Sono passati 45 anni da quando il Mondo ha smesso di esistere così come lo conosciamo. Le leggi si sono eclissate e le redini del comando sono in mano a chi, senza farsi scrupoli, ha sottomesso i deboli a favore di sé stesso. È il mondo post-apocalittico per antonomasia quello di Mad Max, quello a cui hanno attinto innumerevoli opere cinematografiche, fumettistiche (pensate al Kenshiro di Testuo Hara e Buronson) e ludiche. È uno scenario fatto di sabbia e violenza, corredato da un certo sottotesto tribale e da una moltitudine di veicoli i cui motori pompano benzina in un tripudio sferragliante di cavalli e pistoni. È un mondo, quello di Max Rockatansky, che si è letteralmente fermato nel tempo e che sembra aver accusato più che degnamente gli anni che si porta alle spalle, senza esitazione o tentennamento, ma anzi riassettando il tutto per il presente e, probabilmente per il futuro. Max, allora, prosegue il suo viaggio solitario, in fuga dai fantasmi del proprio passato a da quei forti, quei criminali, che setacciano la sabbia in cerca di schiavi, motori e bottino. È un mondo dominato con il pugno di ferro dalle violenze barbariche sotto cui il nostro eroe, già nei primi minuti di film, cadrà. Schiavizzato, umiliato dai Figli della Guerra capitanati da Immortan Joe (quel Hugh Keays-Byrne che aveva già interpretato Toecutter nell’originale Interceptor!), un uomo senza scrupoli che si tiene in vita per mezzo di un boccaglio e da un curioso sistema di respirazione artificiale e la cui famiglia gozzoviglia della propria stessa deforme amoralità tenendo le redini della Cittadella. Come nei fumetti qui i cattivi sono immediatamente riconoscibili, caratterizzati nel loro aspetto che manifesta, nella deformità, la loro dottrina amorale. I buoni, invece, quasi non esistono, salvo poi manifestarsi per mezzo delle proprio idee e non tanto delle azioni che rispondono alla violenza… con la violenza.

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La trama è quanto mai semplice e asciutta, “scalcagnata” direbbe qualcuno che non ha chiaro l’intendo di Miller: quello di riportare il SUO modo di fare action movie nel cinema di oggi. Il leit motiv è quello di road movie costruito interamente da un lungo, concitato inseguimento in cui il fuoco e le esplosioni si susseguono senza cognizione di causa, come se ogni granello di sabbia desertica fosse dotato della propria carica di TNT. Miller, coadiuvato dal fumettista londinese Brendan McCarthy (che curiosamente proprio a Mad Max 2 si era ispirato per una delle sue opere più belle: Freakwave) sceneggia e dirige un racconto di un dinamismo unico in cui Max e Furiosa (una granitica e irriconoscibile Charlize Theron) cercano di salvare quanto ancora resta di puro ed umano sulla Terra: un manipolo di giovani ragazze bellissime che, costrette da Immortan Joe a figliare, non desiderano nulla più che avere un posto nel mondo… anche se il mondo sembra non avere più posto per nessuno. Lo spazio per le riflessioni è stringato e si tinteggia in due momenti precisi, per il resto sono piombo, pallottole e sangue. Una frase che suona terribilmente povera rispetto a quanto poi, in effetti, si mostra sullo schermo mentre voi, seduti sulla poltrona, non potrete che sgranare gli occhi. Anche i dialoghi, come nello stile di Miller e della serie di Mad Max sono minimali, essenziali e lasciano ogni elucubrazione da parte, facendo dell’azione il fulcro di ogni cosa. I sentimenti qui non esistono o meglio, sono ridotti all’osso proprio come la morale umana. Non c’è spazio per l’amore o per l’affetto e ogni legame, anche sotteso, finisce prima o poi per essere reciso, non trovando alcuna dignità celebrativa se non la consapevolezza di aver adempiuto al proprio compito narrativo. Si tratta di estasi: pura e violenta estasi della filmografia action il che, se si pensa alla genesi del progetto, non può che lasciare sbigottiti e gasati, come se – similmente ai figli della guerra – si stesse pompando adrenalina e benzina pronti a tornare in strada.

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Questo perché quando George Miller disse che avrebbe scritto e diretto un nuovo capitolo del suo amatissimo Mad Max, in quest’epoca di riproposizioni stantie e polverose si avvertirono in lontananza fischi e facepalm di disapprovazione. Chi vi scrive però ci credeva. IO ci credevo, non tanto per il corroborante dinamismo dei diversi trailer rilasciati nel tempo, ma piuttosto per il legame affettivo al personaggio, fulcro dell’ammirazione che ho per Mel Gibson, e per la fiducia in un uomo, Miller, che prima di tutti non ha masi smesso di crederci. E così insieme a Miller, che oggi sembra un nome altisonante, ma che negli ultimi 30 anni era finito nel dimenticatoio, si accostarono al progetto anche quelli di Tom Hardy e Charlize Theron.

