In occasione della remastered di Onimusha: Warlords, riscopriamo un grande classico di Capcom e parliamo di una delle saghe più rappresentative dell’era di PlayStation 2.

Correva l’anno 2001 è una Capcom in uno dei suoi momenti d’oro si apprestava a portare su Playstation 2 una nuova IP ambiziosa e importante, che sfruttasse una struttura di gioco assodata, quella di Resident Evil, ma ne rivoluzionasse anche totalmente il contesto e il gameplay. L’idea era quella di un’avventura horror, fortemente narrativa ma non lineare, che utilizzasse per l’ambientazione la formula che negli anni ’90 fece la sua fortuna, quella degli scenari a inquadratura fissa bidimensionali. Sotto la direzione di Jun Takeuchi, uno degli uomini di punta della compagnia di Osaka, nacque cosi Onimusha: Warlords.

Il primo Onimusha fu un vero fulmine a ciel sereno, il fascino del Giappone feudale si fondeva con armonia alle tinte horror del gioco, portando un mood verosimile e suggestivo quasi mai più replicato nella storia dei videogiochi. La storia, equilibrata e circoscritta a pochi ma essenziali eventi, come meglio si confà ai racconti, soprattutto nel genere horror, che più riescono con il loro rigore e compostezza a diventare memorabili, raccontava del samurai Samanosuke, spadaccino estremamente vicino alla principessa Yuki, rapita da un’orda di demoni yokai per essere sacrificata in un macabro rito al cospetto del demone superiore Fortinbras.

Un rito che avrebbe dovuto consolidare la potenza demoniaca di Nobunaga, celebre figura storica giapponese, scomodata per l’occasione in modo da rendere ancora più solenne l’avventura. Capcom fu anche una delle prime compagnie a mettere in atto una pratica oggi totalmente sdoganata, ma nei primi anni duemila ancora piuttosto peculiare, ovvero l’ingaggio di attori reali per dare volto al protagonista. Viene così scelto la celebre star Takeshi Kaneshiro che sicuramente, riuscì a caratterizzare bene Samanosuke e donargli un certo carisma. Tanto è vero che oggi i fan di Onimusha se lo ricordano ancora bene. 

Nonostante la chiara matrice strutturale però,  il primo Onimusha ha un sapore estremamente diverso da Resident Evil. Questo per delle evidenti differenze nel gameplay. Non siamo infatti di fronte ad un survival horror, ma un action in piena regola. Un action però ancorato ad un contesto come anticipato, rigoroso, con una certa “flemma”, in grado  di sostituire l’evidente mancanza di tensione, con una quasi drammaturgica attenzione alle battaglie. Samanosuke infatti non è in grado di performare coreografe stilish, di balzare come un superuomo, di compiere movenze e azioni cool. Il suo moveset porta in senno tutto il contegno dei veri samurai giapponesi, nonostante ci sia ovviamente  la componente “fantastica” e sopra le righe di un equipaggiamento di lame divine capaci di scatenare tifoni, fulmini e fiammate (per non parlare del colorito bestiario di demoni affrontati) che in qualche modo tradiscono lievemente questa estetica folkloristica della battaglia.

Detto questo, l’impianto di gioco non è da fraintendere pensando, ad esempio, a Dark Souls, giacché Onimusha, un po’ come era nelle corde di Capcom dell’epoca (ma come è tuttora a ben vedere) rimane un gioco squisitamente arcade. Menare fendenti è piuttosto semplice, ma le finezze in grado di vivacizzare l’azione non mancano, basti pensare al secondo personaggio femminile giocabile Kaede, con uno stile di lotta più veloce e utilizzata in brevi ma significativi frangenti del gioco per rinfrescare la progressione, o alla tecnica Issen, potenziata poi nelle successive iterazioni della serie ma presentata già in questo primo capitolo, che con un po’ di tempismo permetteva di contrattaccare un maniera fulminea un nemico in procinto di colpirci.

C’è una certa ponderatezza nel titolo che lo rende ancora oggi snello, rotondo, assolutamente non incline a mettere i bastoni tra le ruote al giocatore contemporaneo fornendo troppe versioni anacronistiche di meccaniche contemporanee levigate negli anni dagli sviluppatori, un po’ come fanno appunto i classici arcade.

L’equilibrio perfetto di tutte le sue componenti, da una certa semplicità narrativa, funzionale al nostro ruolo e scevra barocchi artifici per renderla inutilmente più complessa, ad un gameplay piuttosto elementare e impostato rispetto ai moderni action, ma non per questo meno appagante, permette di fruire del gioco nel 2019 senza oltrepassare quel limite che farebbe scricchiolare l’intera esperienza, permettendo di beneficiare esclusivamente di quanto c’era di buono nel lavoro ventennale di Takeuchi.

Onimusha è però una saga che si è evoluta negli anni, e lo ha fatto nel bene o nel male. Un cambiamento graduale che al netto di una qualità media sempre piuttosto elevata dei singoli prodotti, ha conquistato sempre meno successi commerciali. Onimusha 2 per quello che oggi definiremmo un “more of the same” di ottima fattura. Grafica, armi, ambientazioni. Il secondo capitolo ampliava la formula madre, teneva un filo conduttore con il primo episodio grazie al ritorno di Nobunaga nei panni di villain principale, ma faceva per il resto quasi tabula rasa della storia di Samanosuke, dandoci un nuovo  background e un nuovo protagonista, tale Jubei, che per un motivo o per l’altro, non è riuscito assolutamente a fare breccia nel cuore dei giocatori.

