Con Il Re, Giuseppe Gagliardi si avvicina ancora all’optimum, ma un finale minato da un minore realismo e alcune scelte di script lo rendono un prodotto meno efficace di quanto ipotizzato all’inizio, pur attestandosi come un ottimo serial di intrattenimento su SKY

re gagliardi

iuseppe Gagliardi è un nome che forse vi dirà poco, eppure nel panorama italiano legato al piccolo schermo, possiamo affermare senza particolari timori di smentita che si tratta di uno dei registi più interessanti in circolazione.
Al cinema ha lavorato poco, ricordiamo Tatanka del 2011 e precedentemente (2006) La vera leggenda di Tony Vilar, mentre in TV Gagliardi è stato autore di prodotti decisamente importanti e ben riusciti, ovvero le serie 1992, 1993 e 1994, oltre ad un serial rimasto un po’ colpevolmente nell’ombra, cioè Non uccidere, con Miriam Leone (se volete recuperarlo, lo trovate su Disney+).

Adesso per Gagliardi è arrivata un’ulteriore occasione, rappresentata dalla serie in otto puntate Il Re – giunta su Sky ul 18 marzo e ora conclusasi – con protagonista Luca Zigaretti.
Questi è Bruno Testori, fantomatico direttore del carcere di San Michele, definito un penitenziario di frontiera, e non viene mai esplicitato in modo particolare il luogo geografico a cui si fa riferimento. Quel che è certo, è che il San Michele è un carcere ostico, in cui il direttore è pronto a raccogliere detenuti difficili, e all’interno della struttura Testori e i suoi “pretoriani” fanno il bello e il cattivo tempo.

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Ad opera terminata, quello che viene spontaneo constatare è che Il Re rappresenti un po’ la summa della filmografia di Gagliardi, che banalmente potremmo definire come un abile cineasta a cui però sembra sempre mancare un soldo per fare una lira. L’inizio è scoppiettante, incuriosisce con maestria lo spettatore totalmente inglobato da uno strano duplice omicidio nel carcere, in cui a distanza di pochissimi giorni vengono trovati morti il comandante Nicola Iaccarino (Giorgio Colangeli), nonché migliore amico di Testori, e poi il detenuto Miroslav Lackovic (Ivan Franek), un ergastolano a cui Testori ha affidato il racket della droga nel carcere.

È intrigante infatti notare come il personaggio di Zingaretti si imponga all’interno della sua “struttura” applicando il suo, personale modello di giustizia.
Ci sono varie “giustizie” ne Il Re, e non è un terzo grado di giudizio a stabilire colpevoli e innocenti ma il verdetto di Testori, attraverso la sua morale atipica, la sua esperienza e una machiavellica visione in cui contano le dinamiche interne al carcere e che tutto scorra normalmente, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, applicando una giustizia non uguale per tutti, ma ad personam per i vari detenuti.

Testori non è ovviamente il classico protagonista paladino del bene, facciamo persino fatica a definirlo antieroe, o etichettarlo come buono o come cattivo, ma è un uomo che soffre per le complicanze nella sua sfera privata, il matrimonio in pezzi e soprattutto la malattia della figlia. Questo, come sottolinea lo sceneggiatore Peppe Fiore in una intervista su Coming Soon è nevralgico ai fine della narrazione, poiché “la sua ferita personale si collega al modo in cui lui riesce a empatizzare coi detenuti”, a capire le loro storie.

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In tutto ciò è, come sempre, eccellente Luca Zingaretti sebbene nonostante gli sforzi encomiabili si faccia sempre un po’ fatica a vederlo disgiunto dal suo più iconico personaggio, e in alcuni momenti, per usare un’espressione “memistica” ci sembra un po’ un Evil Montalbano con cui i social impazzirebbero.

Come Testori amministra in moto totalitario la sua struttura, ugualmente Zingaretti si siede sul trono del Re diventando sempre di più il fulcro della narrazione, che tuttavia dopo un inizio esaltante, perde un po’ di brio e dinamismo intaccando in minima parte, da circa metà percorso, la capacità di coinvolgere il pubblico, soprattutto per via di uno script che da prison drama nudo e crudo vira sulle vicende terroristiche.

Sempre a Coming Soon, il regista Gagliardi si espone affermando che per loro “la sfida era quella di raccontare una storia con un’aderenza alla realtà, originale ma anche autentica”, e possiamo dire che l’obiettivo è riuscito in parte, poiché il finale surreale, oltre che per certi versi un po’ telefonato, mina proprio il realismo a cui fa riferimento Gagliardi.

Nel complesso Il Re si dimostra comunque un buon prodotto, in grado di intrattenere ma sa farlo garantendo anche discreti standard di qualità, e la recente conferma da parte degli autori di una seconda stagione ci conforta, sperando che da quell’epilogo un po’ deludente ci si risollevi con nuovi episodi all’altezza di quelli iniziali.

Tiziano Costantini
Nato e cresciuto a Roma, sono il Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), i Castelli Romani, Francesco Totti, la pizza e soprattutto la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryan Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna mia moglie sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.