Fury-Road-Guitar-680x388Il primo è un attore poliedrico, un vero e proprio golden boy dotato di un certo phisique du role, ma anche di un talento recitativo di tutto rispetto, perfetto soprattutto quando ha impersonato personaggi dalle parole contate in bocca, dagli sguardi sospesi e dalla morale compromessa .E la Theron, qui quasi per scommessa, ma assolutamente perfetta e capacissima di non farsi rubare la scena. La sua Furiosa, come in Monster, è una donna lontana dalla femminilità dell’attrice, addirittura priva di un braccio, ma è eletta a vero e proprio motore narrativo. Una donna forte accostata ad un uomo forte, in un mondo che 45 anni prima deve aver preso la strada sbagliata e che ora è inevitabilmente andato a puttane. Ce ne eravamo resi conto già solo con il primo capitolo della serie, ma oggi questa verità è più che mai evidente. Un’evidenza che non ha quel tocco malinconico e arrendevole, ma che è anzi scattante, dura, veloce, tagliente. Una miriade di aggettivi dai suoni metallici che si incastrano perfettamente in un meccanismo così ben oliato che quasi non ti aspetteresti essere stato sepolto nel deserto per oltre 30 anni. C’è il sentore che in questo forsennato road (war) movie Miller abbia messo più di quanto avesse messo in passato, non da solo ovviamente, ma coadiuvato da chi aveva perfettamente compreso dove Mad Max volesse arrivare quando Gibson indossò per la prima volta quell’iconico giubbotto di pelle. Ti basta mezzora per capire che è tutto dove deve essere, mezzora per capire che Miller è probabilmente un vecchio genio settantenne o un matto che ha avuto una visione nitida e composta. Questo perché Fury Road nel suo essere una storia semplice, quasi essenziale, sa tuttavia vendersi allo spettatore più che bene grazie ad un’attenzione nella composizione generale che permette alle oltre due ore di film di scorrere lisce come la benzina nei motori delle auto del film. Ma com’è allora Mad Max 4?

mad-max-fury-road-entertainment-weekly-image-2Mad Max è rosso, come il colore che domina la scena per buona parte delle sue oltre due ore di visione. Un rosso fotograficamente perfetto, che lascia a principio quasi senza fiato nella sua profondità cromatica. Un rosso da tavola fumettistica che presagisce le tematiche dell’intera trama. Un rosso stilisticamente ricercato ma brutalmente violento, che lascia spazio a pochi altri colori. I colori, proprio loro, sono protagonisti silenziosi della pellicola. Dal bianco slavato dei Figli della Guerra, che simboleggia la loro presunta ma invero fasulla purezza genetica, al bianco pallido delle concubine fuggitive di Immortan: un gruppo di donne che scoprirà pian piano quanto il mondo sia un luogo non più adatto ai deboli. E poi il blu, profondo e denso della notte, che accompagna giusto un paio di momenti di quiete apparente, nascondendo in realtà tanti dubbi, tanti fantasmi, tante future delusioni.

Mad Max è un film tagliente, come taglienti sono le scocche delle auto che dominano la scena, con quel design così piacevolmente abbozzato che unisce l’iconografia “classica” del post-apocalittico (teschi, ossa, spuntoni e fiammate) a cingoli, proiettili, curiose trovate sceniche per rendere i barbari ancor più barbari, ma così bellicamente efficienti nei loro marchingegni di guerra e nei loro costumi (per chi ne ha) messi insieme alla bene e meglio tra stracci, corde, cinghie, bandoliere e tubi di varia natura.

Mad Max è un film polveroso, nel senso in cui l’aggettivo può dare una dignità alle immense scenografie digitali fatte di distese sabbiose e saline, in cui occasionalmente si susseguono canali rocciosi. La rappresentazione scenografica ed il suo impatto, soprattutto in quei momenti in cui l’occhio della telecamera si allarga vertiginosamente è tale che pare impossibile che circa 3 terzi del film siano, di fatto, ambientati nel nulla. Perché il punto è proprio questo: il mondo è ormai vuoto, non c’è più niente tanto che la fuga, per quanto contemplabile, può ben presto divenire una condanna o, forse, un’utopia.

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Mad Max è un film martellante. Come martellante è la musica che percorre buona parte della corsa sulla Fury Road che da il nome al film. Una musica che, come quella dei popoli barbari, accompagna le scorribande della gente di Immortan lungo la strada, avvisando i fuggitivi che la morte è lì, a poche miglia di distanza e non si arresterà. Una musica composta dignitosamente da Tom Holkenborg, meglio noto come Junkie XL. Musicista, Dj, compositore così terribilmente a suo agio con quelle tematiche immaginarie vicinissime al mondo dei videogame tanto care all’action moderno (suo un remix bellissimo del main theme di God of War) ed a cui Mad Max, forse consciamente, forse no, attinge senza mezze misure.

Mad Max, infine, è una scommessa vinta. La scommessa di George Miller di portare in un’epoca nuova un eroe così vecchio da essere uscito dall’immaginario collettivo, salvo di chi non abbia sulla schiena almeno 30 anni di film (o giù di lì). È una scommessa vinta perché l’alchimia di attori, di scelte registiche, ma anche di fotografia, di musica e di sceneggiatura non cerca di riportare forzatamente su schermo il modus operandi di 30 anni fa. Ma lo riscrive, lo riadatta, lo rende alla portata del pubblico odierno senza tuttavia, ed è QUI la vittoria, snaturare, stuprare, svilire quello che era l’originale. Mad Max: Fury Road, dunque, non è un semplice reboot. È un vero e proprio sequel, che non ha ceduto il passo agli anni, vi si è solo riadattato. Del resto, il mondo di Miller nella sua iconicità, nel suo essere un pozzo a cui tantissimi hanno già attinto, resta anche un mondo senza tempo in cui è possibile continuare a scrivere, immaginare, sceneggiare avventure del Guerriero della Strada. Il sentiero è battuto, il motore è ancora caldo, il sole picchia forte ma resterà alto ancora a lungo e comunque, in ogni caso, è ora di ripartire…

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