Le origini del del western digitale

La dura legge del marketing è uno scoglio imponente, arduo da superare e minaccioso come pochi. Offrire un prodotto qualitativamente accettabile, o comunque consono alle aspettative dell’utenza, non è mai un compito semplice da portare a termine, specie in un ambiente sempre gravido di nuove iterazioni e produzioni, quale è quello videoludico.

Accade però, ogni tanto, che nella mente di alcuni eletti luminari scatti una scintilla, spesso accompagnata da un pizzico di sana follia, che porta alla creazione di produzioni uniche ed indimenticabili, indipendentemente dalla categoria o dalla tipologia. Nel nostro caso specifico, riferendoci al settore videoludico, poche compagnie hanno saputo stravolgere le carte in tavola come Rockstar, capace, quasi ogni qualvolta decida di mettere le mani in un progetto, di annichilire  tutte la sicurezze e le conoscenze altrui, sorprendendo tutte le volte e lasciando una scia, la cui unica funzione è quella di essere seguita senza però, quasi mai, portare al suo raggiungimento.

Pochi titoli, infatti, nella storia dei videogiochi, hanno saputo riscrivere le fondamenta non soltanto di un genere, ma più in generale del videogioco stesso, come Red Dead Redemption, vera e propria perla targata Rockstar San Diego, tanto preziosa quanto rara, unica e maledettamente desiderata. Inutile negare quanto l’ambientazione in stile “spaghetti western” abbia pesantemente inciso sul successo del titolo, un po’ come quando si parla di brand come Star Wars o X-Files per intenderci, cosa che comunque chiaramente rappresenta soltanto uno dei tantissimi aspetti vincenti della produzione.

A onor del vero, però, prima di Red Dead Redemption c’è stato qualcos’altro, un videogioco, certo, dalle fortune meno marcate ma che ha avuto il grandissimo merito di dare i natali ad una saga videoludica destinata, con il prossimo arrivo di Red Dead Redemption 2, previsto per fine mese, a rappresentare un punto di riferimento per tutti gli appassionati di videogiochi: Red Dead Revolver.

Red Dead chi?

Con ogni probabilità, la stragrande maggioranza dei videogiocatori, compresi quelli affezionati a Red Dead Redemption, non conosce affatto, o comunque non bene, Red Dead Revolver, controverso capitolo che di fatto ha dato il via alla saga, rilasciato nel lontanissimo 2004 su PlayStation 2 e Xbox dopo una lunghissima e travagliata gestazione.

Il titolo, infatti, inizialmente era sotto l’ala protettrice di Capcom, desiderosa di riportare in auge il genere su console, ma che col tempo iniziò ad allentare fortemente la presa sulla produzione, fino a perderne definitivamente i diritti, successivamente acquistati, nel 2002, proprio da Rockstar. Nonostante l’appeal innegabile dell’ambientazione, da sempre rigogliosa fonte d’ispirazione per film, serie tv e tante altre iterazioni, il lavoro di Rockstar sul titolo non è stato minuzioso e quasi maniacale come ci si potrebbe aspettare al giorno d’oggi, conoscendo anche il destino che poi ha investito la saga col passare degli anni.

Red Dead Revolver, invero, è stato un titolo alquanto povero, seppur contornato dalle quasi identiche (con le dovute differenze) fortunate dinamiche che hanno fatto del brand quel che è oggi. La nota più dolente è senza dubbio rappresentata dalla povertà narrativa e comportamentale del personaggio principale, il fuorilegge Red, fin troppo silenzioso e scarsamente rappresentato rispetto all’idolatrato  protagonista di Red Dead Redemption, John Marston, cosa che ha reso veramente impossibile l’affezionarsi sia a lui sia, soprattutto, alle sue vicende. La trama di Red Dead Revolver, in fin dei conti, non è così tanto diversa da quella dei suoi successori: una storia di vendetta, redenzione, nei panni del più classico dei cowboy accompagnato soltanto da un bicchierino e dalla sua revolver.

L’avventura, seppur impreziosita dallo stesso stile vincente di altri brand più in vista targati Rockstar (vedi la serie Grand Theft Auto), non ha mai ingranato veramente le marce, complice anche un gameplay di fondo complesso da gestire e macchinoso come pochi.

Dead Eye!

Gli scontri a fuoco, le scazzottate e tutte le attività collaterali che accompagnano l’avventura principale di Red all’interno di un selvaggio west di fine XIX secolo, infatti, perdono molta della loro bontà qualitativa proprio a causa di meccaniche mal gestite e dannatamente complicate da padroneggiare.

La legnosità di fondo che accompagnava ogni scontro (specie quelli corpo a corpo) non faceva altro che gettare ancora benzina sul fuoco, in una produzione spaccata nettamente in due, con ai due estremi tante cose bellissime e tanti problemi e mancanze a tratti quasi ingiustificabili ed incomprensibili. Perché, in fondo, diciamocela tutta: Red Dead Revolver, nonostante di tutti i problemi di sorta elencati, ha avuto il grande merito di farci provare come mai prima d’ora l’ebrezza di essere un vero cowboy, grazie anche anche ad una rappresentazione stilistica invidiabile. Il mondo di Red Dead Revolver seppur non vivo e pulsante come quello dei vari GTA, offriva una vicinanza incredibile agli standard del miglior film di Sergio Leone, e nessun difetto al mondo potrebbe surclassare l’ebrezza adrenalinica di ritrovarsi immersi in un vero duello in pieno stile “mezzogiorno di fuoco”. Saloon, partite a carte, agguati, duelli a fuoco e bande di fuorilegge da sterminare. Insomma, le premesse c’erano tutte.

