Ciao Liana! Su tutto grazie per averci concesso questa intervista. Vuoi salutare i nostri lettori e presentarti?

Salve a tutti! E grazie infinite a voi per queste chiacchiere! Spero di non stordirvi più che altro! Adoro chiacchierare… ma andiamo al dunque! Mi chiamo Liana (ma questo credo che lo sappiate già) e faccio la fumettista. È un sogno che ho maturato strada facendo. Prima volevo fare l’archeologo come Indiana Jones, di fatto ho studiato archeologia. Ma ho pensato che la ricerca del Graal potevo farla anche attraverso le storie che mi sono sempre piaciute da leggere, da ascoltare, da vedere, da narrare… sì, mai avute propriamente le rotelle a posto temo.

Parliamo del tuo fumetto Risenfall. Vuoi dirci in poche parole di cosa si tratta?

Oddio… non sono mai stata brava nelle sintesi! Diciamo che Risenfall è una di quelle storie piena di magia, mistero e romanticismo e un pizzico di riflessione che avrei voluto leggere. Ricerco sempre storie del genere e ho voluto, o meglio ho sentito, di doverne scrivere una. E ovviamente se e come riuscirò in quest’impresa sta agl’altri dirlo!

Come è nata l’idea, e come hai sviluppato il tuo universo narrativo? Quali sono state le maggiori fonti di ispirazione, e come sei arrivata all’ambientazione vittoriana con un accenno di steampunk?

In realtà non ricordo nemmeno bene quando ho scovato Mr. Risenfall. Ricordo solo che ne parlavo in una vecchia stanza di una vecchissima sede della Scuola di Comics con degli amici. Avevo letto un manga, D. Gray Man, ed ero entusiasta. Ci avevo trovato magia, mistero, grande profondità e umanità legata ad un tratto decisamente curato (col tempo la disegnatrice Hoshino è diventata sempre più brava) e beh… lì forse ho trovato la prima scintilla. È stata dura però. Era difficile parlare con questo gentiluomo… schivo da morire! Anche perché si portava dietro un grave fardello. Quando iniziai a conoscere Mr. Risenfall volevo capire cosa ci fosse dietro quella faccia sempre imbronciata, cosa cercasse. Poi capii. Si chiedeva quello che ad un certo punto della vita ci domandiamo tutti… fino a quanto possiamo intervenire sugli eventi che ci circondano? Quanto è nelle nostre mani? Esiste il caso, il libero arbitrio… quanto siamo padroni di noi stessi?  Lo so, sembra scontato, ma all’inizio Mr. Risenfall era immaturo tanto quanto me e lottava disperatamente per vivere e comprendere. E andava dritto in una direzione. Ora è cresciuto e ha acquisito un po’ più di saggezza… e tuttavia cerca ancora di darsi quella risposta.

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Se dovessi identificarti, quale dei personaggi sceglieresti? In altre parole, quale dei protagonisti ricalca maggiormente Liana Recchione?

Questo è un domandone! Sul serio! Perché ognuno dei personaggi ha un po’ di me. Quando scrivo e disegno, cerco di mettermi nei panni di colui o colei di cui sto parlando e… loro semplicemente “sono”. Anche se Mr. Risenfall è quello che sfugge di più, lo ammetto, ma forse… non saprei se fanno parte di me o no, sta di fatto che il gatto Pascal e Mr. Graymist sembrano non avere problemi nei loro movimenti. Escono con una spontaneità che mi allarma alle volte. Probabilmente assomiglio molto a loro. Ma dopotutto a casa pensano che io sia un gatto…

Sei un’autrice completa, nel senso che ti occupi di testi, disegni e colori. Ti facciamo i complimenti, e ti chiediamo: come organizzi il  tuo lavoro? Scrivi una sceneggiatura dettagliata, o vai ‘a braccio’, seguendo solo la storia che hai in mente?

Essere un’autrice completa è bello, ma devastante fatemelo dire. Alle volte penso di essere uno, nessuno e centomila e la cosa non ha buoni presupposti. Ma detto questo, diciamo che la cosa più importante per me è l’idea, la prima tavola. Perché è come un incipit. Quante volte ci troviamo a leggere l’inizio di un libro e a farci condizionare da quello? Se non si ha l’incipit giusto, non si può andare avanti. Ci ho messo ANNI per trovarlo. E nel frattempo Mr. Risenfall e tutti gli altri crescevano con me. Un giorno ho trovato quella tavola. E ho iniziato. Dopo tre tavole ho iniziato a fare i layout per tutto il primo volume. Mentre cercavo di seguirla, la storia ha iniziato a parlare. Ho scritto la sceneggiatura da un certo punto in poi (prima la fissavo direttamente sui layout) perché non riuscivo a frenarla! E scrivere era un po’ più veloce di disegnare. Ma anche in quel caso… la storia seguiva una sorta di strada sua. Sono felicissima quando accade così. É meraviglioso. Perché scopro io stessa quello che i personaggi vogliono raccontarmi. E si, lo ammetto, un po’ (tanto) mi emoziono!

