L’ombra di Ben Affleck copre anche la Luna, nella buia notte di Ybor City

Il nuovo film di Ben Affleck viene accolto dalle sale italiane il 2 marzo. Vedremo, a tal proposito, come sarà questa accoglienza, se negativa come accaduto in America o se il Belpaese riserverà più applausi che fischi al regista di Berkeley.

La legge della notte è un film ambientato nell’America degli anni ’20, quelli del proibizionismo, dell’alcool, delle armi e delle cosche mafiose. Joe Coughlin (Ben Affleck) è il figlio di un commissario della polizia di Boston, ma nella vita ha scelto di stare dall’altro lato della barricata, nel pericoloso mondo della criminalità, dove il confine tra l’essere un gangster e finire in una fossa è quanto mai labile.

Dietro la telecamera Ben Affleck ha subito senza dubbio un’evoluzione, ma soprattutto ha dimostrato di saperci fare, già da Gone Baby Gone, uscito ormai 10 anni fa.
Altra evidente – nonché apprezzabile – constatazione è quella di trovarsi davanti ad un professionista che realizza film come e quando sente la necessità di farlo. Da Gone Baby Gone a La legge della notte, Affleck ha messo in scena opere totalmente diverse tra loro, seppur troviamo delle naturali linee guida e dei punti comuni.

Approcciandoci alla visione de La legge della notte, il primo aspetto che salta all’occhio è la fotografia. Abbiamo ancora bene in mente Argo, con la sua bassa saturazione perfettamente congeniale al tipo di film che si voleva rappresentare; e poi ci ricordiamo The Town, di una nitidezza meravigliosa ed una ricerca cromatica davvero certosina.
Qui si sceglie invece il tre volte premio Oscar Robert Richardson, che dona all’intera opera una naturalezza visiva che non stanca mai gli occhi. A livello fotografico non sembra propriamente un film di Ben Affleck, ma ancora una volta è la scelta giusta.

Non è soltanto una questione cromatica a fare de La legge della notte un prodotto diverso da quello che ci aspettavamo. Affleck sembra ormai un professionista maturo, e sente il bisogno di rendere autentico – e quindi affleckiano – il genere che finisce davanti alla sua macchina presa. Al punto, però, che non sappiamo esattamente di genere si tratta.
La legge della notte è un thriller, è un drama,  è un giallo, è un gangster movie, è un action, è un noir. Ci parla di amore, di vendetta, di paternità, di criminalità. Forse è persino biografico, in parte, per quanto sembra personale.
Nel calderone in cui il nostro Ben, però, cucina con passione la pietanza, ci sono troppi ingredienti e poco condimento, così la vivanda non si amalgama a sufficienza.
La sua ricerca dell’autorialità è apprezzabile, ed in questo il film ricorda molto opere di Mann come Nemico Pubblico, tuttavia la modalità mal si concilia con le esigenze di narrazione, che causano continui blocchi non garantendo l’auspicata fluidità.

Anche il montaggio in tal senso non aiuta: troppo lento e spezzettato. È vero che non si tratta di un action, ma se togliamo le scene in cui le pistole sparano (e sembra di essere in un videogame come Mafia) e quelle di qualche inseguimento, La legge della notte si perde girando a vuoto, provando di continuo strade diverse ma finendo sempre (o quasi) in dei vicoli ciechi.
Tematiche come la religione, l’amore, la delusione vengono sfiorate senza che il regista ci si concentri troppo, ma questo andare su e giù sulla giostra tende a stancare lo spettatore, che non riesce a capire dove si voglia andare a parare e quale sia il traguardo.
Uno degli aspetti più marcati ed affrontati in maniera migliore o comunque più netta è quello della paternità. Il difficile rapporto padre/figlio tra Brendan Gleeson (davvero eccezionale, a dispetto dello scarso minutaggio concessogli) e Ben Affleck è pressante, e si mantiene nel sottosuolo per la totalità delle due ore, fino a fuoriuscire in un finale duro ma netto, che chiude la questione senza fronzoli.
Le difficoltà relazionali, quelle legate alla famiglia ed anche quelle tra criminalità e forze dell’ordine richiamano uno schema già visto in The Town, e forse qui reso in modo più enfatico.

Non è Batman

Ben Affleck ci sembra vittima di un paradosso. Il parallelismo Bruce Wayne/Batman è per certi versi simile a quello che ritroviamo tra l’Affleck attore e l’Affleck regista. Credo siamo tutti d’accordo nel ritenerlo migliore dietro la macchina da presa piuttosto che davanti, ma autodirigersi non è sempre facile e la sua presenza è quanto mai voluminosa, generando un’ombra così grande da coprire se stesso.
Non sempre riesce ad essere credibile. A volte lo è, e quella maschera austera e silenziosa gli si confà, ma in altre circostanze appare goffo e fuori causa.
Alterna cose buone ad altre meno buone. Per esempio appare realizzata alla perfezione l’immagine dell’antieroe, dell’uomo che si fa carico delle atroci conseguenze provocate dalle proprie azioni. Molto più che in The Town, in questo caso.
Il cast femminile comunque, fa la sua parte piuttosto bene. Zoe Saldana è affascinante e la sua performance è curata; Sienna Miller favolosa anche solo con un paio di espressioni. Elle Fanning dimostra ancora una volta di trovarsi a suo agio nei ruoli sospesi tra bene e male.
Peccato per Remo Girone, che in lingua originale palesa un’orrida pronuncia inglese, ben lontana da quella tipica degli italiani che in quegli anni cercavano fortuna in America, ma piuttosto simile ad una cantilena scolastica.

La legge della notte è un film che nasce con pretese decisamente alte, che però Ben Affleck non riesce a soddisfare del tutto, sbriciolando un complesso puzzle in mille pezzi, lasciati a scontrarsi uno contro l’altro senza oltretutto mostrargli l’immagine di riferimento.
E la clessidra, purtroppo, non gioca mai a suo favore.

Verdetto:

La legge della notte è un film complesso, di cui possiamo apprezzare alcune scelte tecniche – come la fotografia – o l’evidente volontà di Ben Affleck di mostrarsi come un regista maturo, che prende coscienza delle proprie doti dietro la macchina da presa e vuole regalarci un prodotto assolutamente autoriale. Facendolo, però, si perde. Annaspa in una mare di idee, si trova a girovagare in un lungo corridoio in cui apre tante porte, chiudendone solo qualcuna. Tematiche come la religione, l’amore, la delusione vengono sfiorate senza che Affleck ci si concentri troppo, ma questo andare su e giù sulla giostra tende a stancare lo spettatore, che non riesce a capire dove si voglia andare a parare e quale sia il traguardo.
Il montaggio lento e spezzettato di certo non aiuta tutto questo, la narrazione ne risente in termini di scorrevolezza. Insomma, Ben Affleck ci sa fare, ma vuole giganteggiare e la sua ombra finisce per coprire tutta la città.
La notte è troppo buia ad Ybor City.  

La legge della notte - Recensione
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