Fantasy e fantasia: le regole di una narrativa intricata

Il pensiero che alla base del fantasy debbana esserci delle regole può apparire controintuitivo. Come può l’immaginazione essere imbrigliata e posta sotto controllo? Eppure è proprio una delle maggiori necessità nella stesura di un romanzo di genere fantastico: quella di saper porre dei limiti alla propria immaginazione per far sì che il “sense of wonder” non si perda nella confusione.

Capire quali siano i confini del fantastico, come possa generarsi un libro dall’immaginazione, è stata una sfida a cui diversi autori hanno cercato di dare una risposta. Ancora oggi chiunque abbia realizzato un libro fantasy avrà certamente un’opinione in merito a cosa sia questo genere.

Ma la domanda resta: come si riconosce un fantasy? La risposta ovvia rimanda alla necessità di seguire le regole del fantastico. Cosa che, a sua volta, ci costringe a una nuova domanda: quali sono le regole dietro la stesura di un fantasy? In questo articolo ci appresteremo dunque a uno sforzo titanico: cercare di ricostruire quali siano effettivamente queste regole. Sperando che, come spesso accade agli sforzi titanici, questo tentativo non si concluda con un nulla di fatto.

Non resta dunque che accontentarci: tentare di capire cosa sia il fantasy prendendo spunto qua e là dalla storia del genere. Guardare alle idee di alcuni grandi autori e alla definizione che essi hanno dato del genere, magari cercando di andare in profondità all’interno di esse e determinare, con un piccolo sforzo di comprensione, quale sia stata la loro stella polare nella creazione dei loro mondi.

Al fine di evitare di cadere nel più classico dei “cherry picking” dobbiamo tuttavia avvisare i lettori. Questo pezzo non cercherà di trarre delle conclusioni e stabilire delle norme. Attraverso la visione di alcuni autori tenteremo di dare una possibile risposta. L’inserimento del pensiero di autori come Gaiman, Pratchett, Jordan o Zuddas potrebbe cambiare le carte in tavola e portarci a conclusioni differenti. Ma, come accennato, questo genere di operazione potrebbe rivelarsi troppo per questo articolo. Starà alla volontà del lettore approfondire per poter trovare la propria definizione.

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Dal fantastico al fantasy: mito e letteratura senza regole?

Per poter parlare compiutamente di regole del fantasy e quindi identificare al meglio il genere si dovrebbe tracciarne una storia e, quindi, un punto di origine. Questo non è tuttavia possibile. Sarebbe come ricercare le radici dell’immaginazione umana e la nascita della creatività stessa. Ancora una volta qualcosa al di là delle capacità umane. Se anche volessimo considerare un’epopea come la saga di Gilgamesh come primo racconto fantasy pervenutoci, non è da escludere che commetteremmo un errore di fondo, quello di attribuire al fantastico una natura legata esclusivamente scritta. Ignoreremmo, quindi, l’intera tradizione orale precedente.

Sotto certi punti di vista potremmo sostenere che il fantastico sia parte della razza umana e che esso nasca con i culti e dei miti da essi derivati. Allo stesso modo in cui non è possibile tracciare un’origine della religione nella società umana, non è possibile stabilire un punto di inizio per il fantastico.

Si può iniziare a parlare di fantasy allora sotto un altro punto di vista, quello editoriale. In questo caso le origini del genere si attestano in Gran Bretagna nel Secolo XIX e le ritroviamo in autori come George McDonald (Phantastes) e William Morris (La fonte alla fine del mondo). Alla generazione immediatamente successiva appartiene invece Lord Dunsany, al quale si deve il merito di una prima diffusione del genere. Le opere di Edward John Moreton Drax Plunkett, barone di Dunsany, contribuirono per la prima volta a creare una vera e propria corrente letteraria, che ebbe un enorme successo negli anni Venti e Trenta del Secolo XX, nella quale si inseriscono anche autori come Erick Rucker Eddison e il circolo degli Inklings, di cui facevano parte tra gli altri C.S. Lewis e John R.R. Tolkien.

Nel mentre anche oltre oceano ci troviamo di fronte al fiorire di una corrente parallela del fantastico, quella statunitense che vede in Robert E. Howard e H.P. Lovecraft due dei suoi più importanti interpreti. Proprio quest’ultimo, nel suo saggio del 1926 “In difesa di Dagon” darà un’importante definizione della letteratura fantastica, come genere destinato a soddisfare le fantasie umane, distinguendolo da quella romantica e da quella realistica.

Tolkien

Una questione di mitopoiesi?

Tolkien fu per la generazione di scrittori fantasy del secondo dopoguerra ciò che Lord Dunsany fu per la prima. Ancora oggi Il Professore è un convitato di pietra per tutti gli autori. Le opere del Legendarium di Arda hanno costituito una pietra miliare per il fantastico e sono una lettura ancora fonte di studio e dibattito. Ma per comprendere a fondo quale sia l’apporto di Tolkien al genere è necessario andare oltre le sue opere di narrativa.