A costo di sembrare ingiusti, però, la sostanza non cambia: Red Dead Revolver è stato un titolo modesto, dalle ottime potenzialità, certo, ma appesantito da numerosi svarioni difficili da ignorare.

Il merito più grande della produzione, quindi, è  quello di aver gettato le basi per ciò che poi è stato Red Dead Redemption, con ogni probabilità uno dei migliori esponenti del mondo videoludico degli ultimi anni e, forse, di sempre.

Mezzogiorno di fuoco!

Tutto cambia con l’arrivo, qualche anno dopo, di Red Dead Redemption, un titolo tanto enorme quanto profondo, stratificato e magistralmente imbastito.

Quello che Rockstar riesce a fare, con la sua nuova creatura, è in realtà molto semplice: prendere tutte le cose buone di Revolver e potenziarle a dismisura, senza dimenticarsi, e non potrebbe essere diversamente, di sistemare tutte quelle che nel primo episodio della saga western non avevano funzionato. Ed ecco che, quel che era uno dei principali problemi di Revolver, il protagonista della storia, qui diventa praticamente il punto di forza principale. John Marston, protagonista di Red Dead Redemption, è uno dei personaggi più carismatici ed iconici dell’universo videoludico, un uomo carismatico e con una storia triste alle spalle, a cui è impossibile non affezionarsi sin dalle prime battute.

Anche la trama di Red Dead Redemption surclassa su tutta la linea quella di Revolver, piazzandosi di diritto nell’olimpo videoludico. La bontà della sceneggiatura, dei dialoghi, e di tutto ciò che accompagna la marcia di John Marston in quel di Blackwater è di uno standard qualitativo immane, ancora difficilmente raggiungibile al giorno d’oggi e che, con ogni probabilità, verrà raggiunta (si spera), e magari superata, soltanto con l’arrivo di Red Dead II.

Seppur non risulti originalissima sulle prime, la storia di Red Dead Redemption è una di quelle che difficilmente passa inosservata. L’incipit narrativo non potrebbe essere più semplice: John Marston, ex fuorilegge, è ora assoggettato alla neonata FBI, col compito di dare la caccia ai suoi ex compagni di scorribande in cambio della propria libertà.

Quel che seguirà, però, sarà un’esperienza tutt’altro che semplice o scontata. John Marston è un guerriero abile, ma non immortale, e sarà proprio da un incontro ravvicinato con la morte che la piega degli eventi subirà una svolta del tutto inaspettata. Non è tanto, però, la qualità della trama, eccelsa come non mai, a rendere Red Dead Redemption il capolavoro che tutti noi conosciamo o, almeno, non solo quella. Ogni singola cosa sembra girare nella stessa, identica, direzione, per un risultato finale sbalorditivo e, forse, ancora irraggiungibile.

Un universo ricco come non mai

Del resto, come dicevamo in partenza, la serie Red Dead parte col vantaggio considerevole di ispirarsi ad un mondo ricco e che ha sempre suscitato un grande interesse nella maggior parte del pubblico.

Il vecchio west gode di un fascino inquantificabile, e Rockstar ha avuto il grande merito di riuscire a riprodurlo in un modo talmente magistrale e “veritiero” da risultare a tratti incredibile. Va detto che, almeno sul piano prettamente tecnico, tale magnificenza non è pienamente supportata da un lavoro altrettanto egregio: il titolo è, così come Revolver, macchinoso, dotato di un sistema di combattimento rigido e non propriamente bello da vedere, ma che si incastona alla perfezione all’interno di un mosaico più grande e complesso di ciò che potrebbe sembrare.

Insomma, con l’arrivo di Red Redemption II ormai dietro l’angolo, la missione di Rockstar non è per nulla semplice. Riuscire a superare un tale tripudio narrativo, stilistico, e qualitativo, è un’impresa ardua, e probabilmente l’interesse nel farlo non è nemmeno del tutto esistente, dato l’amore viscerale che Rockstar nutre nella propria creatura. Le premesse, però, ci sono tutte ed il 26 ottobre non è poi così lontano.

Lucidate la vostra revolver, bevete un sorso d’acqua (o di rum!) e sellate il vostro cavallo: si torna nel vecchio west… e sarà un viaggio lungo e ricco come mai prima d’ora.

Ho imparato a conoscere l'arte del videogioco quando avevo appena sette anni, grazie all'introduzione nella mia vita di un cimelio mai dimenticato: il SEGA Master System. Venticinque anni dopo, con qualche conoscenza e titoli di studio in più, ma pochi centimetri di differenza, eccomi qui, pronto a padroneggiare nel migliore dei modi l'arte dell'informazione videoludica. Chiaramente, il tutto tra un pizza e l'altra.