Vorresti dirci due parole della storia editoriale di questo tuo progetto? E di come tu sia arrivata alla promozione su KickStarter?

La storia è esattamente questa. Quando trovai la prima tavola ero tornata da poco dalla fiera di Angoulême, in Francia e ne ero felice e allo stesso tempo stremata. I riscontri erano positivi, ma sapevo che avrei dovuto fare di più. Ci sentimmo con un’amica (che poi è una bravissima disegnatrice anche lei) e decidemmo che l’unica scelta che avevamo per imparare era… ‘fare’. Così ci buttammo entrambe sulle nostre storie per capire ed imparare. E decidemmo di fare un webcomic perché dovevamo costringerci a rispettare le scadenze. Poi venne il contatto della Shockdom per la pubblicazione delle prime tavole sull’antologia Yin. E ora ho deciso di provare quest’avventura perché ho il sogno di vedere Risenfall in versione brossurata, lo ammetto, e il crowdfunding mi è sembrata la soluzione che mi poteva aiutare.

Risenfall ha fatto parlare di sé nel folto sottobosco dei webcomic. Cosa pensi di questa modalità di ‘pubblicazione’ dei fumetti? Credi che un autore debba per forza crearsi una schiera di lettori online, prima di approdare alla carta? O si può ancora scegliere la via ‘all’antica’? E soprattutto che peso hanno i social network in tutto ciò? 

Penso che i social (e comunque la pubblicazione online in generale) aiutino molto. É più facile, oggi, farsi conoscere attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e hai davvero l’impressione che c’è spazio per tutti. D’altra parte si può anche finire sommersi dal ‘troppo’ e perdersi in esso (come perdere la fiducia in sé stessi per la meraviglia intorno… alle volte è stimolante altre deprimente purtroppo e molti disegnatori credo confermeranno). Tutto sta nell’equilibrio. Come sempre. É giusto sfruttare i nuovi metodi per mostrare quello che si ha da dare, ma rimango del parere che la buona vecchia carta ha una sua sorta di magia.
Personalmente ho sempre amato l’odore della carta, poter stringere un libro, soffermarmi sui disegni, portare le pagine più vicino al viso fino a sfiorarle col naso per vedere lo scoiattolo nel sottobosco di una vignetta che magari l’autore aveva messo là solo perché gli piacciono gli scoiattoli. Però io sono un’inguaribile romantica (e temo si veda). I social sono importanti e ti permettono una visibilità che io stessa non avrei mai creduto. Tuttavia, almeno io, sento il bisogno di quella via tradizionale, perché mi ricorda le estati in cui potevo rileggere e riflettere sulle cose tenendoci il dito puntato sopra. E magari stando vicino ad una finestra. Lo so, si può fare anche col tablet… però io continuo a preferire la carta.
Risenfall-ballo

Cambiamo argomento, e parliamo di te. Quando è nata la tua passione per il disegno? E come hai creato il tuoi tratto riconoscibile e moderno?

Io sono sempre stata competitiva (ahimè è una delle caratteristiche del mio segno zodiacale, a quanto pare il cattivo scorpione) e vedere mia sorella più grande fare le cose mi ha sempre motivata a dare il meglio. Volevo disegnare bene quanto lei. Poi ho capito che mi piaceva. Disegnare mi faceva stare bene, mi permetteva di far rivivere i personaggi che amavo, farli muovere come volevo io in quelle parti in cui mi avevano deluso (penso che ognuno di noi avrebbe voluto riscrivere un pezzo di un suo cartone preferito o del suo film o della sua serie… una volta mi misi a riscrivere il primo episodio di Star Wars! Ma va bene, non divaghiamo!)
Inoltre avevo una sfida con me stessa. Dovevo saper rifare perfettamente quello che vedevo. Ovviamente parlavo più di cartoni animati, giapponesi e americani. Però ho ritrovato vecchie cose in cui mi sono rivista cimentarmi con foto anche. A 13 anni sapevo rifare perfettamente qualsiasi disegno volessi. Era più difficile fare da me. Ma ho sempre dovuto ‘modificare’ le storie: dovevo aggiungere, tagliare, rifarle secondo il mio gusto. Da lì, credo sia arrivato il mio stile, dal crogiuolo dei miei modelli, delle cose che mi hanno influenzata e che ho amato e mi hanno talmente tanto colpito che ne ho preso alcuni tratti. La rivoluzione più grande fu conoscere il tratto di Claire Wendling. Ogni tanto risfoglio uno dei suoi volumi e riguardo appiccicando il naso alle pagine, e sento nascere i me il desiderio assoluto di avere la stessa meravigliosa fluidità e so che dovrei guardare di più il mondo, come dice il caro maestro Moebius.

