“Nient’altro che l’ombra d’un sogno è la sostanza dell’uomo ambizioso.” – W. Shakespeare

Ammettiamolo, nessun videogiocatore con un minimo di esperienza, nel momento in cui acquista un indie game, si aspetta di ritrovarsi davanti a un capolavoro, capace di rivaleggiare con molti titoli tripla A. Eppure, in passato, abbiamo assistito a casi del genere, nei quali piccoli e sparuti team di appassionati, riuscivano con budget irrisori – se comparati a quelli a disposizione delle grandi software house – a confezionare titoli videoludici degni di essere definiti tali.
Nessuno conosce la ricetta perfetta per riuscire nell’intento e, fondamentalmente, ogni nuova IP, anche realizzata da software house ben più grandi, rappresenta sempre una grande scommessa.

Past Cure è la scommessa del piccolo team tedesco di Phantom 8, che tempo fa annunciò di essere al lavoro su un action-thriller, capace di mescolare meccaniche stealth a fasi di combattimento più affini ai TPS, il tutto arricchito da poteri e forze sovrannaturali, e guidato da una solida componente narrativa.
La domanda che vi starete ponendo, a questo punto, è una: saranno riusciti nel loro intento?

“Pillola Blu, resti nel paese delle meraviglie e scoprirai quanto è profonda la tana del bianconiglio” (semi-cit.)

In Past Cure, ci ritroveremo nei panni di Ian, un ex militare ormai in congedo, che nel corso di una missione venne rapito, tenuto prigioniero e sottoposto a torture ed esperimenti, che lo hanno lasciato non solo psicologicamente e fisicamente segnato, ma lo hanno anche dotato di poteri sovrannaturali grazie ai quali manipolare il tempo e creare una propria proiezione astrale (Doctor Strange approved).

Tuttavia, la vita di Ian non è in alcun modo migliorata: i ricordi di quanto gli accadde sono andati perduti (leggasi sono stati eliminati) e al loro posto hanno lasciato una serie di frammenti di loro stessi, sparsi un po’ a caso, e notti tormentate da incubi che andranno via via peggiorando più si andrà avanti nella storia. Fortunatamente non sarà solo nell’affrontare tutto ciò, poiché il fratello Markus – anch’egli un un ex soldato, ora medico – gli fornirà ogni tipo di supporto, da quello prettamente professionale procurandogli delle pillole blu grazie alle quali riesce a tenere sotto controllo la propria stabilità mentale, a quello sul campo, aiutandolo nel corso delle missioni e utilizzando i propri contatti per scoprire chi si cela dietro il rapimento del fratello.

Questo e molti altri misteri dovrebbero trovare una loro risoluzione nelle varie missioni che ci ritroveremo a giocare, alternate tra quelle vissute nel mondo reale e quelle oniriche ambientate nei già citati incubi, popolate da strani umanoidi simili ai manichini che potete trovare in qualsiasi negozio d’abbigliamento, ma fatti – presumibilmente – di porcellana. Cosa rappresentano? Non si sa e non si saprà mai. Deal with it e tanti saluti.

Come detto, alle fasi oniriche si alterneranno missioni più canoniche, nelle quali Ian cercherà non solo di scoprire l’identità dei propri carnefici, ma anche di far luce sullo scopo degli esperimenti ai quali venne sottoposto. Ad ostacolare il nostro eroe tormentato troveremo varie tipologie di nemici, da membri di organizzazioni criminali a forze paramilitari, concludendo con (ciliegina sulla torta) un randomico miniboss dalle fattezze e dagli atteggiamenti molto simili agli Agenti di Matrix, sicuramente una delle numerose fonti d’ispirazione del team, al quale vanno aggiunti titoli videoludici come Max Payne e Hitman.

