La prima cosa che possiamo dire sul nuovo horror dell’esordiente Diederik Van Rooijen, è che titolo scelto per la localizzazione italiana, non gli fa onore. Un paradosso se vogliamo, visto che ahimé, togliamoci il dente, parliamo di un film mediocre. Un esorcismo di fatto c’è, quello della giovane Hannah Grace, che fa da prologo al film, ove si mostra un demone particolarmente potente e piuttosto diretto nell’opporsi al rito purificatore, tanto da ammazzare senza troppi complimenti chi gli sta intorno.

Ma rimane un frangente del film, un breve prologo iniziale, nemmeno troppo entusiasmante a dire il vero, a causa della messa in scena blanda e del mancato “crescendo” che di norma porta l’atto dell’esorcismo ad essere posto in fasi avanzate in pellicole analoghe. Durante il macabro rituale Hannah morirà e il suo cadavere verrà potato nell’obitorio della città, dando di fatto inizio alle vicende. Viene da sé quindi che il tema non è l’esorcismo (in terra natia infatti si chiama The Possession of Hannah Grace), ma bensì la semplice miccia narrativa.

La scelta quindi di etichettare il film per infilarlo in quel filone -fin troppo florido a mio avviso, visti i risultati- che negli ultimi 10 anni ha visto numerosissimi esponenti (provate solo a controllare quanti film con la parola esorcismo sono usciti ultimamente) è probabilmente puro marketing, visto che il genere affascina in tal senso dal 1973 grazie al buon William Friedkin. Ma accostarlo ai vari e pessimi esponenti semi omonimi è sbagliato nonché fraintendibile. 

E qui sta la chiave di volta e i meriti maggiori del regista olandese: L’esorcismo di Hannah Grace prova a fare qualcosa di diverso, prova a rimescolare le carte in tavola, mostrandoci per una volta non cosa succede ad una persona posseduta dal demonio ma come si comporta questo demone quando decide di rimanere ancorato al cadavere del suo portatore. Dilemmi esistenziali direte voi. Eppure con una buona location, come l’obitorio avvolto dal silenzio e la crepuscolare atmosfera notturna, un protagonista piacevole, come la bellissima Shay Mitchell, nemmeno troppo male nei panni di neo dipendente dell’ospedale ed ex poliziotta in cerca di redenzione, comprimari/carne da macello in quantità e un cadavere posseduto impegnato ad estrarre linfa vitale da ognuno di essi, sono ottimi ingredienti per un film di genere. Ma anche i migliori ingredienti in mano ad uno chef che non sa gestirli, non assicurano una pietanza deliziosa. 

Purtroppo è proprio quello che succede con Hannah Grace. Poteva essere vincente l’interessante idea di trasformare un film che parte da basi sovrannaturali e quasi esoteriche come esorcismi e riti religiosi, in un monster movie diretto e genuino che mescola al suo interno varie influenze appartenenti al genere thriller, zombie, slasher ecc. Anche perché lo ripetiamo, non c’è una scelta scenografica o realmente sbagliata nel soggetto (che prende spunto dal dignitosissimo film Autopsy) , l’horror d’intrattenimento si fa grande anche con semplici ma carismatici elementi. Il problema è che ci vuole sempre una realizzazione di prim’ordine, cosa che Van Rooijen fallisce quasi totalmente. Buono il make-up di Hannah, qualche inquadratura azzeccata, ma poco altro si salva. 

Il comportamento di Hannah crea quasi ilarità. Un momento il suo cadavere è dentro la sacca perfettamente immobile, quello dopo sgattaiola in giro in cerca di prede, spesso alle spalle dei protagonisti come un guardingo  topolino Jerry che non vuole allertare Tom (nonostante in questo caso i ruoli di preda e predatore siano opposti). Il tutto crea situazioni che oscillano tra il nonsense (perché anche nel paranormale deve esserci un discorso filologico) e scene citofonate o esposte in maniera banale e sterile. E la tensione cola così a picco.

La regia inoltre non sfrutta granché né il luogo, abbastanza asettico e lugubre da essere potenzialmente fotografato in maniera ben più suggestiva di quanto avviene, né la verve grottesca del monster di turno, proponendoci scene forti poco incisive e i soliti movimenti ragneschi con telecinesi assortite tipiche dell’iconografia del posseduto. 
Il film non è inguardabile, un’oretta e mezza vi passa pure, ma è chiaro come si tratti sostanzialmente di un prodotto moscio. Lo stesso finale, proprio anticlimatico al massimo, sigilla definitivamente l’apatismo estetico e sostanziale di un film le cui premesse, ripeto, non erano affatto male. Sarà per la prossima.

Sono un inguaribile ottimista… lo so.

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