Hai condotto studi classici fino alla laurea nel 2005. Quanto questo background influisce sulla creazione delle tue storie? E qualè il tuo genere preferito?

Temo troppo. E si vede tendo al passato romantico (dannato romanticismo), mi entusiasmano le glorie dell’uomo nella storia, anche di uomini poco conosciuti e ricordati per i loro meravigliosi atti di eroismo. E questo per tanto tempo mi ha portato ad avere gusti un po’ retrò. Tuttora amo le storie che si collocano nel passato, il passato porta con se la malinconia, la saudade del ricordo, che, diciamocelo, è una forza potente. Ognuno di noi ripensa al passato migliore dipingendolo con dei colori che forse non aveva. Tuttavia col passare del tempo ho scoperto l’anelito al futuro. Non avrei mai pensato di avvicinarmi alla sci-fi eppure è stato così! E uno dei libri più belli che abbia mai letto è un romanzo di fantascienza di Dan Simmons: Ritorno ad Hyperion.
Ora non posso prescindere dal fatto che nella mia creazione sono più portata a scrivere qualcosa del passato, lo conosco meglio e riesco a quindi a gestire quella verosimiglianza che per me è il criterio fondamentale per qualsiasi storia. Tuttavia non posso dire che magari un giorno disegnerò qualcosa su una nuova razza che vive all’interno di un’onirica dimensione di antimateria. Che ho detto? Non lo so. Ma ogni tanto è bello aver studiato l’arte della parola!

Liana Recchione Risenfall

Hai un autore a cui sei particolarmente affezionata? E qual è secondo te ‘IL FUMETTO per eccellenza’, quello che tutti dovrebbero leggere?

Beh, ho già parlato di Claire Wendling e amo tutto quello che vedo di Mike Mignola. Inoltre adoro e leggerei anche la lista della spesa di Neil Gaiman per non parlare del (ahimè) scomparso Terry Pratchett. E poi Jane Austen, vabbè! …e Susanna Clarke…wow…e Alex Alice (disegni e storytelling sensazionali). In realtà mi piacciono molte cose e temo che oramai non saprei più scegliere. Per me letteratura e fumetto si intrecciano come potete vedere. Fanno parte tutti e due dello stesso mondo. Perché… beh quando leggiamo in fondo non creiamo il nostro fumetto in testa? Il nostro film?
Il fumetto per eccelenza? Per me? Premetto che mi sono avvicinata TARDISSIMO al fumetto. Ho iniziato con Berserk di Kentaro Miura all’età di 20 anni (sono vecchiotta sì) ci ho messo anni per scoprire altri. Per ora mi viene in mente Hellboy. Io ADORO Hellboy. Le sue pagine hanno quel sapore di profondo e meraviglioso e straordinariamente vero in alcune parti.
Però c’è un volume che beh… io consiglio sempre sempre sempre di Straczynsky e Ribic, il Requiem di Silver Surfer. Dannazione. Le lacrime a fiotti. Attualmente sto recuperando anche Sandman. E beh…vabbè. E anche l’Incal…e arivabbè… sono un tipo deciso vero? Ma il mondo è COSÌ meraviglioso, così terribilmente vasto! Citando Il Novecento di Tim Roth (ammetto che non ricordo se c’è la parte anche nel monologo di Baricco) “...anche soltanto le strade! Ce n’erano a migliaia! Ma dimmelo, come fate voialtri laggiù a sceglierne una! A scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare…”

Durante la tua carriera hai collezionato un bel po’ di premi e riconoscimenti. Qual è quello che ricordi con maggior  trasporto?

Senz’altro il premio Pietro Miccia. Era la prima volta. La storia di Marco era splendida e mi aveva preso tantissimo. Ho voluto sfidarmi e realizzare un teatro facendo le ricerche adeguate… teatro dall’alto… non avevo mai fatto uno sfondo così difficile. Il colore era ancora incerto, ne sapevo pochissimo (anche ora non ne so tantissimo, ma un po’ di più sì) e… ho dato tutto. Mentre disegnavo ricordo che pensavo “ora, in questo stesso momento, la persona che vincerà sta disegnando, come me, e non sa che sarà proprio lei la prescelta”… e poi scoprii che quella persona ero io, ovviamente con Marco, ma c’ero anche io. È stato bellissimo. Sul serio.