Da quanto possiamo ricostruire nei suoi saggi e nelle sue opere Tolkien fu tra i primi (se non il primo) a codificare il genere fantasy, anche se è improbabile che avesse in mente tale obiettivo. Possiamo vederne un esempio all’interno del suo saggio On Fairy-Stories, composto nel 1939 e pubblicato per la prima volta nel 1947 (contenuto nell’antologia di saggi Il Medioevo e il fantastico), dove Tolkien espresse un suo parere in merito al dibattito sull’origine delle fiabe. Il saggio nel tempo divenne un’apologia dell’immaginazione e del genere fantasy così come lo conosciamo. Ma è soprattutto lo scritto dove si raccolgono le principali osservazioni dell’opera di mitopoiesi di Tolkien.

Il termine, già descritto in un poemetto dei primi anni Trenta, non è un’invenzione del professore di Oxford. Era entrato nel linguaggio accademico nel secolo precedente e già in celebri autori come Wilhelm Wundt appare come concetto attestato. Ciò che vediamo in Tolkien è una prima spiegazione (e quindi codifica) della mitopoiesi in contesto fantastico. Da filologo e accademico qual era, Tolkien applicava un metodo rigoroso alla creazione delle sue storie. All’atto creativo si accompagnava anche una necessità di ricerca e classificazione delle fonti scelte come base della propria storia. Ma, sopra ogni altra cosa, il Professore sembra porre un importante limite allo scrittore fantasy.

Pur accettando l’idea che il fantasy permetta una libertà assoluta, Tolkien sostiene quanto sia importante che un’opera contenga sempre una coerenza di fondo. I sentieri del regno di Faeria, come il Professore definiva il fantastico, sono estremamente pericolosi e risulta difficile riuscire a trovare la strada al suo interno. Perdersi è facile, a meno che l’autore non sia stato capace di tracciare una rotta lineare. In altre parole il fantasy ha bisogno di regole e l’autore deve avere la coerenza di seguire le norme scelte.

Un gioco pericoloso

Se le lettere e i saggi di Tolkien ci consegnano il suo metodo di lavoro, manca ancora una definizione di cosa sia effettivamente il fantasy. La generazione successiva al Professore cercherà in effetti di dare una definizione univoca di fantasy, ma mancherà il tentativo di andare al di là delle definizioni personali.

Tra le migliori in questi decenni è comunque da segnalare quella di Ursula K. Le Guin, che nel suo saggio From Elfland to Pougkeepsie del 1973 racconta la sua visione del fantasy. La scrittrice definisce il genere, senza mezzi termini, come un gioco ad alto rischio, dove è facile sbagliare. Ciò su cui si concentra Le Guin è un’evoluzione delle parole di Tolkien, definendo il fantasy come un diverso metodo di approccio alla realtà e un modo per raccontare la natura, inclusa quella umana. Il saggio vale sicuramente la pena di essere letto, ma si concentra soprattutto sullo stile che deve avere un’opera fantastica e sull’approccio che Le Guin sceglie per il genere.

L’autrice non negò mai l’apprezzamento per l’opera del Professore. Ad accomunarli c’era l’esperienza accademica, che li portava alla stessa conclusione: l’immaginazione è una qualità tanto più sviluppata quanto più ampio è il senso della realtà dell’autore. Per la creatrice di Earthsea il fantasy non era che un altro modo di raccontare la realtà, la quotidianità e l’essere umano. Forse, anche per questo, la maggior parte delle sue opere presenta poche creature mutuate dal folklore e dal mito rispetto ad altre produzioni a lei contemporanee.

elric melniboné

Le regole di Moorcock

Se si vuole parlare di regole nel fantasy si deve aspettare ancora qualche anno, con il saggio Wizardry & Wild Romance di Michael Moorcock. Del creatore di Elric di Melniboné abbiamo già avuto modo di parlare. Abbiamo accennato del suo apporto e della sua visione del fantastico. Dell’influenza avuta su di lui dal suo periodo storico, della sua dicotomia tra legge e caos. Ma abbiamo solo accennato al fatto che sia stato uno dei primi a proporre tre regole fondanti del genere.

Per prima cosa il fantasy nasce come un’estensione della mitologia e del folklore. Insomma, il primo passo è la mitopoiesi, quella rielaborazione di miti e leggende per la creazione di tematiche originali affrontata e “codificata” da Tolkien. Una regola che scardina un preconcetto di molti lettori: mito e folklore non sono fantasy, ma solo una base da elaborare. Possiamo vederla come la differenza tra gli ingredienti di un piatto e il suo risultato finale.

