“C’era una volta una supereroe di nome Rat-Man. Rat-Man era famoso perché compiva imprese straordinarie. Tipo che una volta un bambino era caduto in un fiume e lui era riuscito a dire a memoria tutti i suoi affluenti”

Non capita spesso, nella vita di un lettore di fumetti, di trovarsi tra le dita la fine della propria serie preferita. Certo, a volte si concludono lunghi cicli narrativi, saghe mensili che tengono col fiato sospeso numero dopo numero, o complesse storyline che si dipanano attraverso gli anni, arrivando perfino a durare decenni. Ma che una serie chiuda, che dopo un determinato albo interromperà per sempre le sue uscite, è un evento sempre più raro. Anzi, ormai è talmente insolito che non ce l’aspettiamo neanche, alcuni di noi neppure lo desiderano. Ormai, siamo talmente abituati a recarci in edicola e trovare, tra una rivista e l’altra, Tex che ci sorride con un fucile in mano, pronto ad impallinare il nemico di turno, Dylan con il mostro e l’orrore del mese, Topolino con la sua copertina sfavillante pronta per affascinare i bambini di tutte le età, Spider-Man che spara ragnatele in ogni direzione, Batman che si nasconde nel suo lungo mantello nero e Superman che sfreccia nel cielo solo come l’Uomo d’Acciaio sa fare. Molti di noi sono cresciuti con questi eroi di carta, questi miti moderni immortali e tuttavia suscettibili alle fluttuazioni del mercato, ci sono cresciuti e non si sognerebbero mai di non trovarli più sugli scaffali, un giorno lontano. Anche perché, se sparissero, con loro svanirebbe pure una parte del nostro passato, spesso collegata all’infanzia e all’adolescenza. Ma Rat-Man non è mai stato un fumetto normale. E, infatti venerdì 21 settembre 2017, si è ufficialmente concluso.

 

Impossibile riassumere in queste poche righe la meravigliosa ed emozionante epopea del ratto, quindi non ci proverò nemmeno. Forse neanche Leo Ortolani ne sarebbe in grado, dato che stiamo parlando di vent’anni della sua vita, vent’anni dov’è successo praticamente di tutto, dove è diventato grande insieme al suo figlio prediletto.

Anche perché non ne ha bisogno. Perché Ortolani É la sua epopea. Vi basti sapere che lui, l’omino con gli occhiali dietro le quinte, ha saputo riunire e rintrecciare i fili di 122 numeri con una facilità disarmante, quasi come se la Storia (quella con la S maiuscola) avesse tramato per far sì che si realizzasse una conclusione non meno che perfetta. Non a caso, questa Decalogia della Fine si rifà costantemente alla mitologia, a tutta la lunga strada che il Rat-Man e il suo creatore hanno tracciato nei loro quasi 30 anni di carriera, fin dal primissimo esordio sulle pagine di Spot n.2 nel 1989. Partendo da molto lontano, Leo è arrivato finalmente in fondo e guarda tutte le tappe della strada che l’hanno portato dove si trova adesso. In questo senso, è straordinario come sia riuscito ad inserire e ha dare nuove letture ad elementi del passato a cui nessuno, forse neanche Ortolani stesso, ai tempi della loro prima comparsa aveva dato molta attenzione. Basti pensare ad Ik, ad Aima, Thea, il professor Denam e l’equipe scientifica, la dottoressa Kalissa, l’Arena, Topin, Brakkino, Klavius, il Pipistrello, la Prima Squadra Segreta, la Cattedrale

Tutto torna con un’armonia stupefacente e anche appagante, quasi consolatrice, attraverso un canto del cigno durato dieci tappe che ci hanno tenuto compagnia per quasi due anni. Ma non è stata una melodia a senso unico, una struggente canzone di commiato per una fine arrivata, bensì un elogio fatto di continui andirivieni, alternanze tra passato e presente, di rivelazioni improvvise e segreti svelati.

Se da una parte ci preparava al momento e riannodava le file della saga, la Decalogia è stato anche un profondo respiro preso per riflettere su quello che Rat-Man è stato e su quello che è, su quello che avrebbe potuto essere e su quello che non è stato, sulla sua eredità. Uno sguardo dato ai famosi “spazi bianchi” tra una vignetta all’altra, in cui sembra che tutto possa accadere.

Dieci tappe, dove sono ritornati tutti i grandi temi della saga: la religione, l‘eroismo, le illusioni dell’infanzia, la determinazione che tenta di superare i propri limiti, gli errori, le bugie, le ombre che si annidano nel cuore degli uomini, l’ambiguità del male, la difficoltà del perseguire il bene e l’epica supereroistica.

A questi, si aggiunge quello della paternità, fondamentale quando si tratta di lasciare lo spazio a coloro che verranno dopo, cosa che sempre meno persone sembrano pronte a fare rinchiudendo le generazioni future nei fasti di quelle passate. Proprio la paternità è la chiave centrale dell’ultimo numero, una paternità fatta di lasciti ma anche di pesi, dove un passaggio di testimone può trasformarsi in ogni momento in una condanna alla dannazione.

E tutto questo raccontato senza variare il registro che ha accompagnato la narrazione in tutti questi anni, nonostante le 110 dieci pagine (sempre disegnate, scritte, inchiostra e letterate da Leo) che ci regala questo albo numero 122.

