta o poco più, lanciandomi da una pagina all’altra senza sosta, immerso in questa splendida favola nera. Sono arrivato alla fine, ho chiuso il libro, l’ho rigirato e ho ricominciato da capo, per un altra oretta o poco più. È stato più forte di me. E questo trattamento esclusivo l’ho riservato solo ad alcuni fumetti che mi si sono piantati nel cuore e non l’hanno mai lasciato. Robetta tipo il primo numero di Swamp Thing di Alan Moore, o diversi capitoli de Lo scultore (tra cui il meraviglioso straziante finale) e ora anche il Divino fa parte di quei romanzi grafici che inorgogliscono la mia collezione e la rendono importante.

Il trio di autori alle spalle di questo progetto sontuoso è formato dai due fratelli gemelli Asaf e Tomer Hanuka per la parte grafica e Boaz Lavie per i testi, che insieme hanno realizzato una lunga storia autoconclusiva che tratta di morte, guerra, degrado ed esaltazione, con un pizzico di misticismo e magia che rende il tutto più vero.

Un po’ di soldi facili

COVER IL DIVINOI protagonisti de Il Divino sono due ex militari: Jason, soldato esaltato, emblema del machismo americano, tipo Animal di Full Metal Jacket, con i capelli rasati e un’inclinazione a perorare le sue gesta belliche (soprattutto nella regione del Quanlom), ricordandole come i migliori anni del liceo. A far da contrappunto, Mark, anche lui ex militare, ma del reparto tecnico, esplosivista esperto, disincantato, ormai ‘sistemato’ e con un figlio in arrivo. Ambedue lavorano in ambito civile, ma Jason non riesce a staccarsi dall’ambiente militare e così tramite alcuni suoi contatti un po’ sommersi propone un piccolo lavoretto facile facile, pochi giorni nel Quanlom, nell’estremo Oriente, per piantare una carica in una montagna. Boom!, e poi tutti a casa con un bel po’ di grana in tasca.

Mark, per una serie di vicissitudini private, finisce per accettare e qui inizia l’avventura che lo cambierà completamente, che lo trasformerà, che gli mostrerà cosa possa essere la guerra, quella vera, quella sporca, che gli farà vedere la morte e la morte gli restituirà lo sguardo attraverso gli occhi di due bambini, i gemelli Luke e Thomas.

Questi due ragazzini, vecchi di nove anni e sette mesi, ma con il volto e le cicatrici di alcuni navigati cinquantenni, si fanno chiamare Il Divino e combattono per la libertà della loro terra, il Quanlom, ormai insanguinata da una guerra senza pari. Orfani, emaciati, vestiti di stracci, i due gemelli e i loro amichetti non si tirano indietro se devono usare la violenza o se devono uccidere, mostrando un animo nero che nulla a che vedere con la tenerezza della loro età. In questo frangente emerge l’aspetto mistico della storia, dove realtà e fantasia si fondono, dando vita a un racconto mitico, fatto di credenze religiose, miracoli, poteri paranormali, l’immancabile drago. E su tutto, come pioggia sporca, cadono le lacrime e il sangue.

Il racconto narrato ne Il Divino è chiaramente una allegoria, una denuncia e una fotografia della sordità con cui la guerra martoria alcune zone del nostro pianeta, trasformando gli esseri umani, trascendendone la loro stessa natura, creando degli ibridi quasi senza sentimenti se non quelli di odio e vendetta.

E una fotografia è stata proprio l’inizio di questa storia, la genesi e la scintilla che ha portato i tre autori a scrivere di bambini soldato e di misticismo parareligioso. Un giorno di diversi anni fa, due gemelli vennero immortalati in una foto dal reporter Apichart Weerawong. La foto mostrava i due ragazzi con la sigaretta tra le labbra, lo sguardo duro di chi ha visto tanto e non si lascia sorprendere da niente. Quell’immagine fece il giro del mondo, ovviamente, mentre la gente cominciava a porsi interrogativi su come si potesse spingere un ragazzino a diventare così, su chi dovesse prendersi la colpa  e chi avesse il dovere di porre fine a questa barbarie. Nel frattempo, Johnny e Luther Htoo (i gemelli) continuavano a combattere con la loro God’s Army, un esercito di bambini, tenendo in ostaggio persone negli ospedali, combattendo in campo aperto e in guerriglia contro l’esercito della Birmania invasore e tessendosi intorno storie magiche di poteri divini e invulnerabilità sovrannaturali, perché si sa che se vuoi davvero spaventare la gente, allora devi essere in diretto contatto con Dio.