Le fasi di combattimento potranno esser svolte sia adottando una tattica più action e sparando a tutto ciò che si muove che sfruttando le ombre, tendendo agguati ai nemici e utilizzando un approccio più affine ai titoli stealth. In entrambi i casi, Ian potrà contare sui suoi superpoteri: l’abilità di rallentare il tempo, che darà vita a fasi di bullet time, ormai già visti milioni di volte, e quella di creare una proiezione astrale, con la quale disattivare telecamere ed entrare nella mente dei vari nemici. Quest’ultima, se ben implementata, avrebbe potuto essere una piacevole novità, ma purtroppo non è questo il caso. Entrambe le abilità saranno regolate da un indicatore della sanità mentale che si consumerà man mano che utilizzerete i poteri, andando a rigenerarsi quanto basta per rendere totalmente inutile l’utilizzo delle pillole blu per riportarla a livelli ottimali. Vi basterà prenderci un po’ la mano per capire quando e come utilizzarla.

Lo stesso non si può dire purtroppo del combat system. A delle meccaniche per gli scontri corpo a corpo basate su una serie di brevi quick time event mal realizzati e che danno l’idea di esser stati buttati lì tanto per, va aggiunto l’inutilmente macchinoso sistema di gunplay, evidentemente abbozzato e impreciso, che vi porterà a buttare centinaia di proiettili. Tale pecca è evidente sin dalla prima missione, laddove Ian farà la conoscenza dei già citati manichini che dovrà tentare di abbattere. Le “creature” spunteranno da delle porte e sarà vostro compito provare a sparargli. Provare non significa sempre riuscire, ovviamente, ed anche se il mirino è posizionato perfettamente al centro del corpo del vostro nemico, è plausibilissimo che il colpo manchi il bersaglio.

Tra un sistema di combattimento strutturato per sommi capi, una trama confusa e suddivisa in missioni che sembrano quasi seguire tutte il medesimo schema, una sorta di pattern preimpostato che risulta ben presto ripetitivo fino a toccare i livelli di noia, il titolo di Phantom8 non riesce in alcun modo a fare quello che dovrebbe fare un qualsiasi videogioco: divertire. E questo è molto grave in un prodotto per l’intrattenimento, che si tratti di un indie o meno. Esistono giochi che possono piacere e giochi che non rientrano nelle proprie corde, ma sfido chiunque a dire che Past Cure sia un titolo divertente. Non lo è. Non si sforza neanche di provare ad esserlo, se non in alcuni sparuti casi, ma bisogna chiudere gli occhi dinnanzi a molti difetti, tra i quali troviamo anche la presenza di fastidiosissimi bug e crash, che coadiuvati da un sistema di checkpoint senza senso, che costringe i giocatori a ripetere intere fasi di gioco.

Novelli Icaro alla conquista del Sole

Purtroppo (e lo scrivo con un velo di tristezza) Past Cure è l’esatta rappresentazione di come non si debba fare un videogioco nel 2018. C’è tanta, veramente tanta carne al fuoco, ma ciò che ne esce – se permettete un esempio culinario – non è una bella e ricca braciolata, bensì una poltiglia carbonizzata e immangiabile, che neanche un centinaio di patch potrebbero salvare. Un esempio lo avete già nel voler tentare di collocare il gioco in una determinata categoria videoludica. Certo, a grandi linee diventa un comune action/stealth, ma andando ad analizzarlo più da vicino troviamo caratteristiche che lo rendono accostabile ai giochi horror, thriller, story driven, investigativi e puzzle, sempre che si possano considerare “enigmi” quelli che si trovano nel gioco, il che è molto opinabile, se vogliamo.