Da insegnante di fumetto, sia per adulti che per bambini, come consideri le nuove generazioni di aspiranti fumettisti? E soprattutto come giudichi la nuova corrente che va tanto in voga dei ‘fumetti disegnati male’?

Anche alcuni miei allievi mi chiedono e provano a disegnare su questo nuovo stile fatto di nonsense più che altro. Io a loro e a voi rispondo una sola cosa: Picasso ha rivoluzionato il modo di vedere il mondo, ha infranto tutte le regole della storia dell’arte, ma prima le ha conosciute. Per me ognuno ha la sua strada e il suo talento, ma dovrebbe prima conoscere le regole che vuole infrangere.

Secondo te, in un fumetto quale peso hanno i dialoghi o la scrittura in generale e quale i disegni? Quanto conta la forma artistica rispetto a quella puramente scritta?

In medias stat virtus sul serio. Secondo me un buon comparto grafico si sposa bene con un buon comparto narrativo. Io stessa sono una di quelli che sfoglia un fumetto prima di comprarlo e dunque il comparto grafico deve convincermi. Quindi necessita di una buona cura. Non dico che bisogna essere Michelangelo! Ci sono tanti stili e il talento si riconosce. Però se la grafica non è supportata da una buona storia ne vengo profondamente delusa. Quindi per me bisogna pensare a tutto in egual misura. Il poeta Orazio parlava di ‘auream mediocritatem’ ci ho sempre riflettuto un sacco e ho sempre pensato che avesse ragione.

Ti facciamo una domanda scomoda: secondo te il mondo mainstream del fumetto è maschilista? Oppure sono date le stesse possibilità a tutti indipendentemente dal sesso?

Mhm….posso rispondere nì?  Il sesso di un autore può aiutare e può non aiutare… ci sono i pro e i contro sia ad essere autore che autrice. Spesso un’autrice viene più presa per simpatia, un autore ha un po’ più di difficoltà. Tuttavia se poi si parla di fare cose ‘serie’ diventa tutto più complicato per un’autrice, che spesso deve affidarsi ad uno sceneggiatore maschile. Ci avete mai fatto caso?
Comunque parlo sempre secondo la mia opinione e riflessione personale e ovviamente ci sono tantissime eccezioni. Oramai il fumetto fatto da donne è una realtà ed è anche meravigliosa. E troviamo donne fantastiche dal talento innegabile a disegnare ai massimi livelli. Ma, facendo una proporzione, sono ancora poche. E spesso ho visto ghettizzare i prodotti fatti da donne come solo femminili. Eppure basta spostare un po’ il punto di vista. Nei romanzi russi, ad esempio, ritroviamo la stessa sensibilità, attribuita convenzionalmente ad un elemento ‘femminile’, in autori maschili. Dostoevskij e Tolstoj sono maestri in questo.

Liana Recchione Risenfall

Non so perchè c’è questa sorta di ghettizzazione. In fondo ne era (e ne è tuttora vittima) anche la grande Jane Austen. Quante volte abbiamo sentito il fatto che Orgoglio e Pregiudizio sia una storia da ‘donne’ e poi però se lo vedono anche gli uomini e gli piace? (e per intenderci…la Marvel ci ha fatto anche un albo!) Al contrario ho trovato donne più aperte a tutto (non sempre, ma più spesso che in ambito maschile) ma temo sia una sorta di memoria sociale. Le donne nella storia sono state sempre più libere di accostarsi a situazioni diverse, senza essere ghettizzate. Gli uomini no. Un po’ come se l’uomo si fosse autoghettizzato nel tempo. Solo che, fortunatamente, ho notato una grande controtendenza ultimamente. E spero che si arrivi a considerare tutti bravi a prescindere dell’elemento sentimentale dato ad una storia e ad uno stile.

Risenfall è solo primo volume di una serie. Hai già in mente quante uscite ci saranno? E quali sono comunque i tuoi progetti per il futuro? Ti vedremo a qualche fiera del fumetto?

Beh, per ora ce ne saranno due. È il mio traguardo. Non ho mai fatto una storia di due volumi, Risenfall me l’ha richiesta. Anche se si tocca solo una minima parte di quello che mi ha sussurrato. Spero tuttavia di riuscire a renderle giustizia.

Un’ultima domanda prima di salutarci: vorresti dare qualche consiglio a chi come te vuole intraprendere la carriera di fumettista?

Ascoltate i consigli, ma imparate a distinguerli da quelli che possono aiutarvi e quelli che vi fanno solo male. Seguite il vostro cuore, ma conducetelo con la ragione. Non pensate di essere arrivati. MAI. E credeteci. Forse il fumetto non sempre vi darà pane per il vostro stomaco, ma la vostra anima ne sarà comunque ripagata.

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