Oggi siamo tutti terrorizzati dagli spoiler. Ma è sempre stato così? E “proteggersi” serve davvero?

Lo spoiler, ossia l’anticipazione di un evento narrativo, è il più grande spauracchio dei nostri tempi, a giudicare dalle violente, rabbiose reazioni degli appassionati che con costanza possiamo osservare sulle nostre bacheche di Facebook.

In un’epoca dove spesso la finzione diventa più influente e importante del reale, il concetto di “anticipazione”, se accostato alle sceneggiature delle opere narrative, ha assunto infatti caratteri psicosomatici. Spesso non sappiamo neanche se quella determinata serie ci piacerà, ma siamo talmente convinti che il tutto ruoti intorno al “cosa ci viene raccontato” che, anche senza averne visto un minuto, ci sentiamo comunque violati nel nostro diritto al godimento dell’opera se riceviamo uno spoiler, diretto o indiretto.

Quest’articolo nasce dall’esigenza di spiegare a mio padre, ultracinquantenne che vede nelle serie TV la principale alternativa al calcio tra l’orario di lavoro e di riposo, perché mia sorella si sia arrabbiata così tanto quando lui, senza volerla ferire in alcun modo, le ha raccontato del primo episodio della nuova stagione di The Walking Dead.

Da lì è nato un botta e risposta che mi ha fatto riflettere su quanto la percezione collettiva dell’importanza dello spoiler rivesta nella generazione attuale un ruolo decisamente più determinante che in passato.

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Non solo: negli ultimi mesi ho dovuto leggere un numero infinito di recensioni, commenti e analisi critiche italiane di film e opere teatrali pubblicate tra il ’48 e il ’78 del secolo scorso. È stato sorprendente per me notare un totale disinteresse verso qualsiasi tipologia di spoiler in migliaia (non esagero) di recensioni della critica cinematografica e teatrale, da quelle d’estrema sinistra fino all’estrema destra (in quel periodo, il posizionamento politico era un elemento determinante dell’identità di una testata).

Ciò accadeva anche perché spesso serviva raccontare la trama per poter spiegare l’ideologia dietro la pellicola, per poter analizzare a fondo i significati dell’opera, oltre alla volontà del regista. Mi sono chiesto: come mai non importava ai lettori? Erano incapaci di cogliere il valore di una storia?

In realtà, all’epoca i lettori attribuivano alle sceneggiature il ruolo di mezzo, e non di scopo: il racconto serviva a esprimere un’idea, e quindi era quella la finalità della visione. E non si pensi che ciò valesse solo per il cosiddetto “cinema d’autore”: anche il teorico “intrattenimento” veniva approcciato allo stesso modo. Il terrore odierno dello spoiler potrebbe dunque suggerirci che ciò che prima era il mezzo, ossia la storia, sia diventato la finalità: senza alcuna necessità di cogliere “l’ideologia” su cui si basano i racconti, per il pubblico l’urgenza principale appare quella del consumo del mezzo, e non la comprensione del suo messaggio.

Infatti, accettiamo di buon grado i trailer, che ci aiutano nella comprensione del prodotto, ma rifuggiamo gli spoiler, che potrebbero darci nuove prospettive su come cogliere o interpretare i significati dell’opera.

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Il paradosso è proprio questo: viviamo questa tragica evoluzione del concetto d’anticipazione nello stesso mercato che ci bombarda sistematicamente e meccanicamente di trailer, cortometraggi, immagini promozionali e videoanteprime pensati per spingerci ad acquistare questo o quel prodotto. E quindi ci tappiamo le orecchie e urliamo a squarciagola quando un amico sta per dirci che Jon Snow è ancora vivo, ma al contempo è la stessa HBO a diffondere i poster della nuova stagione con il Bastardo di Grande Inverno ancora con il suo posto di rilievo nell’epopea di G.R.R. Martin.

