Blu Ray, zombie e piombo: considerazioni sparse dopo una maratona cinematografica dedicata alla serie di Resident Evil.

Mentre si conclude al cinema con il recente The Final Chapter la fortunata saga cinematografica dedicata a Resident Evil, che abbiamo recensito proprio sulle nostre pagine, abbiamo avuto l’occasione di rispolverare tutti i precedenti capitoli, grazie all’edizione Steelbook di ogni singolo film arrivata in redazione.

Insomma visto e considerato quindi che la serie creata da Paul W.S. Anderson pare essere finita, e dopo una nuova visione di tutte le pellicole che la compongono, perché non tirare un po’ le somme, analizzare il risultato finale nel suo complesso, e allo stesso tempo quindi, farvi venire la voglia -o la “NON voglia”- di recuperare queste belle edizioni home video?!

Prima di partire con la disamina di ogni singolo film, archiviamo le questioni tecniche con ciò che concerne gli aspetti che accomunano tutti e 5 i film in Blu Ray (ovviamente uscirà anche quello relativo al sesto capitolo, esattamente il 14 giorno 2017). Partiamo dall’estetica. Sicuramente quelle in Steelbook, sono le versioni più eleganti di tutte le edizioni blu ray: ogni cover mostra la bella Milla Jovovick in una posa accattivante presa ovviamente dalla pellicola in questione, con sullo sfondo il logo della Umbrella sempre di un colore diverso, mentre nel retro abbiamo una grafica che richiama una scena del dei film. Il tutto in un case grigio metallizzato niente male.

La qualità audio e video è sempre di livello piuttosto alto, l’immagine è nitida, i colori sono sempre brillanti e solo nei primi film tale pulizia mette in luce gli effetti visivi con cui sono state ricreate le varie mostruosità, non proprio al passo con i tempi. Il sonoro è molto buono e non presenta quel problema comune a molti blu ray per il quale c’è un livello audio estremamente diverso tra musica/effetti sonori e dialoghi, spesso troppo bassi rispetto al resto. Nello specifico, queste edizioni steelbook non supportano il 3D, quindi i capitoli Afterlife e Retribution che uscirono all’epoca proprio sfruttando questa tecnologia, sono visionabili solo nella loro versione 2D. Per quel che riguarda i contenuti, ho personalmente visionato tutto ciò che ogni disco aveva da offrire come extra e senza scendere nel dettaglio di ognuno, ho ravvisato una qualità equiparabile per ogni capitolo. Nessuno infatti presenta una quantità smodata di extra ma tutti hanno comunque un discreto numero di filmati che approfondiscono la genesi delle pellicole. Abbiamo sempre il classico “dietro le quinte” generale con i commenti della troupe, dai produttori al regista passando per i membri del cast e tutti i vari mestieranti che svelano lo sviluppo dei film e i dettagli dietro la loro lavorazione. Sono presenti inoltre extra relativi alla costruzione di specifici comparti, scene tagliate ed extended, commenti del cast durante il film e insomma, tutta quella mole di contenuti che siamo soliti aspettarci da questo tipo di edizione home video.

Se a livello tecnico/collezionistico possiamo assolutamente dire che questi blu ray hanno il loro perché, è proprio partendo da un’intervista contenuta nel primo film presente su disco al regista Paul W.S. Anderson, che vorrei andare più nel merito “artistico” della serie cinematografica.

La lunga battaglia contro la Umbrella

I film di Resident Evil infatti vivono di paradossi, contraddizioni e di netti meriti e demeriti che, nel corso degli anni, hanno diviso in maniera marcata l’opinione degli spettatori tra estimatori e detrattori. Sentendo le parole di Anderson infatti è chiaro che sin dal primo capitolo del 2002, ci fosse dietro una chiara passione per il materiale originale (la saga videoludica) e non una mera esigenza commerciale nello sfruttamento di un brand famoso. In questo tutto sommato Anderson ha sempre avuto le idee chiare e degli intenti encomiabili, peccando semmai poi con una realizzazione non proprio al top degli stessi. L’idea infatti di prendere spunto da quell’universo per raccontare una storia diversa, sacrificando l’aspetto “pauroso” che caratterizzava il videogioco per concentrarsi su quello più action (anch’esso molto presente nei videogames più di quanto il fan medio sia disposto ad accettare), non era di per sé sbagliata. Il primo film di Resident Evil infatti tutto considerato funziona abbastanza ed è equilibrato, crea un protagonista nuovo piuttosto carismatico (Alice) e riesce addirittura a inserirsi nella continuity della narrazione videoludica in maniera abbastanza coerente, se visto come prequel rispetto a quanto accade nel primo capitolo di Capcom. Resident Evil ne esce quindi come un film dal budget visibilmente modesto (meno di 40 milioni che non era pochissimi ma nemmeno molti), un prodotto di “serie B” dignitoso, forse eccessivamente slegato all’immaginario della saga videoludica (nonostante i molti rimandi più o meno espliciti) ma alla fine più che godibile.

