The Hood Maker: privacy e lealtà

Philip Kindred Dick è uno dei nomi tra i più noti e chiacchierati della fantascienza mondiale. Non esiste un solo appassionato del genere che non abbia letto qualcosa (o tutto) a firma di questo autore e tantissimi scrittori moderni hanno più e più volte dichiarato di aver trovato nei suoi scritti una fonte di ispirazione imprescindibile.

L’attuale cyberpunk è una derivazione chiara e moderna della fantascienza Dickiana, almeno per quel riguarda alcuni approcci e alcuni stilemi. Blade Runner è roba sua e dalla parafrasi del titolo di questo romanzo (Do Androids Dream of Electric Sheep?) nasce la nuova serie antologica di Amazon Video: trasporre in formato televisivo con un format da un’ora alcune tra le più belle storie brevi di Philip Dick, sotto l’etichetta di Electric Dreams.

Su Channel 4, pochi giorni fa è andata in onda la prima puntata: The Hood Maker e noi di Stay Nerd eravamo lì, pronti ad affondare i nostri denti nell’incubo inventato dal buon vecchio Philip.

Pensieri e Parole

La serie antologica dedicata al maestro Dick si apre con la storia di un poliziotto, Ross (Richard Madden), e della sua nuova partner, Honor (Holliday Grainger), calati in quella che sembra una realtà fatta di cemento grigio sotto un cielo ancora più grigio. La particolarità sta nel fatto che la bella Honor è una telepate (teep, in gergo), assunta dalla polizia per ‘scansionare’ le menti di rivoltosi in cerca di potenziali nemici. Honor ha il marchio dei telepati, una specie di voglia che gli attraversa mezzo volto e per questo è riconoscibile e non molto amata.

Nella società immaginata in questa trasposizione televisiva, i telepati sono una minoranza ben rappresentata, osteggiata e mal vista dai ‘Normali’ e Honor, che collabora con la polizia, è vista ancor di più come una sorta di traditrice.

La coppia è chiamata in causa quando durante una manifestazione viene rinvenuto quello che sembra un cappuccio fatto in casa. Purtroppo questo cappuccio ha la capacità di celare i pensieri anche allo scandaglio dei telepati, rendendo l’azione di Honor inutile. Diventa quindi prioritario per la polizia lanciarsi alla ricerca di chi sta fabbricando questi manufatti e li sta distribuendo in giro per la città.

Da questo punto in avanti, la storia si dipana tra diversi colpi di scena, rievocazioni storiche e personaggi che spuntano dal passato, fino all’epilogo affossante che condiziona il difficile rapporto tra Honor e Ross.

La storia rimaneggiata per il piccolo schermo è una parabola molto edulcorata sulla privacy e sull’invasione della stessa, che molto a che fare con la situazione attuale, con la continua ingerenza dei social nella nostra vita, tanto che ormai siamo tutti ognuno la vetrina di qualcun altro.

Il telefilm, in una sequenza, dichiara apertamente questo tipo di critica, spiegando che il mondo in cui si trovano i protagonisti è ambientato in un futuro distopico che ha superato la fase della rete, di internet e di facebook, ritornando in una sorta di confortevole era pre-informatica. Solo che la privacy è ancora una volta a rischio per la presenza e l’azione dei telepati, ancor di più nelle situazioni in cui questi vengono utilizzati dalla Polizia.

È interessante notare come i Teep sono ghettizzati in quartieri malfamati e malsani, costretti a una vita di stenti, totali reietti e quasi paria di una società che li sopporta solo perché li ha creati.

La vera forza del telefilm è proprio questa parabola di denuncia, e raccontato così sembra anche molto intrigante. Però, se scaviamo a fondo, dobbiamo lo stesso rilevare che alla fine Matthew Graham che ha curato la sceneggiatura,  lascia queste notizie e queste considerazioni sullo sfondo e preferisce invece concentrarsi sul rapporto tra il poliziotto umano normale Ross e la sua partner sul lavoro Honor, come se fosse una sineddoche della situazione sociale collettiva. Teoricamente, i due dovrebbero impersonare le due fazioni e l’alternarsi degli alti e bassi tra i due potrebbe essere interpretato come un’allegoria di quello che accade là fuori.

Purtroppo non è così: la vicenda si concretizza male e resta comunque confinata tra i due, anche se c’è un tentativo di far emergere la collettività, sotto forma di tafferugli nelle strade e continue proteste quasi armate. Nulla però ingigantisce l’eco di una storia che è solo di due persone e viene risolta senza grossi exploit.

È un sogno elettrico?

Se dovesse esistere il ‘Fattore Dick’ in una storia, allora in quella raccontata nel primo episodio della serie antologica ne rileviamo un concentrazione leggermente bassa. Vedete, Dick è uno scrittore paradossalmente difficile da interpretare in immagini, per quanto la sua fantasia è estremamente evocativa e riesca a sondare elementi fantastici fuori dal comune.

La vera forza di Dick, nei suoi scritti lunghi così come nei racconti brevi, sta nella continua speculazione filosofica, nei ribaltamenti di fronte e nei colpi di scena che spazzano completamente il testo appena letto. E poi, come ci si aspetta da ogni trasposizione televisiva o cinematografica, la parte di celluloide deve sempre fare i conti con la sua versione cartacea.
E questa regola non scritta vale anche per The Hood Maker.

