Il sonno della ragione genera fumetti

Roberto Recchioni, autore di fumetti ormai da parecchio tempo, lingua senza peli persino da prima, firma il debutto della neonata collana Feltrinelli Comics, curata da Tito Faraci, che vanta in scuderia autori del calibro di Sio e Bevilacqua. L’occasione di esordire con La fine della ragione (accompagnato da Un amore esemplare, di Daniel Pennac e Florence Cestac) è stata colta, nonostante i tempi strettissimi, grazie al suo autore “maratoneta”, tanto generoso di sferzate a destra e a manca da suscitare, tra le tante, accuse di politicità.

la fine della ragione

È un vecchio discorso, quello di politica e fumetto, già affrontato anche in queste pagine. Brevemente, qui ci limiteremo a dire che, sebbene un autore abbia tutto il diritto di esprimere opinioni politiche attraverso la sua penna, anzi, essendo il fenomeno in certa misura inevitabile, tacciare di qualsiasi forma di opportunismo il lavoro di Recchioni sarebbe in ogni caso sminuente. Questi torna con un post-apocalittico tutto umano ai toni pungenti e polemici del suo Asso di una volta. Lasciatagli carta bianca, l’autore la verga (in gran parte con chine giapponesi, da vero samurai) seguendo più l’istinto che il cervello. Roberto Recchioni, insomma, spegne il computer di bordo e “usa la Forza”.

In virtù di questo, il magma narrativo non è sempre perfettamente distribuito, qui e là magari tradisce una nota di confusione stilistica, ma è certamente scottante e ribollente in ogni suo punto. Il carburante recchioniano alimenta la sua invettiva attraverso la rappresentazione drammatica dell’ipocrisia populista e dei cortocircuiti della logica dei tanti. In tale contesto, è inevitabile che il suo messaggio possa assumere contorni politici, ma il punto è che non lo fa necessariamente. Il minimo comun denominatore resta una critica sociale senza quartiere, soggiacente a una storia di per sé efficace, autosufficiente. Che poi le similitudini con l’attualità si sprechino, la dice lunga sull’inquietudine che la realtà, come fonte artistica, può ispirare. Ma lo stesso discorso, se è per questo, varrebbe anche per la milleriana Sin City. tanto per fare un esempio.

la fine della ragione

Frank Miller, peraltro, è autore cui La fine della ragione rivolge uno sguardo di fiera ammirazione, per questioni di compressione narrativa, uso testuale, dove c’è pure molto Andrea Pazienza, e somiglianze del tratto. La “madre” di Recchioni ha i lineamenti e il carattere rigido e infaticabile dell’Elektra di zio Frank, nel percorrere uno stato post-italiano, logoro, vuoto, dove regnano incontrastati il silenzio e l’ignoranza. Ciò permette all’autore di spaziare dalla vicenda a cenni di antropologia culturale e filosofica, alternando diverse gabbie (watchmen comprese) e tecniche realizzative. Il tutto senza mai abbandonare le redini di un’ironia che fa ancora più paura quando non esplicitamente manifesta.

È questo il più grande punto di forza del romanzo: al di là della sua rabbia, comunque vigorosa e tagliente, l’affresco puntuale e suggestivo di un viaggio entropico alla ricerca della salvezza, fisica e morale, nel bel mezzo di una rivoluzione (vinta) del popolo contro la sua ragione, come in preda a una malattia auto-immune dell’intelletto. Ma il fuoco dell’avventura, impetuoso com’è, si estingue anche in breve tempo, lasciando forse troppo presto la presa su un conflitto che, in termini di azione, potrebbe emergere più imponente. Al di fuori del villain ambientale, infatti, la struttura di andata e ritorno somiglierebbe più a un racconto all’orientale, in due atti (invece di tre, all’occidentale), se non intervenisse poi l’epilogo. Quest’ultimo ricuce con stile i drappi di una narrazione rimasta, o creduta, esterna fino alla fine: è l’ennesimo velo di Maya che Recchioni gode a squarciare, con la sua versione della scena “post-credit” alla vecchia maniera. Quando ci sembra di avere sulla spalla la mano confortante, seppur debole, di una speranza, ci voltiamo e ad aspettarci non troviamo che l’ennesimo schiaffo a tradimento. È l’acuto e aspro bilanciamento del piccolo deus ex machina che, precedendolo, sembrava aver risollevato le sorti del destino. Ma “una madre, al destino, gli sputa in faccia”, e la madre degli stolti, com’è noto, è piuttosto recidiva.

la fine della ragione

Verdetto:

Roberto Recchioni sa come sfruttare, a suo e nostro uso e consumo, i topoi della cultura che non ci meritiamo, ma di cui abbiamo bisogno adesso. Una società in cui il significato di saggezza viene pervertito diventa il teatro distopico di una ricerca disperata. Quella di chi, al contrario dell’Umanità, sceglie di non assecondare la seduzione intellettuale del numero. La vicenda è raccontata in maniera quasi schizofrenica: grande varietà di gabbie, tecniche di illustrazione, tempi e stili narrativi, con toni fortemente satirici da una parte, echi lirico-fantastici dall’altro. Ma questo suo essere proteiforme, che lo consideriate un bonus o un malus, non costringe La fine della ragione a sacrificare immediatezza e potenza del contenuto. Di certo, vi colpirà. Volete sapere se in positivo o in negativo? Beh, non esistono risposte facili a domande complesse.

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