C’è sempre l’umorismo, le battute nonsense e i graffi che ci fanno ridere, sorridere e sgnignazzare (oltre che riflettere) da vent’anni, puro stile Rat-Man condensato tra una tavola e l’altra, in cui la battuta si alterna ad una riflessione, ad un momento carico di pathos, con una semplicità estrema. In queste pagine, oltre alla conclusione della sua saga, c’è tutto il Rat-Man che abbiamo amato in questi due decenni, declinato in ogni possibile forma.

In fondo, per tutta la Decalogia si ha le sensazione che (nel finale in particolare) Ortolani abbia voluto riunire insieme ogni possibile sfumatura della sua creatura, comprese quelle solo abbozzate, nate dalla suggestione di un attimo, da un dettaglio trascurato e poi sparito per sempre. Cosa non strana, perché sappiamo bene cosa l’autore abbia realizzato con la sua creatura, più che mai figura dai mille volti, maschera e uomo (scimmia) al tempo stesso capace di avere una vita propria e migliaia di altre insieme. Tuttavia, non si è trattato solo atto dovuto di nostalgia, una carezza ai possibili rimpianti o alle fasi che hanno caratterizzato l’evoluzione del percorso, bensì un’analisi lucida, necessaria, che non ha ceduto alla malinconia, quella malinconia che prende un creativo quando si trova a dover fare i conti con gli inizi del suo lavoro e una diversa età della sua esperienza, quando era un giovane geologo che sognava di diventare un fumettista. Anzi, fumettiere. E per quanto sarebbe bello tornare alle “vecchie storie di una volta” non è possibile. Il perché è evidente. Quasi banale. Non è un discorso di idee, di incapacità, perché Leo mostra subito di saperne fare ancora di albi di quel tipo, anzi: forse gli verrebbe perfino più facile. Il discorso è che le serie a fumetti hanno una vita, quindi un inizio, un percorso e poi una fine.

 

Può sembrare una stupidaggine. Un’evidenza. Perfino un’idiozia. Ma non lo è. Forse pare che lo sia quando parliamo di “esistenze” umane, del tempo che scorre e che alla fine arriva ad una conclusione per tutti, però non lo è quando si tratta di fumetti. Anche se, diciamo, sappiamo che un giorno moriremo, che i nostri corpi faranno ritorno alla nuda terra e sfameranno i vermi (puro vangelo), ma quanti si confrontano veramente con questa inevitabile verità?Anche se ne siamo consapevoli, ci ritroviamo e pensarci sul serio solo quando il momento è vicino o abbiamo paura di morire. Le serie a fumetti non hanno di queste preoccupazioni. Sono dei miti, odierne divinità che hanno sostituito ai templi per le preghiere le fumetterie e l’ostia con gli albi, la messa con le convention e la Mecca con Lucca (per noi italiani). Sono Dei, ma molto particolari. Sono scolpiti nella pietra, nella storia, eppure continuano a camminare in mezzo a noi e sono sottoposti al giudizio dei loro fedeli, che possono in determinate misure indirizzarne il destino, perfino ucciderli. Pensateci un attimo. Impossibile immaginare un mondo senza Superman in edicola, giusto? Oppure Spider-Man, Batman, o i nostrani Tex e Dylan Dog. Ciascuno di noi, anche i profani del fumetto, ha nel proprio cervello una visione particolare di questi personaggi. Fanno parte del nostro immaginario, del nostro bagaglio culturale e nella nostra mente sono circondati da un’aura mitica. Eppure, se domani stesso le loro serie avessero un’emorragia di lettori talmente pesante da costringerli a chiudere, succederebbe. Morirebbero. Tornerebbero sulla Terra.

Diventerebbero umani. Ed è esattamente quello che sta succedendo a Rat-Man, solo che lo ha deciso lui. Lui, supereroe poco eroe e ancor meno super, personaggio sfigato, stupido, dall’umorismo terribile, insopportabile, brutto, amante delle donne coi seni grossi, che sognava di essere un “eroe in calzamaglia” si ritroverà ad non coronare mai questa sua aspirazione. Però sarà umano. E questa è sempre stata la sua qualità migliore. Non importa quanto Rat-Man sia diverso da tutti voi o quanto invece sia simile, abbiamo in comune con lui il fatto di essere umani. E lui lo è sul serio. Tant’è che è sceso dall’Empireo dei Supereroi per sedere al nostro tavolo, rinunciando di propria spontanea volontà all’immortalità che gli spettava di diritto. E questo lo ha reso veramente eterno.

Morte a Rat-Man, viva Rat-Man.

Elia Munaò, nato (ahilui) in un paesino sconosciuto della periferia fiorentina, scrive per indole e maledizione dall'età di dodici anni, ossia dal giorno in cui ha scoperto che le penne non servono solo per grattarsi il naso. Lettore consumato di Topolino dalla prima giovinezza, cresciuto a pane e Pikappa, si autoproclama letterato di professione in mancanza di qualcosa di redditizio. Coltiva il sogno di sfondare nel mondo della parola stampata, ma per ora si limita a quella della carta igienica. Assiduo frequentatore di beceri luoghi come librerie e fumetterie, prega ogni giorno le divinità olimpiche di arrivare a fine giornata senza combinare disastri. Dottore in Lettere Moderne senza poter effettuare delle vere visite a domicilio, ondeggia tra uno stato esistenziale e l'altro manco fosse il gatto di Schrödinger. NIENTE PANICO!

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