Ve lo diciamo subito: il racconto di Dick ha un altro tenore, un altro sapore e soprattutto un altro fine. Se Graham ha cercato di fare critica alla nostra società, mettendo dentro la Privacy, i Social Network, la rete e il desiderio di liberarsi di queste cose, per cadere nella brace della lettura del pensiero coatta, Dick ha tutt’altro nella mente.

Lui si preoccupa di descrivere un mondo totalitario, completamente schiavo dell’oligarchia che si spaccia per finta democrazia, dove la sorveglianza psichica è stata introdotta per sondare la LEALTÁ dei cittadini, dal momento che il giuramento sulla Bibbia era stato definito ormai poco sicuro. Da qui il bisogno di molti di indossare questi cappucci e la successiva messa al bando di questi copricapo considerati come sovversivi, antigovernativi, sbagliati.

Il racconto, poi, si apre con un membro dell’oligarchia al potere nota come The Clearance, colto con il cappuccio in testa e considerato un traditore. Lui non lo è, ne è convinto, ma nonostante tutto, basta quell’accusa infondata a instillargli i dubbi sul suo stesso comportamento. Dick in questi passaggi suggerisce quanto la mente umana sia influenzabile, anche se i nostri sentimenti sono orientati.

Ancora di più, la vicenda originale è molto più ampia e coinvolge da subito le alte sfere della Clearance, mettendo in scena un complotto per rovesciarla. La vicenda raccontata nel 1955 da Dick, ha i connotati di un colpo di stato, di una rivoluzione dei sottomessi Telepati nei confronti dei Normali, nei confronti di un governo soffocante. Quindi non è la privacy il punto focale, ma la mancanza totale di libertà, la schiavizzazione dei pensieri, che se rilevati non in linea, decretano la condanna del malcapitato.

Sicuramente, l’ampio respiro del racconto e la sua valenza quasi panistica, lo rendono molto più angosciante del telefilm che è comunque rinchiuso nelle quattro mura di un rapporto di coppia conflittuale. Gli stessi telepati non hanno la stessa forza di quelli del racconto e un po’ non si sente la loro importanza nell’economia della storia.

Cielo Grigio Su

La messa in scena è un bel mix di iconografia anni 50 e 60, con un paesaggio di puro cemento e povertà. Non viene mai menzionato il nome della città dove si svolgono i fatti, anche se l’accento britannico spintissimo potrebbe far presupporre che sia una versione post-post-moderna di Londra e della sua periferia. Le architetture rappresentano un universo soffocante e la pioggia quasi sempre presente non fa aumentare questo senso di claustrofobia. A tutto questo aggiungiamo poi una fotografia livida e oscura ed abbiamo il ritratto del paese infelice.  

In mezzo a tutto ciò, la tecnologia è fatta di vecchi macchinari venuti fuori dai nostri anni Sessanta, con automobili vecchie per le strade e macchine da scrivere sulle scrivanie. La scelta è molto ben architettata, perché richiama il fatto che il racconto originale è stato scritto nel 1955 e potremmo dire che questa scelta scenografica ed iconografica non è altro che un omaggio al racconto stesso.

La regia è abbastanza solida, e Julian Jarrold dimostra di saper fare il suo mestiere, grazie agli oltre vent’anni di esperienza proprio in produzione televisive. Allo stesso modo le interpretazioni dei due protagonisti sono appetibili. Ross, interpretato da Richard Madden (che molti ricorderanno per il suo doppiaggio di Alucard in Castlevania: Lord of Shadows), è credibile e riesce nascondere i suoi segreti fino alla fine. La bella Hollyday Grainger (che avevamo già incontrato nella trasposizione cinematografica di Great Expectation) riesce a portare sullo schermo tutto il dolore che una telepate riesce a percepire, tutto il fastidio di essere una sorta di antenna umana sintonizzata sui pensieri di un’intera città. Alcune volte ci mette troppa enfasi, tanto da sembrare un po’ stucchevole, ma nel complesso la sua prova è positiva.

Tutto sommato, a parte la diatriba racconto/telefilm, il prodotto per la televisione risulta essere abbordabile e divertente quanto basta per intrattenere nei suoi 52 minuti di durata.

Cosa ci è piaciuto

Bella rappresentazione scenografica e un futuro distopico molto pessimista e affossante rendono questo telefilm molto legato alla visione dello scrittore americano.

Cosa non ci è piaciuto

Forse lo stravolgimento della storia, con un rimpicciolimento del focus, da vicenda quasi nazionale e piccola storia tra i due protagonisti è stato deleterio e ha fatto perdere di vista la natura di denuncia sociale del racconto originale.

Continueremo a vederlo

In linea di massima, sì. Questa è una serie antologica, e sicuramente il livello produttivo è alto e le idee sono ben focalizzate. Non possiamo prevedere come sarà l’andamento degli altri racconti e quindi per puro spirito di curiosità, continueremo a dargli una possibilità ancora per un po’.

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