C’è la “stronzaggine” nel sangue

Va veloce come il vento questo Snatch, il nuovo serial televisivo ispirato al film di Guy Ritchie, ma ideato da Alex De Rakoff e trasmesso dal 16 marzo 2017 su Clarckle, piattaforma streaming di Sony Pictures Entertainment.
I panni che la produzione sceglie di indossare sono pesanti come un’armatura, ma la sfrontatezza e la determinazione con cui è stato messo in piedi lo show sembrano dimostrare che abbiano spalle larghe e coraggio da vendere. Buon sangue non mente, potremmo dire, anche se il grado di parentela qui è piuttosto lontano.
E allora, via, di corsa, sui carboni ardenti che portano il nome di Guy Ritchie.

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La storia è quella di tre ragazzi di Londra che cercano la “svolta”, annaspando e sopravvivendo intanto tra una furbata e l’altra e con mezzucci al limite della legalità. Il capobranco è Albert Hill (Luke Pasqualino), figlio del noto rapinatore Vic (Dougray Scott) che però è in carcere da 15 anni; poi ci sono Billy (Lucien Laviscount) e Charlie Cavendish Scott (Rupert Grint).
Billy è un pugile anche piuttosto bravo, e cerca di emergere sotto la gestione manageriale dell’amico Albert, mentre Charlie fa parte di una famiglia di nobili decaduti, e pur non condividendo le origini popolari con gli altri due, ha la stessa voglia di riscatto.

Ritmo ed adrenalina ci fanno immergere subito nel frenetico mondo dei bassifondi inglesi disegnati da De Rakoff. In tal senso è piuttosto evidente lo spunto ritchiano, ma la serie non cerca di ricalcarlo, semmai prova tratteggiare delle linee autonome, buttando l’occhio il più spesso possibile al lavoro del regista di Hatfield. Quanto meno in una prima fase; e questo è anche piuttosto normale.
Al pari del cult per il grande schermo, qui apprezziamo il modo attento ma mai prolisso con cui ci viene presentata la storia, e quindi la velocità con cui entriamo nelle vite dei protagonisti, nel loro furioso stile di vita e nella esagitata routine.
Il compromesso tra la linearità e una rapida immersione nella storia è ben supportato da una regia – per ora – minuziosa e da un montaggio convincente e serrato.

Lo sviluppo dei personaggi appare realizzato abilmente e secondo i giusti crismi.
Billy ha tutta la cattiveria di cui ha bisogno, mentre Rupert Grint è perfetto per il ruolo di Charlie, e ci sembra un Ron che una volta uscito da Hogwarts ha deciso di lasciare gli studi e vivere di espedienti. Quello sui cui abbiamo qualche dubbio a livello di “tenuta” è – paradossalmente – Albert, dal quale ci aspettiamo un inevitabile cambio di rotta e una dimostrazione di carisma, sui cui esiti non ci sentiamo di mettere la mano sul fuoco.
Il personaggio che invece ci ha intrigato ed incuriosito più di tutti è quello di Lotti, la bellissima Phoebe Dynevor, su cui pesano ingenti responsabilità per il futuro della serie.
Non aspettatevi, comunque, personaggi estremamente macchiettistici come il Mickey di Brad Pitt, o una particolare introspezione degna di Guy Ritchie: non è quello a cui il serial punta e non l’avremmo nemmeno voluto.
Per il resto i paragoni con Lo Strappo sarebbero ingiusti e nemmeno così giustificati. Accettiamo la manifesta dichiarazione di intenti dell’opera di De Rakoff, che con un titolo così pesante rende nota la volontà di ispirarsi al film, ma soprattutto di richiamare all’attenzione la folla.
Tuttavia viviamo nel periodo storico dei remake, reboot e chi più ne ha più ne metta, per cui esporre alla berlina un artista con paragoni inevitabilmente distruttivi, solo perché ha avuto il coraggio di osare, ci pare di una cattiveria inaudita.

In secondo luogo non si possono mai mettere sullo stesso piano un film e una serie TV. A livello tecnico la serie prevede un gran numero di accortezze anche laddove il film può permettersi licenze e sperimentazioni varie, grazie ad una durata complessiva enormemente inferiore e ai tempi scenici prolungati e non spezzettati. Tutto il resto lo sapete già; non dobbiamo certo spiegarvelo.
Infine non si può nemmeno sindacare troppo sulla psicologia del personaggio, poiché anche qui lo show (inteso in senso generale) ha a che fare con dei tempi dilatati e spesso un’introspezione se non minore comunque diversa.

Sono altre le cose sui cui un’analisi critica deve convogliare, e permangono perciò dei dubbi sulla resistenza e sul fatto che possa mantenere dei ritmi così elevati non potendo contare – presumibilmente – su un’avvincente esplorazione della sfera intima e psicologica dei protagonisti.
Per il momento aspettiamo, ed osserviamo compiaciuti questa corsa frenetica ma divertente.

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