Analizziamo Kill la Kill, uno degli anime più belli presenti su Netflix

Ci sono gli anime che puntano in una direzione precisa con coerenza e linearità, per essere puro intrattenimento, o al contrario veicolare al meglio la propria storia e poetica. Insomma, anime che a prescindere dalla loro natura più leggera o impegnata, sono subito leggibili nella loro natura. E poi ci sono opere schizofreniche, folli e allo stesso tempo lucide, che in qualche modo riescono a creare un circolo virtuoso in cui la trama, simbolismo, allegorie estetiche, stile e azione si fondono e si sostengono l’un l’altro per creare qualcosa di nuovo e interessante. Kill la Kill, serie del 2013 dello studio Trigger, conosciuti anche per il celebre Gurren Lagann (trovate QUI un nostro approfondimento), è sicuramente una di queste.

Non staremo qui a raccontare la folle storia di Kill La Kill per filo e per segno, se non lo avete visto, mollate tutto e correte a recuperarlo, anche perché in questo articolo CI SARANNO SPOILER. Quello che mi interessa analizzare in questa sede, non è tanto “cosa” è KLK, ma “perché” è secondo me, un vero capolavoro dell’animazione nipponica.

Innanzitutto, banalmente, funziona perfettamente proprio come anime, e il fatto che nasca come tale e non come manga, rende il suo ritmo perfetto e perfettamente calzante al format delle 24 puntate. Nessuna di queste è inutile, anche quei pochi filler autonomi, contribuiscono ad arricchire l’universo narrativo di Kill la Kill e talvolta, a rendere il mood dell’anime più eterogeneo, con ad esempio, episodi spiccatamente votati alla comicità più completa, in cui anche le linee del disegno si fanno più rotondeggianti.

Il fanservice, che sicuramente è presente e fa parte delle componenti consapevolmente divertite dell’anime, è ben gestito e per una volta, anche funzionale alla narrazione. C’è poi un rimescolamento delle carte in tavola a metà serie, in pieno stile Trigger, che tiene vivo l’interesse per la trama e cambia totalmente il registro della progressione. Senza dimenticare, l’incredibile capacità di alzare l’asticella dello spettacolo verso il suo epilogo a livelli stellari.

Uno stile spesso asciutto ma accattivante, curato, pieno di personalità, che ripesca dal passato dell’animazione giapponese e ne reinventa gli stilemi rendendoli freschi e innovativi, riuscendo ad accostarli ad un sacco di fantastiche e originali soluzioni grafiche.

Un tratto deciso, che mette spigolosità e linee sinuose al posto giusto. Un anime pieno di inventiva, dal character design memorabile e riconoscibile. Che sa sfruttare al meglio sia il dinamismo delle sequenze più frenetiche che i momenti più statici. Anche quando deve tirare la cinghia in animazioni e dettagli infatti, lo fa sempre con una classe insuperabile, e una inventiva infinita, spesso riuscendo ad enfatizzare con pochi fotogrammi i momenti più comici dello show.

kill la kill

Insomma, Kill la Kill è un anime sopra le righe, a tratti folle, esagerato, ma sempre geniale, perché dietro una sontuosa apparenza, c’è anche tanta sostanza.

Kill la Kill e il potere della contraddizione

Kill La Kill è intrigante anche perché tutti possono osservare nell’anime una infinità di elementi impliciti ed allegorici, tanto nell’estetica quanto tra le righe dei dialoghi, e interpretarli secondo la propria sensibilità, per quanto, al di là delle sfumature, lo spirito dell’anime rimane innegabilmente legato ad alcuni temi portanti universali.

Attraverso la figura di Satsuki che controlla la scuola, inizialmente il tema principale sembra quello dei regimi dittatoriali. Ma successivamente, i piani di Satsuki, si rivelano totalmente diversi, non cerca di costruire un sistema totalitario ma di distruggerlo dal suo interno, e tradisce quindi la madre Ragyo, vera artefice e tiranna della storia, la quale usa la figlia solo come mezzo per i propri scopi. Nello stesso tempo Ryuko accetta di seguire la causa di padre scomparso e poco conosciuto, ma di cui sente di condividerne indole e ideali, e si batte per sconfiggere le fibre viventi.

C’è molto di più quindi della metafora di una lotta per l’indipendenza e la libertà, c’è anche una sottile rivisitazione del tema della famiglia. Satsuki e Ryuko sono simili, vivono i loro legami di sangue in maniera negativa e innaturale. Ryuko cova un perenne rancore per la morte del padre e sente molto la sua mancanza, mentre Satsuki al contrario, vorrebbe la madre morta e deve sopportare il disagio della sua vicinanza. In tutto questo c’è l’organizzazione ribelle Nudist Beach, che in qualche modo sta “sopra le parti” al centro della scena, ma è importante perché che sta all’origine dei conflitti che si creano, infatti viene fondata dal padre di Ryuko proprio per opporsi a Ragyo.