Rimane forse il capitolo invecchiato peggio dal mero punto di vista estetico, ma sicuramente il più riuscito, nella sua semplicità, in quello narrativo e di regia. Visto il successo di pubblico (condiviso da tutti i capitoli della saga) del primo film, e anche considerato che la storia finiva lasciando chiaramente aperto un seguito, nel 2004 esce Resident Evil Apocalypse, questa volta diretto da Alexander Witt al suo debutto come regista, dopo comunque una lunga carriera in cui si è occupato della fotografia e della regia della seconda unità di parecchie pellicole hollywoodiane. Apocalypse è sicuramente il film di Resident Evil più aderente in assoluto al videogioco, pescando a piene mani riferimenti e situazioni di Resident Evil 2 e Resident Evil 3: Nemesis. Troviamo infatti un contesto urbano e una Raccon City totalmente devastata dalla piaga del T Virus (zombie e bio-armi in ogni dove insomma). Non solo, fanno per la prima volta la loro comparsa dei personaggi dei videogiochi, come Jill Valentine, e la terribile bio arma sviluppata dalla Umbrella, Nemesis. Chiaro come questo significasse buttare all’aria ogni singola possibilità di correre su un binario parallelo rispetto alla storia dei videogiochi senza intaccarla minimamente. La presenza infatti di questi storici personaggi significava riscrivere tutto, reinterpretare gli eventi e di fatto, prendere una strada del tutto diversa. E la strada battuta era quella  della cafonata senza mezze misure, dell’action che da questo momento in poi, si prenderà sempre ben poco sul serio.

Questo è chiaro quando vediamo una Jill Valentine convintissima fronteggiare in minigonna una vera e propria apocalisse di zombie, o quando la bella Alice entra in chiesa in sella ad una moto sfondando la vetrata con i mitra spianati, o durante la “cafonissima” battaglia finale a suon di cazzotti contro il Nemesis. I film di Resident Evil vogliono essere un videogioco declinato nel linguaggio cinematografico, né più né meno. Questo però uccide decisamente qualsiasi coinvolgimento “alto”, qualsiasi tipo di drammaticità, soprattutto considerando quanto ogni personaggio secondario della serie, da quelli originali a quelli ripresi dai videogames, abbiamo lo spessore della carta velina, con una caratterizzazione pressoché inesistente, spesso mal recitati e di fatto, solo di contorno. Il terzo film da questo punto di vista fa un po’ meglio. Extintion prende una strada un po’ a sé, un contesto post apocalittico desertico che fa molto “Mad Max”, una messa in scena più personale e introduce l’unico personaggio celebre un pelo caratterizzato, Claire. Non è un caso che da questo film diventi poi la spalla definitiva di Alice, nonostante, pur presentando più personalità rispetto agli altri, sia comunque anni luce lontana da come la ricordiamo nei capitoli videoludici in cui appare. In ogni caso, Extintion è un buon capitolo, che tra le  altre cose vede una battaglia finale  decisamente più riuscita di quella contro il Nemesis, con Alice che fronteggia un Tyrant in tutto e per tutto simile a quello del capostipite della serie su PSX.

Con il quarto film torna alla regia Anderson (il terzo era diretto da un altro mestierante di medio talento come  Russell Mulcahy)  che se mai fosse possibile, dà una virata ancora più esagerata e setta la cifra di quella che sarà la seconda trilogia della saga. Afterlife, Retribution e The Final Chapter infatti sono molto legati tra loro a livello stilistico e narrativo, con i primi due che seppur alzano di una tacchetta la spettacolarità della messa in scena per quel che riguarda le scene action, ribadiscono definitivamente quanto questa sia una serie che vuole riprendere effettivamente il mood da intrattenimento totalmente disimpegnato, tipico di certi videogiochi, ma anche quanto allo stesso tempo, voglia tenersi paradossalmente alla larga dal brand originale.

Nonostante molte scene strizzino l’occhio al fan della serie (il combattimento con Wesker di Afterlife su tutti è quasi interamente ripreso da Resident Evil 5 inquadratura per inquadratura), viene riservato ai vari Chris Redfield, Leon, Barry Burton e compagni, il ruolo di becere comparse, pure sagome di cartone tutte uguali, senza personalità né carisma, inserite nelle pellicole solo per ricordarci che effettivamente siamo nell’universo di Resident Evil. Che conclusioni trarre quindi? Resident Evil rimane a livello cinematografico una saga che meglio di altre riesce ad avere un’identità propria pur ispirandosi ad un brand videoludico, forse però si allontana troppo dalla sua fonte di ispirazione finendo per funzionare proprio dove non cerca forzatamente di inserire elementi familiari ai videogiocatori, visto che quando lo fa, finisce irrimediabilmente per svilire il materiale originale. Tutto ciò ci lascia infine con 6 action movie dignitosi ma non imprescindibili che sostanzialmente, può aver senso vedere (e collezionare in queste edizioni in blu ray) solo se prendete la serie per quella che è: un “what if tamarro” ambientato nell’universo di Resident Evil, discretamente realizzato, ma niente di più.

 

No more articles