Probabilmente, nell’epoca del post-cinema  l’ex spettatore, diventato interattore, si sente talmente partecipe delle narrazioni, ed è così ansioso di ampliare l’esperienza con il dibattito online, che giungere vergine all’incontro con il testo (visivo, interattivo o in altre forme mediali) è quanto di più importante ci sia per poter poi completare il tutto con la sua opinione sugli eventi narrati. Oggi infatti il consumo del prodotto non finisce con i titoli di coda, ma quest’ultimo viene esteso con il lavoro che noi decidiamo di potergli dedicare, tra le discussioni sui social, le fan fiction e la multimedialità.

Se da un lato è però interessante disquisire dello spoiler come strumento d’analisi di diversi contesti generazionali, rimane da chiarire quanto nello specifico questo possa inficiare davvero l’apprezzamento di un’opera. Come suggerisce una ricerca dell’Università della California di San Diego, gli spoiler sembrano amplificare la percezione dei contenuti di un testo letterario in vari modi, rendendo persino più piacevole o completa la lettura per molti degli individui esaminati.

Perché? Forse perché, come gran parte del mondo dello spettacolo cerca spesso di sottolineare, la trama è sopravvalutata. E.M. Forster disse che «esistono due trame in tutta la narrativa: qualcuno parte per un viaggio, o uno straniero arriva in città». Che si sia d’accordo o meno con quanto detto da Forster, è sicuramente vero che molte trame di pellicole, serie e libri famosi ricalcano qualcosa di già visto o sentito. Il punto è che ci piace comunque guardarle, leggerle e giocarle non perché ci appassioniamo agli eventi narrati, ma perché empatizziamo con i personaggi raccontati.

E per questo non ci limitiamo a leggerle ma a rileggerle, a riguardarle, a rigiocarle, ancora e ancora, provando sensazioni via via diverse, a volte persino più forti con il passare del tempo, perché acquisiscono per noi significati diversi a seconda della nostra condizione emotiva del momento.

Se fossero i puri eventi a intrigarci così tanto, staremmo tutti a seguire i telegiornali, perché quest’ultimi sono relatori di fatti  meno “scriptati”, prestabiliti e scontati di quanto ogni forma di finzione possa mai raggiungere. Ed effettivamente, a pensarci bene, si potrebbe così spiegare il morboso attaccamento di alcuni (tra i quali il sottoscritto) per le narrazioni tratte da una storia vera, perché forse pensiamo istintivamente (e ingenuamente) di non poter essere raggirati dallo scrittore, di dover affrontare il vero, il reale.

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Dobbiamo quindi liberarci dal giogo dello spoiler? Sebbene sia svolta con metodo scientifico, la ricerca dell’Università di San Diego rappresenta pur sempre uno studio statistico: è verosimile che tra i lettori di quest’articolo ci sia chi genuinamente si senta limitato nell’apprezzare un nuovo film o un libro, nel caso in cui quest’ultimo gli venga “rovinato” da uno spoiler, ed è assolutamente legittimo. Sia chiaro che la mia riflessione non vuole in alcun modo sostenere che il “cosa” sia inutile o irrilevante: è un elemento fondamentale dei modi del racconto, così come lo sono le scelte visive, quelle sonore o ludiche. Il punto, come detto prima, è che di questi altri elementi spesso ce ne freghiamo, mentre quelli esclusivamente narrativi assumono connotazioni quasi religiose.

Negli ultimi decenni la cultura consumistica del “cosa” ha immotivatamente spodestato quella analitica del “come”, instaurando un regime di terrore sui social e nei forum, per non parlare dei siti, dove anche solo l’accenno a fatti necessari a esporre un elemento critico viene considerato un reato penale. Bisogna ripensare il nostro rapporto con il concetto d’anticipazione, perché si ritorni anche in fase creativa e produttiva a concentrarsi sulla qualità dei percorsi narrativi, e non su quanto possano essere insulsamente e inutilmente complessi. Infine, è necessario che si ritorni a discutere di cosa significhino le opere con cui interagiamo, senza limitarci a dire quali formule usino e a che genere le si possa ricondurre.

Se vi interessa il tema, abbiamo approfondito il dibattito (con chi la pensa diversamente) in questo podcast:

 

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