Da uscite evento a pigre abitudini mensili, le rimasterizzazioni dei videogame si presentano con sempre meno smalto, eppure non smettiamo di comprarle. Perché?

Di recente mi sono trovato a pensare alle rimasterizzazioni. Un pensiero che, in realtà, è un spesso al centro dei miei pensieri, specie da quando, con le nuove generazioni console, pare sia cominciata la moda di riportare sugli scaffali quei giochi, neanche tanto vecchi, che certamente verranno rivenduti con successo. Diciamocelo, se è vero che alcuni di questi valga davvero la pena acquistarli, perché magari introvabili o perché sfortunatamente pubblicati su console non così ampiamente affermatesi sul mercato, il più delle riedizioni non è poi così fondamentale, e dimostra una certa pigrizia da parte tanto dei team di sviluppo quanto dei publisher. A rigor di di cronaca non si parla neanche più di rimasterizzazioni in senso stretto, e spesso quel che ci viene offerto in pompa magna non è altro che un porting, ovvero l’uscita del gioco originale su di una console su cui, originariamente, semplicemente non era prevista l’uscita. La situazione è insomma imbarazzante, e la cosa che mi turba è che i segni di intolleranza da parte degli acquirenti siano sempre più rarefatti, come se ormai le rimasterizzazioni siano un cliché tanto conclamato da essere entrato nelle abitudini di acquisto. Anzi, alcuni utenti particolarmente illuminati, proprio di recente, si sono anche sentiti in qualche misura “offesi” dal fatto che qui si consideri le rimasterizzazioni (in larga parte, e non nella loro totalità) paccottiglia, e non acquisti imprescindibili. Per altro avendo il privilegio di avere “la penna dalla parte del manico”, mi permetto in questa sede di dire a questi geni del male: andate a cagare.

Chiarito ciò, è evidente che quello delle rimasterizzazioni (o remastered se preferite) è un argomento sempre caldo, al centro di una controversia che divide i giocatori più o meno da cinque o sei anni a questa parte. Le rimasterizzazioni sono sempre esistite in ogni campo del multimediale, che sia la musica o il cinema, ma nei videogame sono sempre state una sorta di evento, un momento di celebrazione di questo o quel caposaldo, riportato in auge da un anniversario, una celebrazione o dalla semplice volontà, per lo più da parte di piccoli gruppi di fan, di effettuare lavori di archeologia digitale, leggasi: riportare alla luce videogame che per un motivo, o per un altro, erano rimasti dimenticati troppo a lungo. Con l’avvento delle ultime generazioni console, e praticamente da PS4 in poi, le remasterd hanno invece assunto un ruolo diverso. Non più lavori di rimessa a nuovo di grandi classici, ma riproposizione, spesso neanche di qualità, di quelli che sono considerati “classici moderni”, ovvero videogame che spesso non hanno sul groppone neanche un decennio, e che sono ancora reperibili e giocabili sulle generazioni console precedenti. Ora qualcuno di voi obietterà che le generazioni di console precedenti non ce le ha avute, ma è ovvio che questo discorso che stiamo affrontato non si applica a quegli utenti che hanno scoperto i videogame da qualche anno a questa parte, ma è appannaggio di chi mastica poligoni (e prima ancora pixel), da qualche generazione console o più. Insomma se avete comprato The Last of Us remastered perché non aveva PS3 non sentitevi offesi, a meno di non voler per forza apparire come degli idioti (digitali e non per inciso).

Diciamo che in sostanza con le remastered i videogiocatori si sono, di fatto, spaccati in due fazioni contraddistinte. Quelli che vedono in queste riedizioni nulla più che un pretesto per delle vendite facili da parte dei team di sviluppo, e chi invece le trova un acquisto quasi imprescindibile, foraggiando quindi quello che è un modello di vendita, a mio giudizio, un po’ deviato. Ve lo ribadisco: non sono completamente contrario alle rimasterizzazioni, ma trovo che la stragrande maggioranza di esse siano superflue e che, sostanzialmente, la verità sia nel mezzo. Alcune rimasterizzazioni, come quella recentemente fatta per il capolavoro Platinum Games, Okami, sono ad esempio riedizioni di rimasterizzazioni già uscite, per altro neanche tantissimo tempo fa, e non fanno altro che riportare su console uscite che sono, per altro, facilmente disponibili sulle macchine di scorsa generazione (anche in formato digitale). Altre come il recente porting di Bayonetta, per quanto encomiabili nella loro volontà di portare in auge un gioco dall’uscita particolarmente sfigata (perché tale fu la decisione di relegare il gioco su Wii U), si adagiano mollemente sugli allori, non proponendo alcun improvement al gioco originale, se non l’introduzione di qualche “imperdibile” costumino bonus. Al contrario, Grim Fandango, è uno di quegli esempi che vanno apprezzati ed acquistati, essendo questo non solo una pietra miliare dell’ormai defunta LucasArts, ma anche un gioco tanto raro da reperire in versione originale, quanto impossibile da giocare sugli attuali PC, a causa del’incompatibilità tra il software e i moderni hardware.

Il problema è che continuando ad acquistare titoli rimasterizzati solo per fagocitare il bisogno di spendere di una certa fetta di fan (purtroppo i più), il mercato ha mangiato la foglia, ed ha trasformato le riedizioni, che una volta erano poche e memorabili, in uscite abituali che, quasi mai, si fregiano della volontà di mettere tra le mani dei giocatori qualcosa che valga davvero la pena di essere acquistato. Tanto perché spesso, come detto, si tratta di giochi che tutti potete facilmente recuperare sulle console originali (qualora non le possediate è, ovviamente, altra storia), quanto perché spesso il lavoro di rimessa a nuovo non si preoccupa né di sistemare i bug originali, né di ripulire tutti gli spigoli che si possono creare nel riportare un gioco pre-alta definizione su tv ormai abbondantemente Full HD (*coff* L.A. Noire *coff*). Ben vengano i remake come quello effettuato per Ratchet & Clank o il più recente Crash Bandicoot, che non sono semplici riedizioni, ma lavori egregi di ricostruzione dei titoli originali, e ben venga la volontà di riesumare le glorie del passato che mai e poi mai troverete nel cestone delle offerte di qualunque catena di videogame, al contrario è davvero il caso di dire basta alle riedizioni furbe e mal concepite, e di riacquistare coscienza nella misura dei vostri acquisti. Perché quello dell’acquisto è un potere, forse l’unico, rimasto nelle mani dei videogiocatori. Acquisto, e ovviamente scelta. Scegliere di ricomprare per l’ennesima volta Kingdom Hearts (un caso veramente eccezionale nel campo delle riedizioni), non vi rende dei videogiocatori coscienziosi, al più vi rende pecore con le mani, pardon zoccoli, bucati.

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