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Con questi fatti di cronaca in mente, Boatz Lavie e i due gemelli Hanuka hanno creato questa favola nera, lasciando i loro quesiti e le loro perplessità quasi irrisolti, soprattutto grazie a una trama che si svolge e si gonfia di pagina in pagina, facendoci dubitare davvero dove sia il giusto e lo sbagliato, dove finisce la verità e dove inizia il mito. I bambini guerrieri del Quanlom sono spietati, feriti, traballanti, ma sotto questa scorza dura costruita dalla violenza e dalle privazioni, sono ancora dei bambini che agognano i loro genitori, che soffrono e vogliono semplicemente tornare a fare cose della loro età, stanchi di essere circondati da adulti cattivi.

La scrittura di Boatz Lavie è sicura, precisa e mai ridondante. Crea dei perfetti movimenti dei personaggi e lascia avanzare la trama alla velocità che più si addice al tono del racconto. Non ha paura di premere sull’acceleratore e di descrivere scene di azione violentissima, così come lascia che i suoi protagonisti parlino di loro stessi e aggiungano tasselli e riflessione sulla loro condizione. Nonostante tutto, lo scorrere delle pagine è perfetto, mai stancante, mai noioso. Ogni passaggio, ogni stacco da una location all’altra è tarato al millimetro, per creare la giusta tensione e generare quell’inerzia narrativa che porta il lettore a non allontanarsi mai, ormai irretito in quella perfetta macchina narrativa che è Il Divino. Neanche le parole dei bambini, così fuori luogo se associati alla loro tenera età, risultano eccessive; disturbanti forse, cattive e aride, ma sicuramente giustificate e quasi auspicabili. Un plauso davvero a questo autore israeliano, che mostra ancora una volta di avere un talento invidiabile e poliedrico.

Gemelli uniti da una matita

Per la parte artistica dobbiamo ringraziare i gemelli Hanuka, Tomer e Asaf, il primo famoso illustratore e copertinista, il secondo fumettista completo che già è stato portato in Italia sempre da Bao, con le raccolte di KO  a Telaviv, tratte direttamente dal suo blog The Realist.

Asaf è un navigato storyteller, che si muove agilmente tra le vignette e sa come imbastire una sequenza narrativa precisa come un orologio svizzero, d’altronde il fratello Hanuka da bravo illustratore ha portato tutte le sue conoscenze grafiche per ingigantire e ‘epicizzare’ le scene. In alcuni stralci del processo lavorativo, abbiamo visto come molte vignette sono un mix perfettamente amalgamato di matite, chine, inchiostri digitali, grafica tridimensionale, colori e postproduzione. Il risultato artistico è di altissimi livelli, con alcune tavole enormi che impongono uno sguardo attento, tanti sono i dettagli presenti. Inoltre, i due disegnatori non si sono tirati indietro quando c’è stato bisogno di descrivere le violenze, le torture, le mutilazioni e le ferite inflitte dai bambini o dai soldati adulti.

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A dare ancora più anima ai personaggi, già perfettamente caratterizzati, ci pensa il segno preciso e delicato con cui Asaf Hanuka tratteggia le varie espressioni facciali, che quasi  parlano al posto dei baloon, impreziosendo i primissimi piani e rendendoli vivi e vitali, dinamici.

I colori, con una palette ricca e variegata, sono trattati come elementi propedeutici alla narrazione stessa, utilizzati per sottolineare momenti particolari del racconto, come effetti di transizione tra una sequenza e l’altra, in maniera che tutto converga verso il fine ultimo di coinvolgere il lettore con ogni mezzo possibile.

Bao ci dà questo piccolo gioiello di poco più di cento pagine con una traduzione quasi simultanea alla edizione originale, aggiungendo alcune note a fine volume e qualche artwork celebrativo. Forse si poteva spingere un po’ di più per gli extra, ma davvero, queste sono bazzecole dettate solo dall’insaziabile insoddisfazione del lettore medio. Niente di più.

 

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