Tutta la fantascienza che conosciamo si svolge in un solo posto

Oggi, da qualche parte a Tel Aviv c’è una stazione degli autobus. Un posto dove centinaia di persone transitano ogni giorno in partenza, in arrivo o solo di passaggio. Domani, un domani non ben definito, quella stazione si espanderà, verranno costruite strutture immense di cui non si vede la cima, e in quello stesso posto non saranno più gli autobus a fermarsi, ma le astronavi da e per la Terra. Nonostante l’evoluzione quello spazioporto continuerà a essere chiamato semplicemente Central Station.

È questa l’ambientazione dei racconti scritti da Lavie Tidhar, autore di origine israeliana attualmente residente a Londra, che ha iniziato a imporsi sulla scena internazionale con il suo romanzo Osama (tradotto in italia con il titolo Wanted) vincitore nel 2012 del World Fantasy Award, un giallo ucronico che ruota intorno al personaggio inventato (nell’universo del libro) di Osama Bin Laden. Negli anni Tidhar ha pubblicato numerosi racconti e romanzi di generi diversi, dalla fantascienza al thriller al weird, e ha curato alcune raccolte come The Apex Book of World SF ed Ebrei contro Zombi. Molti dei suoi racconti più recenti sono ambientati nell’universo narrativo di Central Station, vincitore nel 2017 del John W. Campbell Memorial Award e pubblicato di recente in Italia da Acheron Books.

Central Station è un luogo in cui si incontrano e si sovrappongono culture, persone e storie. Tra i diversi livelli del porto si può trovare di tutto: dagli shebeen alle chiese di ogni confessione, dagli spacciatori ai robivecchi, dagli artisti ai criminali. Il tutto con una commistione di tradizionale e futuristico, per cui per ogni collezionista di libri c’è anche un prete robot, per ogni mercante c’è un pilota di astronavi in universi simulati. Gli abitanti dei livelli residenziali di Central Station, abituati al pragmatismo tipico di chi vive in zone di frontiera, ritengono tutto questo perfettamente normale. Ebrei, arabi, russi, cinesi, occidentali, africani e Altri convivono più o meno pacificamente finché ognuno ha i propri affari a cui badare.

Il romanzo è per certi versi una fantascienza estrema, in quanto raccoglie a piene mani dai topoi che si sono accumulati in duecento anni di vita del genere. I temi presenti in queste pagine sono quelli che siamo abituati a trovare in centinaia di altre storie, tra fantascienza golden age e new wave, nella space opera o nel cyberpunk. Colonizzazione del Sistema Solare: check. Robot: check. Cyborg: check. Intelligenze artificiali: check. Alieni: check. Singolarità tecnologica: check. Realtà simulata: check. Realtà aumentata: check. Cyberspazio: check. Bambini indaco: check. Vampiri: check. Questo però non significa che si tratti di hard sci-fi: tutti questi elementi sono amalgamati tra loro con la consapevolezza di non avere inventato nulla, utilizzati come base per intessere le vicende personali dei personaggi che si presentano di volta in volta sul palco.

Si potrebbe infatti definire Central Station come un palcoscenico, dove ogni capitolo è la storia di un diverso personaggio. Quelli che prima appaiono come secondari diventano a loro turno protagonisti, per poi lasciare di nuovo lo spazio agli altri. Si ottiene così un complesso intreccio di vicende che si estendono nel passato e fuori dalla Terra, un affresco del futuro di cui ci viene mostrato solo qualche particolare, ma che spostando l’attenzione si rivela immensamente più grande e impossibile da comprendere tutto con un unico sguardo. Di fatto non è presente una trama unitaria che si risolve nel corso del libro, ma solo questa molteplicità di storie personali intersecate tra loro.

Abbiamo così il ragazzino dagli strani poteri, orfano della madre morta per overdose di Crucifixation, e l’ingegnere tornato da Marte per assistere il padre in fin di vita; c’è il soldato morto e riportato in vita in un corpo meccanico, reduce di guerre che lui stesso non ricorda di aver combattuto, e l’Oracolo unito a un’intelligenza artificiale dagli scopi imperscrutabili (come lo sono tutti gli Altri); da una parte la Shambleau, vampira di dati che trova rifugio presso l’unico uomo privo di collegamento alla Conversazione (il chiacchiericcio diffuso in rete a cui tutti partecipano costantemente), mentre dall’altra tutti i membri di una famiglia condividono tra loro i ricordi del loro progenitore e per tutte le generazioni successive. Lavie Tidhar non si sofferma più di tanto su come tutto ciò è reso possibile dal progredire della tecnologia, ma piuttosto su come questi cambiamenti impattano sulla vita dei suoi personaggi, mostrando le diverse storie da più punti di vista. Tutti loro comunque manifestano una forte umanità, anche quelli che di umano hanno ben poco: i robotnik che si trovano a metà strada tra uomo e macchina, i robot veri e propri, fino alle AI senzienti con le quali si è persa ogni capacità di comunicare.

Terminale Terra

Anche in Terminale Terra, raccolta di racconti pubblicata da Future Fiction, ritroviamo la stessa ambientazione, e anche se non ricorrono gli stessi personaggi, sono ben riconoscibili le situazioni e gli elementi portanti di questo vastissimo mondo. Escluso il primo racconto (che comunque potrebbe collegarsi in modo tangente), gli altri si possono considerare dei brevi spin-off della serie principale di Central Station, proprio a confermare che il setting si presta a infinite storie e variazioni.

Proprio in questo sta la forza dei racconti di Lavie Tidhar: non l’originalità, intesa come potenza innovativa delle idee, quanto l’opera di unificazione con cui l’autore ha tratto gli elementi costituenti della fantascienza e ne ha fatto un terreno di gioco in cui far scontrare una molteplicità di attori e situazioni. Central Station e Terminale Terra non sono da leggere per la ricerca di idee mindblowing, quanto per la naturalezza con cui gli spunti vengono trattati. Chi segue e conosce la fantascienza (soprattutto quella letteraria, ma non solo) potrà riconoscere decine di citazioni e riferimenti, ma chi invece ne fosse più distante può comunque apprezzare il continuo snodarsi di storie di persone normali in contesti eccezionali. L’appassionato e il neofita possono quindi ritenersi entrambi soddisfatti, anche se per ragioni diverse.

D’altra parte a Central Station, come in ogni porto di frontiera, si trova di tutto.

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