Un appetitoso antipasto prima di Alien Covenant.

Il film di Daniel Espinosa è un po’ figlio del periodo in cui arriva nelle sale. L’horror sci-fi infatti è un filone degli anni 80 e 90 che poche volte è stato riproposto. Ma oggi, vuoi un po’ per la crisi di idee, vuoi un po’ per l’imminente uscita di Alien Covenant che ci ha fatto tornare la morbosa voglia di vedere minacciose creature aliene e claustrofobiche ambientazioni spaziali in cui sopravvivere, Life: Non oltrepassare il limite decide di riprovarci, attingendo nella sua costruzione proprio al capolavoro di Ridley Scott, il primo Alien, con cui ha molti punti in comune.

Siamo nel freddo e buio spazio aperto, l’equipaggio della Stazione Internazionale Spaziale, composto da 6 astronauti, deve recuperare una sonda che custodisce materiale proveniente da Marte, per studiarne la composizione all’interno della struttura, costruita con lo scopo di analizzare e mantenere in quarantena qualsiasi tipo di composto extraterrestre prima di portarlo sulla Terra, scongiurando così qualsiasi potenziale rischio di contaminazione. Si scoprirà che la sonda ha portato con sé un organismo microscopico e complesso, una scoperta scientifica incredibile ed epocale. La forma di vita aliena però è in grado di modificare il proprio corpo assorbendo e fagocitando sostanze biologiche. Ecco quindi che partendo dall’uccisione brutale e visivamente disturbante di un topolino da laboratorio, la cifra del film si svela e la situazione degenererà sempre di più, trasformando Calvin – così verrà “affettuosamente” rinominato l’alieno – in una creatura pericolosa dall’istinto omicida che costringerà gli sfortunati membri dell’equipaggio a lottare strenuamente con le risorse a loro disposizione per la sopravvivenza, cercando allo stesso tempo il modo per mantenere la minaccia lontana dal pianeta.

Una trama semplice, che ripercorre pedissequamente la linearità del filone in maniera quasi accademica, senza cioè fare nulla per cercare di sconfinare dal genere. Una scelta ottima, per quanto sicuramente non originale, che permette di mantenere un certo focus sull’azione e l’atmosfera e che tiene alta l’attenzione dello spettatore sul senso di urgenza e drammaticità che pervade l’intero film. Ma Life non è una sbiadita copia di Alien e cerca di portare quella stessa struttura filmica in un nuovo contesto, più verosimile e realistico. La messa in scena infatti è grandiosa e il film ci immerge da subito nella dimensione del “plausibile”: la Stazione Spaziale  è un agglomerato di stretti corridoi a gravità zero scevri di tecnologie troppo futuristiche e ricreati per assomigliare alle odierne strutture spaziali. La stessa fotografia del film è sicuramente poco propensa a camuffare in maniera artificiosa le atmosfere fredde delle location per rimanere su un livello “naturalista” dell’immagine che ci ha ricordato molto il film Gravity. Le premesse di Life insomma sono grandiose, anche perché al di là della “spacconeria” un po’ troppo “American style” del personaggio di Ryan Reynolds, tutti i personaggi sono molto “terra-terra”, astronauti ben caratterizzati  e totalmente credibili nel loro ruolo di professionisti, ingegneri e scienziati, con ben poche attitudini all’azione e al confronto con un pericolo fisico. Anche l’elemento alieno è presentato in maniera pacata e potenzialmente credibile, si tratta infatti di una cellula dalle proprietà straordinarie, non di omini verdi o grosse bestie antropomorfe.

Life crea quindi delle premesse coinvolgenti, attinge alla verosimiglianza delle immagini senza spingersi nei lidi di una fantascienza troppo utopistica, gioca intelligentemente la carta di un cast di attori professionisti e molto bravi capaci di  rendere i loro ruoli carismatici in poche scene o dialoghi, anche quando la vicenda non lascia troppo spazio all’approfondimento degli stessi (e le poche volte che lo fa risulta quasi forzato e pretestuoso). Una volta ben scaldato lo spettatore, il film lo fomenta ancora di più ponendolo di fronte alla violenza brutale (mai eccessiva a livello visivo) di Calvin, mettendo in chiaro i toni drammatici di una pellicola capace sempre di tenere alta l’asticella della tensione, complice il fatto che l’alieno è assolutamente imprevedibile, con una capacità di adattamento incredibile e così indefinito, ambiguo a livello estetico e concettuale, che mantiene  in un costante stato d’allerta tanto noi che vediamo il film quanto gli sfortunati membri della stazione spaziale, i quali sono ignari dei limiti della creatura che pare incontrastabile.

Life però non è un film che fa paura, sembra quasi un monster-movie spaziale piuttosto che un horror vero e proprio, non gioca sull’oscurità e la costruzione del terrore. Non è un film insomma dark come Alien; è molto più diretto, schietto e per questo però anche molto meno suggestivo.

Tutto il coinvolgimento che costruisce nella prima ora di film, con un ritmo perfettamente cadenzato crolla un po’ su sé stesso nella seconda parte della pellicola quando dopo una serie di sequenze all’interno e all’esterno della base spaziale ben riuscite e al cardiopalma, si cerca di risolvere ogni situazione in maniera un po’ caotica e prevedibile, in cui i superstiti si troveranno protagonisti dei soliti espedienti cliché che allenteranno un po’ la presa sull’interesse degli spettatori più smaliziati, lasciandoli con la sensazione che si potesse rendere più articolata la soluzione del tutto e perché no, approfondire meglio la figura dell’alieno Calvin, così interessante all’inizio ma poi circoscritta al mero ruolo di predatore.

Verdetto

Nonostante tutto Life: non oltrepassare il limite rimane un film molto ben diretto, avvincente e con un cast davvero in forma (forse un po’ meno convinto degli altri Jake Gyllenhaal) che riesce a tenervi incollati alla poltrona fino alla fine nonostante vi racconti una storia non certo originale ma molto ben reinterpretata. Se il film avesse mantenuto alta la messa in scena e l’attenzione alla costruzione del momento anche nella seconda parte, come ha fatto nella prima, ci saremmo trovati dinnanzi ad un nuovo possibile “quasi cult” del genere. Purtroppo però il film non riesce a ingranare mai la quinta, getta buone basi su tutti i comparti ma non le sfrutta mai fino in fondo. Rimane un buon film di intrattenimento di cui consiglio vivamente la visione soprattutto agli appassionati di fanta-horror, visto e considerato che quelli veramente buoni tutto sommato si contano solo sulle dita di una mano.

 

 

Cresco e prospero tra pad di ogni tipo, forma e colore, cercando la mia strada. Ho studiato cinema all'università, e sono ormai immerso da diversi anni nel mondo della "critica dell'intrattenimento" a 360 gradi. Amo molto la compagnia di un buon film o fumetto. Stravedo per gli action e apprezzo particolarmente le produzioni nipponiche. Sogno spesso a occhi aperti, e come Godai (Maison Ikkoku), rischio cosi ogni giorno la vita in ridicoli incidenti!