Dopo 8 ore di gioco, quanto basta per arrivare a completarlo, ci si ritrova a fissare dei titoli di coda chiedendosi: ma perché? E badate bene che non è una domanda buttata al vento. Un titolo che viene presentato come “story driven” si presuppone che faccia della narrazione un suo punto di forza. Invece no, perché la componente narrativa di Past Cure fa acqua da tutte le parti, dalla trama, come già detto confusa, mai lineare e che suggerisce l’evidente intenzione di realizzare un sequel (anche no) al doppiaggio in lingua inglese completamente piatto e privo di emotività, a cui si aggiungono sottotitoli – disponibili anche in italiano – spesso fuori sync, prematuramente interrotti, totalmente assenti o mischiati con quelli in lingua originale. In una parola: il caos. E non parliamo del caos bello, quello che “t’intrippa il cervello” e fa sorgere domande su domande, come può fare Death Stranding di Hideo Kojima per dire, dove vediamo gente che non vede l’ora di giocarlo nonostante non si sia ancora capito fondamentalmente un tubo, se non che è potenzialmente geniale. Certo, parliamo di Kojima e può tranquillamente permettersi di prendersi un simile rischio, Phantom 8, invece, è pur sempre un team esordiente, e nonostante un’idea di base potenzialmente solida e interessante, pecca di un’eccessiva ambizione che sfocia quasi nell’arroganza se vogliamo.

Mischiare così tanti generi tra loro, così tante meccaniche di gameplay, così TANTO e basta, lascia il giocatore confuso, disorientato ed eclissa del tutto la qualità dell’idea iniziale, rendendola solo un ottimo spunto mal sviluppato, complice (forse) anche il budget ridotto, che lascia trasparire una forte sensazione di “vorrei ma non posso”. Tale sensazione, tra l’altro, è riscontrabile anche nel comparto tecnico del gioco, che oggi come oggi risulta non solo datato ma pure completamente povero e mal curato. Ne troviamo una prova lampante nelle ambientazioni, pulite ma vuote, quasi asettiche e desolanti. Un punto in più di cura in tal senso, lo possiamo trovare in uno dei livelli onirici, in cui Ian si ritroverà ad esplorare, armato di torcia, una prigione all’apparenza abbandonata, risolvendo enigmi – parole forti – e tentando di scappare dall’ennesimo incubo, il più “angosciante” dell’intero gioco. Anche qui tuttavia, ecco che torna la sensazione di “già visto”, che inizia a risultare una qualità eccessivamente presente nell’intera opera. Anche il dettaglio grafico lo dimostra, risultando sommariamente curato e vetusto, a cominciare dai modelli poligonali che non si vedevano da un periodo che va dai 10 ai 15 anni. Lo stesso, inoltre, lo si può dire per le animazioni, incerte, a tratti goffe e bizzarre, tanto da risultare quasi ridicole per un titolo del 2018.

past cure recensione

Verdetto:

Tirando le somme, Past Cure è un titolo pretenzioso. Mira ad emulare il successo di tanti altri prodotti dell’intrattenimento, fallendo totalmente nell’impresa. Nonostante una trama potenzialmente interessante, coadiuvata da elementi sovrannaturali che vanno ad aggiungere un minimo di alone di mistero al gioco, l’intento di Phantom8 risulta poco chiaro. Spesso sembra di trovarsi tra le mani una versione beta, piuttosto che una vera e propria alpha in alcune fasi, che necessita dunque di esser ancora sottoposta a mesi e mesi di lavoro prima di poter essere pubblicata. Un comparto tecnico datato, un gameplay impreciso e poco curato e una trama confusa, non giustificano in alcun modo l’acquisto del gioco, soprattutto al prezzo al quale è attualmente venduto. C’è da dire che una buona base per vedere qualcosa di nuovo, o quantomeno di qualità, c’era e forse c’è ancora. Ora come ora, Past Cure andrebbe preso, e rivoluzionato dal principio, tentando di scegliere una direzione ben precisa, seguendola e sperando che il pubblico sia in grado di apprezzare al punto tale da creare una vera e propria serie videoludica. Tutto sommato un gran peccato e una grande occasione sfumata.

Federico Barcella
Romano di nascita, nerd per passione, amante di Final Fantasy, di Batman e dei Cavalieri dello Zodiaco. Parla poco ma ascolta e osserva molto, sente un’affinità smodata con i lupi e spera di rincarnarsi in uno di loro. Cede spesso alle tentazioni della rabbia con picchi che creano terremoti in Cina per l’Effetto Farfalla e odia la piega che sta prendendo l’Universo-Videoludico negli ultimi anni.