Gli ultimi quattro anni di politiche fasciste di Trump sui migranti

Il compito che Immigration Nation si prefissa è duro, vasto, e non privo di impervie. Raccontare quello che succede non solo al confine tra USA e Messico, ma anche nelle maggiori città degli Stati Uniti. La ICE (Immigration and Customs Enforcement) è un’agenzia governativa che si occupa di prelevare e rimuovere gli immigrati clandestini, alcuni integrati nelle comunità americane anche da decenni, e rimpatriarli nel loro paese di origine. Prima che Trump prendesse il potere, l’ICE si occupava del rimpatrio dei soli criminali condannati di reati gravi (dall’omicidio al narcotraffico), ma da quattro anni a questa parte, l’agenzia si è occupata di riportare a casa tutti i clandestini, incensurati o meno.

 

Con Immigration Nation Netflix ci mostra il vero volto del processo migratorio

Quello che la nuova serie di Netflix mostra è una realtà sconcertante. La prima puntata è infatti uno straziante tour assieme alle forze dell’ordine per andare a “prelevare” e “rimuovere” padri mentre fanno colazione con le figlie, lavoratori mentre aspettano il bus o anche anziane signore che risiedono nel paese da oltre quarant’anni. La politica della “tolleranza zero” non fa sconti a nessuno, se sei clandestino, vai fuori. I dati che Immigration Nation mostra, e l’ICE conferma è che circa il 90% dei rimpatri avviene nei confronti di persone con la fedina penale pulita o con solo qualche violazione del codice della strada (tipo il fanalino della macchina rotto). Poco importa se abiti negli Stati Uniti da tutta la vita, hai una famiglia e un’attività. L’amministrazione Trump si occupa di perseguire e cacciare dal paese chiunque immigrato illegale passi sotto il tiro degli agenti federali.

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Tra le varie vicende raccontate dal documentario, in molti si ricorderanno dello scandalo di due anni fa che vedeva gli agenti di frontiera dividere i genitori migranti dai loro figli, anche molto piccoli, con immagini di quest’ultimi tenuti nelle celle e l’audio del loro pianto con i carcerieri che ridono. Sembrano avvenimenti da film dell’orrore, ma è successo davvero, e Immigration Nation ce lo ricorda.

Queste parole possono sembrare dispregiative della politica del presidente, ma per il partito repubblicano non lo sono. Sì perché fu proprio l’amministrazione Trump ad approvare, almeno all’inizio, la docuserie dei registi Christina Clusiau e Shaul Schwarz, pensando che l’opera potesse fare un buon ritratto della dura politica presa dalla nuova direzione. A poco tempo dal rilascio però, fu proprio la direzione stessa a fare forti pressioni ai registi per non mostrare alcune attività illecite dell’ICE e per l’imminente arrivo delle nuove elezioni politiche americane. Dopo una lunga disputa legale, si è arrivati però a un accordo (sconosciuto al pubblico) e Immigration Nation ha visto finalmente la luce su Netflix.

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L’incapacità di rimanere super partes

La serie è quindi pregna di politica, nonostante gli enormi tentativi da parte degli autori di mostrare costantemente tesi e antitesi delle varie situazioni presentate. Immigration Nation esplora infatti i vari luoghi (fisici o figurati) in cui il processo migratorio avviene. Dalle ronde degli agenti dell’ICE, alle elezioni cittadine dei nuovi sceriffi delle contee fino al confine vero e proprio tra USA e Messico, dove migliaia di migranti aspettano giorno dopo giorno di essere processati.

Tutti gli aspetti vengono considerati nelle sei ore che compongono il documentario. Non è raro indignarsi e non è raro piangere, soprattutto grazie all’enorme lavoro di artigianato compositivo dietro alla serie, in grado di farci empatizzare con le strazianti storie che ci vengono presentate. Ma in questo senso le intenzioni di Immigration Nation non sono furbescamente drammatiche. Anzi, la fotografia dai colori smorzati regala un impatto visivo estremamente reale che ci butta fuori da qualsiasi artifizio televisivo, quasi come se fossimo noi stessi in mezzo a quelle storie.

Immigration Nation non è la prima serie di Netflix a descrivere lo squallore che sono gli Stati Uniti d’America. Per rimanere nel campo delle docuserie, da Dirty Money a Tiger King abbiamo numerosi esempi di “denuncia sociale” del suolo americano da parte del colosso dello streaming. Anche se, conoscendo le recenti politiche della piattaforma prese in Turchia e in Arabia Saudita, queste produzioni sembrano solo meri prodotti, da cui l’azienda si distaccherebbe senza problemi se dovessero portare importanti rogne.

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Nonostante questo, Immigration Nation rimane un’opera importante. Assolutamente da vedere per capire i vari meccanismi politici che partono dai piani alti e scendono, scalino dopo scalino, fino alla persona, ovvero la vera vittima di questo marcio sistema.