Nomadland di Chloé Zhao, quasi a metà strada tra drama e docufilm, ci racconta le storie di una generazione che ha perso tutto ma non la dignità e la voglia di vivere

Non tutti, nella vita, sono destinati a fare lo stesso percorso. Alcuni hanno davanti una futuro roseo, costellato di gioie e con pochi dolori, mentre c’è chi durante la propria esistenza è costretto a sopportare tante sofferenze.
Ma al contempo non tutti reagiscono allo stesso modo alle difficoltà incontrate lungo la via, e Fern, la protagonista interpretata da Frances McDormand in Nomadland di Chloé Zhao (dal 30 aprile 2021 su Disney+) sa decisamente come affrontarle.

Dopo la morte del marito per un brutto male, e la perdita del lavoro durante la Grande recessione del ventunesimo secolo, la non più giovane Fern – ormai sessantenne – lascia Empire in Nevada per attraversare gli Stati Uniti col suo furgone.

Nomadland parla proprio di questa sfortunata generazione, dei tanti sessantenni o settantenni americani che hanno visto il proprio futuro economico distrutto dalla crisi e non hanno nemmeno la possibilità di andare in pensione, né mantenere una casa con tutte le spese che questo porta con sé. Sono diventati – di fatto – nomadi, persone senza fissa dimora, girovagando per gli Stati Uniti in mezzi di fortuna, per lo più mini van, come fa la protagonista Fern, o camper, nel migliore dei casi. Il lavoro spesso latita, ma riescono a trovare impieghi temporanei proprio grazie alla possibilità di sportarsi da un lato all’altro del paese, e allora per qualche mese diventano camerieri, poi lavorano in un fast food, poi strappano un contratto di uno o due mesi da Amazon.

Una fotografia agghiacciante di una generazione che ha visto sbriciolare le proprie certezze di un futuro tranquillo e che teme di “non dormire più nemmeno una notte, con un tetto sopra la testa”. Ma è pur sempre una generazione di classi di ferro, di gente che non molla, fatta di un’altra pasta rispetto a quelle attuali e Fern è il simbolo di questa determinazione, della voglia di andare avanti e trovare comunque il modo di ridere, di essere sereni, di riuscire a festeggiare un capodanno seppur da sola in mezzo al nulla, con una piccola stella filante a illuminare la notte.

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Frances McDormand – come sempre – è magnifica nel rappresentare questa donna privata del suo futuro, che non si compatisce ma vive alla giornata, cercando di godere delle piccole cose. È tenace, forte, non vacilla mai, tranne quando le cade una pila di piatti e comprende evidentemente la difficoltà di reperirne altri su cui mangiare.

Si culla nei ricordi, come fanno tanti altri nomadi e persone come lei, che incontra in questa sorta di road movie che attraverso la compassata regia di Zhao diventa quasi un docufilm per quanto è preponderante il racconto di questa generazione. Alla regista viene persino permesso di entrare nel grande magazzino di Amazon nel Nevada, lasciandoci vedere come si lavora all’interno, e alcuni degli interpreti e delle comparse del film sono dei veri lavoratori dell’azienda che fa capo a Bezos. Del resto per Nomadland Chloé Zhao punta su due soli attori “veri”, la McDormand e David Strathairn, affidandosi poi a una schiera di non professionisti, ma è una scelta che funziona, avvalorando quella sensazione di docufilm.

I silenzi, i momenti di quiete, di calma piatta, i minuti interi in cui la telecamera di Zhao indugia sul volto consumato e stanco di Fern costituiscono una buona fetta del film, in un una modalità quasi di malickiana memoria.
Qui Nomadland diventa a volte un po’ troppo ripetitivo, lasciando che la riflessione e i sovracitati ricordi prendano il sopravvento ed evitando scientemente un tono polemico o aggressivo nei confronti dei meccanismi e del sistema politico-economico che ha causato tutto questo. Ma non potrebbe essere altrimenti: il personaggio di Fern, nella sua morigeratezza e nella sua calma non approverebbe la scelta di battere quella strada, optando invece per continuare a lottare a prescindere da tutto. Come il suo mini van, sebbene un po’ scassato e bisognoso di manutenzione e cura, prosegue lungo la strada superando gli ostacoli che incontrerà.

La fotografia fredda del direttore Joshua James Richards, fedelissimo di Zhao, ci restituisce perfettamente tutte le sensazioni che Nomadland mira a dare, lasciandoci al temine della visione un mix di emozioni che vanno dall’angoscia, alla tristezza, fino ad una sorta di malmessa serenità e una profonda nostalgia, accompagnata dalle seducenti note di Ludovico Einaudi.

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Il film è ispirato al saggio di Jessica Bruder del 2017, Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century, in cui uno dei personaggi di spicco è il leader nomade e anticapitalista Bob Wells, che appare nei panni di se stesso verso la fine dell’opera, lasciandosi andare in un discorso molto toccante.

Ogni giorno in America, il Paese più ricco del mondo, sempre più persone si trovano a dover scegliere tra pagare l’affitto e mettere il cibo in tavola. È una triste verità che il libro della Bruder sottolinea e che emerge, con una forza straripante, in tutto quello che non dice la Zhao, perché un ottimo film sa parlare anche senza farlo.

Il 26 aprile vedremo quanto l’Academy apprezzerà tutto questo, sebbene non sarebbe la prima volta che un film con Frances McDormand protagonista, dopo aver fatto incetta di premi ai Golden Globe, non si ripeta agli Oscar (vedi Tre Manifesti a Ebbing, Missouri). Ma anche in questo caso, Chloé Zhao e la sua protagonista Fern andrebbero oltre, rimettendosi in marcia verso nuove sfide.

Nato e cresciuto a Roma, sono il Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), i Castelli Romani, Francesco Totti, la pizza e soprattutto la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryan Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna mia moglie sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.