In secondo luogo… il luogo. L’azione si svolge in un mondo separato dal nostro (come la Terra di Mezzo), o in un lato “fantasy” nascosto del nostro mondo (per esempio il Mondo Magico di Harry Potter), con regole come politica, geografia e storia ben definite, anche se non sono descritte interamente nel corso del romanzo. Stiamo parlando, insomma, di quello che potremmo definire world building”. L’ambientazione è fondamentale nella creazione di un romanzo, ma il concetto nel fantasy si traduce nella regola “prima l’ambientazione, poi la trama”. Moorcock riprende alcuni concetti già espressi da Tolkien, ma li amplia e li rende fondamentali. In sostanza rende legge ciò che a molti appare un paradosso: il fantasy fornisce libertà assoluta di creazione ed espressione, ma una volta stabilite le regole del gioco, l’autore deve essere il primo a rispettarle.

Infine, l’elemento sovrannaturale. Non importa la diffusione della magia: nel fantasy essa è accettata e considerata come qualcosa di comune. Non vi è una difficoltà di fondo a comprendere ciò che non è umano, al contrario dell’horror. I personaggi del fantasy accettano il soprannaturale.

Le leggi di Sanderson

Le linee guida proposte da Moorcock sono senza dubbio un punto di svolta per la comprensione dei limiti e delle regole del genere fantasy. Tuttavia va tenuto presente quando furono concepite. Nel 1987 ancora non si erano affacciati sul mercato diversi sottogeneri, che potrebbero porre in confusione il lettore. Soprattutto non si considera che esse contengono quella che, agli occhi di molti scrittori principianti, può apparire una contraddizione: la coesistenza di un mondo strutturato con il folklore e il sovrannaturale.

Davvero devono esistere i limiti della nostra grigia realtà nell’evasione? Elementi come le leggi umane e quelle della fisica (particolarmente odiose, queste ultime…) come possono trovare spazio nell’immaginazione? In sostanza, tutto si può ridurre a una nuova regola: perché possa svilupparsi il “sense of wonder” dei lettori non deve spezzarsi la sospensione dell’incredulità. E, a corollario di questa osservazione, perché ciò sia reso possibile il lettore deve credere in quel mondo.

Lo convivenza tra realtà e sovrannaturale mette in crisi la fragile incredulità del lettore medio. Perché questa resista è necessario porre un limite all’elemento magico, cosa teorizzata da Brandon Sanderson, autore del ciclo di Mistborn. In una serie di articoli comparsi nel 2007 sul suo blog personale, Sanderson indicò quelle che lui definì come le proprie regole per la scrittura di un fantasy. Il carattere delle sue osservazioni era personale, ma divenne ben presto universale per un’intera generazione di scrittori di fantastico. Le tre leggi di Sanderson si basano sull’uso della magia che l’autore sa esprimere nella sua storia. Minore sarà l’impatto della stessa sullo svolgersi della trama, maggiore sarà l’abilità dell’autore.

Ciò che Sanderson osserva è la necessità di saper controllare la magia all’interno delle proprie opere, dosandola con criterio. Lo scopo iniziale è quello di eliminare l’espediente narrativo del deus-ex-machina. A questo segue anche la necessità di dare spessore a un personaggio, al di là delle sue capacità magiche (limiti > poteri), ma soprattutto è necessario anche dare risalto all’ambientazione prima ancora che all’elemento sovrannaturale.

regole fantasy

Realtà è immaginazione

L’ultima delle tre leggi di Sanderson si prodiga nel ribadire come l’ambientazione nel fantasy sia sempre e comunque un fondamento del genere. Al suo interno trovano conferma le parole di Moorcock, di Le Guin, di Tolkien e molti altri autori.

Il fantastico si basa sul senso della meraviglia, sulla necessità di trasmettere ai lettori qualcosa che sia davvero una forma di evasione. Ma questo sense of wonder si può trasmettere solo dando al lettore una forte sospensione dell’incredulità: trovare il modo di rendere reale ai suoi occhi quanto sta leggendo.

Ecco perché, al fine di rendere credibile l’ambientazione, lo scrittore fantasy deve essere in grado di imporsi delle limitazioni, delle regole. Deve, insomma, saper contenere la sua immaginazione per dare un tocco di realismo al mondo da lui creato, in modo che l’immersione nella nuova realtà sia totale per il lettore. Per molti può sembrare superfluo questo tipo di lavoro, ma è proprio conoscere le vicissitudini tra le case Nobili che rende Westeros così affascinante. Lo scoprire il Mondo Magico, poco alla volta, attraverso gli occhi del giovane protagonista, spinge il lettore a voler continuare la lettura di Harry Potter.

Alla fine non è importante quali regole si sia imposto l’autore. L’importante è che esse siano coerenti e indirizzino la trama, permettendo al lettore di vivere davvero quel mondo, percependolo come una realtà tangibile, parallela alla nostra.

Genovese, classe 1988. Laureato in Scienze Storiche, Archivistiche e Librarie, Federico dedica la maggior parte del suo tempo a leggere cose che vanno dal fantastico estremo all'intellettuale frustrato. Autore di quattro romanzi scritti mentre cercava di diventare docente di storia, al momento è il primo nella lista di quelli da mettere al muro quando arriverà la rivoluzione letteraria e il fantasy verrà (giustamente) bandito.