Onimusha 2, già in qualche modo “sporcava” l’esperienza pura del primo capitolo a base di azione ed enigmi, portando qualche momento che potremmo considerare a posteriori forse “di troppo”, e più statico, come quelli all’interno del villaggio in cui si interagiva con alcuni personaggi, facendo regali e beneficiando quindi del loro favore, visitando negozi, ecc. Si intravvedeva inoltre, seppur in minima parte, quell’incipit di “cafoneria” che avrebbe contraddistinto la Capcom dell’ultimo decennio. Quella, a prescindere dai gusti, sicuramente meno elegante e composta. Basti pensare al combattimento finale di Onimusha 2 che aveva tanto il sapore di una boss fight finale di Devil May Cry.

Il salto però verso uno snaturamento quasi totale dello spirito del bushido con cui nacque la saga, sicuramente c’è stato con Onimusha 3. Tornati alle vicende di Samanosuke Akechi e ai suoi conti in sospeso con l’immortale Nobunaga e il redivivo Guildernstern, la direzione presa dagli sviluppatori per accontentare un pubblico più vasto -e occidentale- possibile, diede vita ad una bestia piuttosto strana. Qualcosa che come genesi di sviluppo potremmo accostare quasi a Resident Evil 6 negli intenti, se non fosse per il risultato finale estremamente inferiore in questo caso.

Onimusha 3, ci tengo a dirlo, infatti era un gran bel gioco, epico, divertente, solido nel gameplay e sontuoso tecnicamente, seppur l’abbandono dei fondali bidimensionali non ha permesso al fascino delle scenografie di rimanere totalmente illeso. Ciò nonostante è sicuramente il titolo più chiassoso e stravagante della saga. Non solo per la deriva che ha trasformato Samanosuke da spadaccino a “super samurai ninja demoniaco”, ma anche per l’espediente della doppia linea temporale che coinvolgeva un quanto mai spiazzante Jean Reno in tenuta da battaglia e frusta e una Parigi dei giorni nostri invasa dai demoni.

Se i due stili di combattimento portano nell’azione un po’ di dovuta varietà, è nella maggiore diversificazione delle armi e negli enigmi che coinvolgono l’interazione collaborativa dei due protagonisti nelle diverse epoche, che Onimusha 3 trova i maggiori meriti di evoluzione, o meglio diversificazione e originalità, nei confronti degli illustri predecessori. Un grande gioco senza dubbio, ma anche qualcosa di molto diverso rispetto alla prima avventura di Samanosuke.

Ad un paio di anni dal terzo capitolo, ed esattamente nel 2006, quando ormai anche il caro monolite nero si avviava verso il viale del tramonto, Capcom decide di dare un ultimo colpo di coda alla serie, prima di inserirla “per sempre” nel dimenticatoio, apportando un colpo di spugna ancora più netto che in precedenza a tutto ciò che era stato fatto. L’estetica cinematografica lasciava spazio ad una più “moderna” e cool da anime/manga, il ritmo veniva enormemente dilatato dando al gioco quasi un respiro da action rpg, visti i tantissimi personaggi utilizzabili e l’ampiezza dello skill level presente. Personaggi e situazioni totalmente nuovi lasciavano di Onimusha solo il contesto storico e qualche labile collegamento ai precedenti.

Questo “reboot” però non ebbe successo, nonostante si avvicinasse moltissimo a tutti gli stilemi che contraddistinguono gli action game moderni, e nonostante il gameplay fosse sicuramente più profondo e articolato rispetto al passato. Capcom quindi decise di non riprovarci più. Forse nonostante i vari tentativi, per molti versi anche encomiabili, di evolvere la saga, qualcosa è andato storto e quel quid che ha contraddistinto così bene il primo Onimusha, era andato perso.

Quid che oggi vi consiglio vivamente di riassaporare grazie alla remastered di Warlords. Sarà come detto, l’esperienza tutto sommato veloce, priva di momenti morti, densa, di un’avventura che ha quasi il respiro di un indie contemporaneo (in 5 ore ho completato il gioco al 100% compresi gli extra); sarà quel mood squisitamente giapponese che solo il primo (e in parte il secondo) capitolo conserva; saranno i fondali 2D che, sebbene non tutti portati al meglio nell’alta risoluzione, risultano molto più suggestivi oggi di quanto potrebbe esserlo un ambiente tridimensionale di 15 anni. Sarà quello che volete, ma sebbene c’è del disappunto nel pensare che tutto sommato Capcom avrebbe potuto darci la serie completa in una botta sola (in fondo si tratta di un mero porting in hd) come fatto ai tempi con DMC, tutto sommato il capitolo più importante da riscoprire di Onimusha risulta proprio il primo. Sperando sia di buon auspicio non solo per l’arrivo dei successivi, ma anche per una rinascita della serie con un titolo completamente nuovo.

 

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