Se tu lo vuoi tu lo sarai, una di noi (ma anche no)!

Sono carine, sono coraggiose, vestono alla moda e sono tutte luccicanti: stiamo parlando delle fatine che da anni conquistano il cuore delle bambine e sono al 100% made in Italy.
Winx Club è una serie animata scritta e diretta da Iginio Straffi, realizzata dallo studio di animazione Rainbow in collaborazione con Rai Fiction. Trasmessa per la prima volta nel 2004, la serie è stata distribuita in 150 paesi e ne sono stati tratti tre lungometraggi, svariati live show e un’infinità di merchandising, diventando uno dei prodotti di animazione italiana più di successo.

La storia parla di una giovane ragazza, Bloom, che un bel giorno scopre di essere una fata dopo l’incontro con Stella, un’altra fatina proveniente dal regno di Alfea. Ben preso Bloom si iscriverà al collegio per giovani fate e si trasferirà nella dimensione di Magix, dove farà amicizia con Flora, Musa, Tecna e Aisha (che entrerà in scena nella seconda stagione). Le ragazze formeranno il Winx Club, a metà tra una confraternita e una squadra votata alla giustizia; si ritroveranno infatti a scontrarsi in più di un’occasione con le Trix, trio di streghe, studentesse di un’accademia rivale.

Le varie stagioni si suddividono in piccole avventure, piccoli drammi adolescenziali, power up di poteri e filrt con ragazzotti che bazzicano la scuola. Neanche a dirlo, il cartone animato riscontra un successo spaventoso tra le bambine: magia, avventura e abitini colorati e glitterati; quale ragazzina non ne resterebbe rapita? Senza contare il fatto di essere diventato un vero e proprio brand di culto tra le giovanissime: non si conta l’enorme varietà di bambole, giocattoli accessori moda, materiale per la scuola, dolciumi e snack marchiati “Winx”, ed il fenomeno si è esteso al punto da innescare vari spettacoli a tema nei parchi divertimento, oltre alla versione parodica di Colorado Cafè che ha innescato il tormentone “se sì perché, se no com’è, oppure va beh, eh?”.

L’impostazione segue la falsariga degli shojo majokko giapponesi, in cui una squadra di maghette distinte da poteri diversi ma una divisa simile con colore personalizzato combatte contro le forze del male.
Non è la prima volta che il Sol Levante influenza le produzioni artistiche italiane. È dagli anni Ottanta, se non prima, che l’animazione giapponese ha innestato le sue radici nella cultura dei cartoon del nostro paese. Dalla fine degli anni Novanta, di fatto, le maghette hanno preso piede nel palinsesto della TV per bambini. La squadra di giovani ragazze con abiti ultra colorati dotate di poteri magici è un must della classe ’90 e il fatto che l’Italia abbia voluto sperimentarne un prototipo in casa è decisamente un bene.

La trama di fondo di Winx Club è piuttosto banalotta ma carina, con qualche piccolo colpo di scena ed un canovaccio di continuità nella saga, tuttavia – come si suol dire – sembra “mancargli un soldo per fare una lira”. Quale sarebbe quindi questa lira? Il semplice fatto che una volta che le bambine entrano nella pubertà iniziano già a mal sopportare la serie, fattore che invece non accade con altri “gruppi di maghette”. Già grandi penne in passato hanno mosso delle critiche verso la mercificazione di questo mezzo di intrattenimento, e non passano certo inosservati degli aspetti sessisti che trapelano dal cartone: stacchi di coscia da capogiro, atteggiamenti da bambolette tutto burro e insistenti inquadrature in zone “strategiche”. Certo si potrebbe dire che dopo tutti gli scandali che ha provocato Sailor Moon, le Winx sono poca cosa, ma la differenza sta in un elemento sostanziale: la caratterizzazione dei personaggi. Purtroppo, nonostante abbiano un fondo di distinzione caratteriale, “l’umanità” delle fatine resta paurosamente superficiale, il che rende superficiale anche tutta la struttura narrativa, che non sa realmente coinvolgere gli spettatori, ed ecco perché, una volta cresciute, le ragazze non sono spinte a voler rivedere il cartone anche da grandi, denotandone una conseguente longevità ridotta nella fruibilità dell’opera.

Questa sorta di gradino in meno è simbolo dell’enorme spaccatura che viviamo nella cultura dell’animazione in Italia. Da una parte essa è un’arte da rispettare e capace anche di ricoprire un ampio spettro di pubblico, dall’altra è un media di serie B volutamente depotenziato di carica intellettuale: Winx Club sta proprio nel mezzo, ha spunti innovativi e per certi versi pure emancipati ma si rifiuta di fare quel passetto in più per non azzardare, ottenendo un effetto altrettanto negativo ma più politicamente corretto. Dovremmo essere ciechi per non notare una certa schizofrenia nella concezione di “cartone animato”. Come già accennato il problema sta proprio nell’influenza nipponica che ha fornito all’opinione pubblica svariati input che hanno messo in crisi l’idea di qualità che si vuole fornire ai giovanissimi. Il punto nevralgico sta soprattutto nel fatto che molti cartoni importati in patria nascono come un prodotto per adolescenti poi riadattato per bambini, cosa che ha scatenato un curioso effetto collaterale: il giovanissimo pubblico adora le storie di magia ed eroismo ma potrebbe non essere pronto per temi scottanti come la scoperta dell’identità sessuale o lo stretto contatto con il concetto di morte (hallo Sailor Moon!).

winx animazione italiana

Le Winx prendono vita proprio da questo effetto collaterale, acquisiscono tutto ciò che è più facilmente vendibile alla nostra televisione, lasciando indietro i problemi più spinosi, il che non è necessariamente un male, ma perché dovrebbe essere giusto emulare delle fatine succintamente vestite e truccate come trentenni ma glissare su un qualsiasi altro argomento legato al sesso? Del resto le nostre protagoniste sono adolescenti, eppure il target del prodotto sono le bambine under 13; non è un po’ un controsenso? Pregi e difetti a parte, Winx Club si dimostra involontariamente come una rappresentazione di cosa è l’animazione nel nostro paese: tante buone intenzioni e poco approfondimento. Certo non tutto ciò che è stato in Italia riscontra una simile spaccatura, ma questa storia dovrebbe essere narrata in tutt’altra occasione.

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