Il nuovo episodio della saga iniziata da James Wan non lascia il segno.

Insidious 4 è un film che mi fa un po’ arrabbiare. Non tanto perché sia peggio di altri. Anzi, nella sua mediocrità il film del giovane e ancora inesperto Adam Robitel, da cui a dire il vero mi aspettavo qualcosina in più considerato che il suo The Taking of Deborah Logan non era malaccio, è sicuramente opera di qualcuno che ha il “quid” per il genere. Si vede che c’è un occhio attento ai tempi e che conosce i punti di vista giusti per destabilizzare lo spettatore con un jump scare quasi sempre azzeccato. Ciò nonostante, ha poca ragion d’essere ed è l’ennesimo trascinamento del corpo ormai agonizzante di un brand nato con uno scopo ben preciso e un’identità ormai scomparsa. Insidious 1 e 2, diretti dal grande James Wan, erano infatti ben tutt’altra cosa.

Mollata la regia per seguire la saga solo in veste di produttore, Wan non ha più graziato il terzo e il quarto capitolo con il suo tocco magico, e non è stato sostituito da un regista con una visione altrettanto carismatica e un progetto con una sceneggiatura in grado di portare avanti il tema in maniera interessante. Ed è questa dinamica sistematica che coinvolge sempre più saghe che mi fa arrabbiare. Certo, c’è qualche eccezione, ma per ogni Annabelle 2: Creation che aggiusta il tiro c’è sempre  dietro un Ring 3 o appunto, un Insidious 4, che pur essendo infinitamente migliore, è ugualmente poco memorabile. 

Al centro delle vicende torna Elise Rainer (Lin Shaye), la medium capace di vedere i morti e di entrare nella dimensione in cui essi risiedono, questa volta ci si concentrerà sulle origini del personaggio e saremo partecipi, nei primi 20 minuti circa del film, della sua difficile infanzia con un lungo prologo che ci mostrerà i suoi anni più oscuri, quando da bambina subiva la violenza di un padre che non accettava né riconosceva il suo dono. Il passato si ricongiungerà con il presente quando verrà chiamata ad investigare sulle presenze paranormali che infestano ancora la casa in cui è cresciuta. Elise dovrà così fare i conti con un demone con cui aveva già avuto a che fare molti anni prima.

La prima parte, quella appunto del passato, è quella che senza dubbio, nella sua semplicità funziona meglio. Le apparizioni e i momenti più tesi del film sono infatti gestiti bene da Robitel e risultano piuttosto efficaci nel momento di massima drammaticità del film, che corrisponde appunto con questo spaccato inquietante della vita casalinga della giovanissima Elise posto come antefatto a tutta la storia. Fondamentalmente però, quando gli eventi decollano verso il loro sviluppo, il coinvolgimento viene continuamente spezzato da una scrittura della sceneggiatura, dei personaggi e dei dialoghi piuttosto ingenui, banali e superficiali. 

A “rilassare” troppo lo spettatore ci pensano soprattutto i due colleghi di Elise, Specs (Whannell) e Tucker (Angus Sampson), due personaggi eccessivamente sopra le righe e protagonisti sicuramente delle scene più “tristi” del film. Il problema non è nemmeno la loro funzione sdrammatizzante, nonostante c’è da dire che Insidious 4 non ne avrebbe nemmeno bisogno, essendo un horror molto edulcorato che non mostra mai scene realmente violente o disturbanti. Il problema sta proprio nella stupidità dei loro dialoghi che a volte hanno l’effetto deleterio di trasformare Insidious in una puntata di Scoby-Doo. Una superficialità che in maniera diversa si estende praticamente a tutti i personaggi del film. Il fratello di Elise, le sue nipoti, il nuovo inquilino della vecchia abitazione di Elise, ognuno di essi ricopre un ruolo chiave nella storia ma non hanno una costruzione degna di questo nome essendo caratterizzati in modo davvero blando e anonimo.  Non si chiede certo chissà che spessore ai protagonisti di film del genere però è indispensabile che lascino trapelare un minimo di credibilità e che vengano coinvolti in un contesto potente e opprimente, per funzionare all’interno del film. Questo non accade perché pur essendo inquadrato, fotografato e girato con mestiere, in Insidious 4 c’è ben poco senso di pericolosità, e quello che rimane più impresso nella retina degli spettatori quindi, è proprio la pochezza dei suoi protagonisti. Lo stesso demone che tiene le fila dell’intreccio, pur risultando efficacie nella messa in scena manca di qualsiasi reale identità (perché si comporta così? che vuole? che rappresenta?) e risulta piuttosto anonimo. 

Verdetto

Insidious – L’ultima chiave non è propriamente brutto, ma la mia personale impressione è quella di un film “matematicamente” efficace, sorretto da un soggetto interessante, dei buoni tempi registici, scenografie ed effetti piuttosto di spessore, che però va a perdersi in mille bicchieri d’acqua nel momento in cui deve curare e unire tutti i pezzi che lo compongono. Non c’è passionalità in questo film, non c’è modo di immedesimarsi ed affezionarsi ai personaggi e questo porta davvero a troppo distacco tra lo spettatore e la pellicola. Robitel mostra una regia funzionale ma comunque scolastica, non fa nulla più che dimostrare di saper usare adeguatamente espedienti che il genere sfrutta dalla notte dei tempi. Figure nell’ombra fugaci, apparizioni alle spalle, boati spacca timpani improvvisi… sì, tutto è al suo posto, ma oggigiorno per me questo rimane un compitino. Probabilmente se non mangiate a colazione pane e horror come il sottoscritto e ne avete visti “pochi”, riuscirete a farvi prendere e vi divertirete di più di quanto mi sia divertito io, perché alla fine L’ultima chiave si lascia sicuramente guardare, ma rimane un film innegabilmente insipido a cui una manciata di sale in più, non avrebbe decisamente guastato.

Insidious: L'ultima chiave - Recensione
6Overall Score
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