Nella migliore tradizione della narrativa speculativa, la distopia si riflette nell’attualità nel nuovo romanzo dell’autore genovese.

Immaginate una società guidata dal motto niente sogni / niente ambizioni / niente pensieri. Immaginate un paese, molto simile al nostro, in cui il potere politico sia accentrato nelle mani di una classe votata al dio capitalismo, che al grido di L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro sfrutti i lavoratori come bestie da soma per macinare merce su merce. Immaginate che improvvisamente vi venga fornito dallo stato un quantitativo di denaro da dover spendere coattamente entro la fine del mese.

Non vi serve un grande sforzo di immaginazione, vero?

Eppure non stiamo parlando di attualità, ma del futuro prossimo immaginato da Alessandro Vietti nel suo ultimo romanzo, Il potere, pubblicato dalla modenese Zona 42.

Siamo in un’Italia contemporanea ma ucronica, in cui piccoli battiti di farfalla hanno spostato la catena degli eventi verso un Governo della Società che ha risolto il tanto caro problema della disoccupazione, creando così quella che potrebbe sembrare a tutti gli effetti un’utopia: lavoro per tutti, stipendi per tutti, un’economia che gira alla meraviglia e un ultimo giorno del mese in cui la frenesia degli acquisti si trasforma in un’orgiastica esperienza dionisiaca negli Ultracommerciali.

Protagonista del romanzo è Alessandro – un supereroe socialmente pericoloso – che si fa carico di raccontarci la sua storia dalla cella di una prigione; sembra infatti che almeno una quarantina di persone siano morte a causa della sua facoltà, dopo una dimostrazione televisiva su scala nazionale del suo potere.

Poiché, come sostiene il narratore stesso, la scrittura è il supremo gioco di prestigio della reticenza e della digressione, non vi sveleremo in questo pezzo la natura del potere del protagonista, caratteristica taciuta in tutte le presentazioni dentro e fuori la rete per decisione dello scrittore, ma ci concentreremo sui livelli di lettura di questo romanzo, che come tutti i bei romanzi contiene ben più di una sola storia.

Il potere tra metanarrazione e bildungsroman

Il protagonista, nella sua cella, viene visitato da un sedicente agente letterario, interessato a mettere il prima possibile le mani sul romanzo autobiografico del fenomeno del momento: in compagnia di tre spessi quaderni e altrettante penne, Alessandro inizia a raccontare la sua storia con una supponenza che nasconde la paura di non essere accettato, di restare per sempre il mostro da sbattere in prima pagina. Come per il Victor Mancini protagonista del Soffocare di Chuck Palahniuk, questo espediente narrativo di far scrivere la storia a chi scrittore non è permette al lettore di perdonare una certa pedanteria memoiristica, giustificata dal fatto che – come è tradizione per ogni supereroe che si rispetti – saranno proprio gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, con i loro traumi, le loro scoperte e le loro rivoluzioni, a rendere il protagonista ciò che è. Ecco allora che ripercorriamo insieme al narratore le prime avvisaglie di qualcosa di strano che si muove dentro di lui, le dinamiche familiari che sempre stanno alla radice di ogni eroe che si rispetti, la formazione in collegio, l’incontro che cambia la vita, il dramma che capovolge il mondo del protagonista, l’amore con una donna che, come la Julia di 1984, sarà duplice simbolo di Eros e Tanathos.

Vietti usa una struttura antica e di manzoniana memoria, quella del manoscritto ritrovato, che non è nuova alla narrativa di genere – basta pensare alle Memorie trovate in una vasca da bagno di Stanislaw Lem, o al Racconto dell’ancella di Margaret Atwood, o al più recente Ragazze Elettriche di Naomi Alderman – e che rende l’inganno della narrazione perfettamente coerente con se stesso, in un gioco di specchi e censure capace di sorprendere fino all’ultima pagina. Ma questo è solo il primo livello di lettura.

Il potere come viaggio dell’eroe

Come in tutte le storie di supereroi che si rispettino, anche in questo romanzo assistiamo all’ascesa e al declino del nostro: dal momento epifanico in cui viene scoperta la causa scatenante del potere, ai primi esperimenti per controllarlo, la storia di Alessandro sfrutta tutti gli elementi della tradizione fumettistica, come se Vietti fosse riuscito a condensare quasi un secolo di comic books nella storia di un solo, archetipico, eroe, che come ogni eroe che si rispetti si trova alle prese con villain più o meno temibili, affiancato da spalle più o meno affidabili, in situazioni che arrivano a sfiorare il grottesco, senza mai travalicare nel ridicolo. Con una struttura in tre atti cinematografica e serrata, la parabola di Alessandro è anche mezzo di riflessione sugli obblighi che affliggono i detentori del potere, sia esso super o meno.

Il potere come critica sociale

Proprio il concetto del potere, quello nelle mani sbagliate, quello che i cittadini pensano di aver ottenuto e che fa veder loro l’utopia nella distopia che li circonda, fa da motivo conduttore del romanzo, che deve molta della sua forza nell’essere stato il romanzo giusto al momento giusto in grado di anticipare e tradurre il presente, aiutando il lettore a digerire l’attualità grazie alla fiction. Si dice sempre, infatti, che la buona narrativa speculativa non sia quella in grado di predire il futuro, ma di interpretare il presente, motivo per cui Il Potere resta uno dei pochi romanzi italiani contemporanei in grado di cogliere un particolare clima sociale, sensibilità potrebbe aiutarlo a passare, sulla lunga distanza, da romanzo in grado di percepire lo spirito del proprio tempo, a classico la cui rilettura restituirà anche a distanza di tempo un periodo della nostra storia collettiva cristallizzato nel tempo senza confini della letteratura.

 

 

 

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