MATTANZA, STEREOTIPI E CARICATURE

A distanza di tre anni dal primo capitolo della trilogia (La notte del Giudizio: The Purge), e due anni dopo il secondo (Anarchia), le strade di Washington tornano ad accogliere i carnefici dello Sfogo.
L’enorme successo al box office, ottenuto in patria, ha infatti convinto sin da subito il regista James DeMonaco a progettare e scrivere la sceneggiatura di tutti e tre i film in tempi piuttosto brevi.

Come si evince dal titolo, stavolta il sottotema è la campagna elettorale per la presidenza, attualizzandosi quindi moltissimo, nonostante l’ambientazione in un futuro prossimo.
Ma è proprio sull’esasperazione delle tematiche espositive di democratici e repubblicani (pur non citando mai esplicitamente le due fazioni) che verte il significato di questa Notte del Giudizio; ed in fondo non potrebbe essere diversamente, visto che la sua istituzione è dipesa da un decreto governativo, così una sua eventuale abolizione può esser decretata solamente dai Capi di Stato.

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DeMonaco è scaltro e previdente, e gioca sul tema, osservando protagonisti e spettatori della mattanza e del dialogo.
Il mondo futuristico che ci dipinge è, come al solito, attuale da ogni punto di vista, in modo che la scelta di mostrare eventi cronologici 10 anni dopo quelli di adesso sia più che un’esigenza di plot e credibilità dello stesso, una maniera per tutelarsi da eventuali accuse.
Il ministro Owens è una macchiettistica e smisurata versione di un candidato repubblicano alla ricerca della semina dell’odio e del razzismo. Questa dose di follia viene esaltata e mostrata in un contesto altrettanto gonfio di fanatismo e chiaramente caricaturale, in cui troviamo un esercito di esecutori mercenari chiamati White Power, con svastiche cucite sulle mimetiche e tatuaggi sul volto, ovviamente inneggianti il nazismo. Emblematica in tal senso la scena della Messa dello Sfogo: il classico esempio in cui si mischiano sacro e profano, con il Ministro Owens che invoca atti violenti in nome del Signore, mentre richiama la folla dall’altare, imbellettato e con un’enorme spilla sul petto, che ricorda l’aquila nazista stilizzata.
Dall’altro lato, ovviamente, ci sono i buoni. La Senatrice Charlie Roan (Elizabeth Mitchell) è la paladina del bene, e agisce esclusivamente per portare la pace e far ritrovare alla nazione gli ideali puri ed i valori con i quali è sorta. Forse è persino più macchietta del suo rivale.

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Ma al di là di tutto questo, La Notte del giudizio: Election Year è un action-thriller puro.
La Washington dipintaci, è griffata da tinte rosse sangue e da colori dark circondati dal fluo o dallo psichedelico. E’ così che si disegna la follia. Le maschere, i clown, da IT in poi, hanno generato questa sorta di sindrome di Pennywise, o più propriamente una coulrofobia accentuata ed estesa. Fatto sta che quest’aspetto funziona, e lo sa bene DeMonaco, tanto da prendere e gettare nella mischia tutti gli elementi che hanno intessuto l’horror, ammorbidirli rispetto al primo capitolo della saga, in modo che la fase action possa respirare, ed incasellare la giusta traccia musicale nel momento più adatto (a proposito, I’m afraid of Americans di Bowie ci sta tutta!).
Lo squilibrio della gente, la follia di questo tour dell’omicidio, con persone che arrivano da oltreoceano per partecipare alla carneficina, è sempre più l’allegoria tremenda di un mondo allo sbando e privo di freni, ma rimane comunque l’elemento migliore del film, perché è grazie al costante odore della morte che si tiene viva l’attenzione dello spettatore.

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Per il resto, la missione di salvataggio della Senatrice, e questa specie di guerra tra bande sono tremendamente stereotipati, ed omologati in maniera pacchiana ai più classici action-thriller.
Qualche pallottola improvvisa accende la voglia del pubblico, ma di certo non è questo quello che ci si aspetta, o si desidera guardare.
Tuttavia il già citato tema fondante, ovvero la follia che pervade le strade della capitale americana, è ben miscelato con il genere d’azione a cui abbiamo più volte fatto riferimento, e questo permette una dignitosissima scorrevolezza ed un incedere stabile e deciso.

I numeri sono sempre stati dalla parte di James DeMonaco, e siamo convinti del fatto che anche stavolta l’America (e non solo) apprezzerà la sua fatica cinematografica, tant’è vero che – siccome i soldi non bastano mai – il regista ha lasciato un finale aperto a possibili scenari futuri, il che sarebbe un male dal punto di vista artistico, dato che questa trilogia ci sembra aver già dato tutto, ma sicuramente sarebbe un bene per le sue tasche.

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