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Anche come sono state concepite le vesti divine che indossano le protagoniste è veramente interessante.

Ryuko si serve di Senketsu, con cui instaura un legame speciale ed è creato dal padre per proteggerla. Senketsu, significa “sangue fresco”, ed è attivato dal sangue che l’ha risvegliato. Ma siccome la sessualizzazione dei personaggi è un tema spesso esibito, possiamo vederci anche un significato simbolico legato al ciclo mestruale, un rito che trasforma una ragazza in una donna. E infatti Ryuko, nonostante il fare da teppista, sempre sicura di sé, acquista realmente consapevolezza delle proprie potenzialità solo quando Senketsu si scatena.

Come Simon, in Sfondamento dei cieli: Gurren Lagann, faceva l’errore di non saper esprimere la propria identità senza abbandonare l’idea di imitare Kamina, anche Ryuko non può esprimere tutto il potenziale di Senketsu senza lasciarsi andare completamente alla trasformazione. Il director Imaishi e lo scrittore Nakashima ancora una volta cercano un inno all’autodeterminazione e al potenziale della propria individualità. Che in Kill la Kill si contrappone in maniera netta all’ambiente scolastico rappresentato come una massa di individui spersonalizzati, tutti perfettamente uguali.

Per Satsuki invece, il suo vestito Junketsu, che significa purezza, rappresenta il rito del matrimonio, infatti venne donato a Satsuki proprio per questo scopo. È però quindi anche il simbolo di una imposizione, e infatti, l’intera vita di Satsuki è legata alla eredità, la scomoda successione alla madre per ricoprire un ruolo che rinnega, e che nonostante le apparenze combatte fin dal principio. C’è una profonda differenza tra il legame viscerale e naturale, simbiotico,  di Ryuko e Senketsu, rispetto a quello tra Satsuki e Junkesu, che invece rappresenta un peso. Il peso degli ideali materni, ovvero il dominio sugli altri.

È quindi una storia di relazione con la propria eredità genetica, ma anche di relazione con sé stessi. E tutto ci viene raccontato attraverso qualcosa che sta a metà strada tra il genere sailor senshi e il tokusatsu.

Kill la Kill

A differenza della posatezza delle guerriere Sailor, le trasformazioni in Kill la Kill sembrano esibizionismo allo stato puro, per il piacere dell’occhio maschile. Ma in realtà c’è più di questo, il carattere forte delle protagoniste evidenzia che nel fanservice spinto c’è anche la manifestazione dell’orgoglio di queste donne, che non temono di sporcarsi le mani e rendersi meno aggraziate menandosi pesantemente, né di deture la propria femminilità con un ciglio particolarmente aggressivo o sofferente, mentre la gran parte dei personaggi maschili rimane ancorata a ruoli secondari.

Definire Kill La Kill al netto di queste considerazioni, una serie prettamente “femminista” però sarebbe superficiale, soprattutto considerando le tonnellate di fanservice comunque presente. No, secondo me l’opera di Nakashima  va oltre questo, o meglio non si preoccupa delle etichette, va solo dritta per la sua strada, in maniera anarchica ma convinta e ambigua allo stesso tempo, per cercare un divertimento a briglie sciolte e perché no, raccontarci nel mentre della natura umana, dello spogliarsi di ogni ogni cosa che può omologare, attraverso mille allusioni sessuali che Kill La Kill pare costantemente metterci sotto il naso ma allo stesso tempo voler sdoganare.

Più i toni si inaspriscono, più gli eroi si ritrovano nudi, una nudità che non è mai ipersessualizzata. Paradossalmente, si osa molto di più con lo sguardo quando le protagoniste indossano le loro divise da battaglia. Man mano che cresce il pathos, diminuisce l’oggettivazione del corpo femminile. Per lasciare posto allo scontro questi abiti alieni, che rappresentano il controllo, l’omologazione dell’essere umano, il male insomma.

Kill la Kill

Non è una semplice coincidenza che le pronunce giapponesi di “fascismo” (“fassho”) e “moda” (“fasshon”) siano estremamente simili. Si parla del mondo sottomesso dell’età adulta in opposizione al potenziale giovanile. Ryuko rappresenta questo ideale e interpreta infatti proprio il giovane ribelle in tutto e per tutto. Un giovane impetuoso ancora capace di ribellarsi alla conformità.

Kill La Kill riesce a fare critica sociale e inserire elementi introspettivi in maniera non banale, attraverso l’azione folle, la comicità, un continuo spettacolo sopra le righe e una colonna sonora assolutamente memorabile. Tutto ciò rende questo anime semplicemente tra i migliori di quest’epoca. Qualcosa di divertentissimo, affascinante, ma anche potente e perché no, controverso e talvolta contraddittorio, esattamente come lo è spesso la natura umana. Spensierato ma drammatico, disimpegnato ma profondo. Che c’è di male?

In fondo, come recita Satsuki con tono solenne: la paura è libertà, il controllo è liberazione, e la contraddizione, è verità.

 

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