“Martelli da guerra” futuristici

Prima di partire, una doverosa premessa. Il titolo di cui tratteremo è ambientato nell’universo di Warhammer, che è come l’universo reale: vasto, contorto ed in continua espansione. Senza dilungarci troppo, cercherò di dare un contesto al nostro Space Hulk: Deathwing. Nato come wargame con miniature ad ambientazione fantasy nel 1983, il successo di Warhammer non ha mai accennato a fermarsi, anzi. Nel corso dei decenni hanno fatto capolino nuove tipologie d’ambientazione, tra cui la rinomata serie di Warhammer 40.000, di stampo spiccatamente fantascientifico ed ambientato in futuro distante decine di millenni dal nostro. Ed è proprio qui che a sua volta s’incastra perfettamente il gioco da tavolo Space Hulk.

Gli Space Hulk del titolo non sono altro che antichi agglomerati di detriti, asteroidi, parti di astronave e rifiuti spaziali che fluttuano senza controllo per la Via Lattea. Alcuni di questi possono raggiungere le dimensioni di un pianeta, arrivando a generare un campo gravitazionale proprio e persino un’atmosfera in grado sostenere un ecosistema, spesso sostenuto da specie viventi che ne abitano gli anfratti. Inoltre questi titanici ammassi di materia hanno la particolarità di muoversi casualmente all’interno della dimensione Warp, che nell’ambientazione di Warhammer 40.000 non è altro che una dimensione parallela formata da pura energia psichica, origine delle arti magiche presenti nel mondo di gioco, ed abitata da creature spaventose. Poiché gli Space Hulk sono in gran parte formati di detriti provenienti da tecnologie passate, la raccolta di materiale diventa una necessità per la bellicosa stirpe dell’Imperium: ciò che resta dell’umanità infatti si è suddivisa in vari eserciti che venerano un particolare essere chiamato per l’appunto Imperatore, trasformando i fragili corpi umani in macchine inarrestabili tramite dolorosissimi impianti ed esoscheletri da battaglia mastodontici: nascono gli space marine.

Un FPS spartano

Space Hulk: Deathwing Enhanced Edition si presenta dunque come una versione riveduta e corretta dello sfortunato Space Hulk: Deathwing, sviluppato dalla piccola house francese di Streum on Studio ed uscito su piattaforma Steam nel 2016. Il gioco all’epoca risultò un discreto fallimento, presentando diverse problematiche dal lato dell’ottimizzazione e del comparto multiplayer, deludendo inevitabilmente tutti i fan che avevano già pane per i loro denti con l’ottimo FPS Warhammer: End Times – Vermintide, uscito nel 2015 ed ambientato però in un altro “periodo storico” della serie Warhammer. Ben due anni dopo i francesi ci riprovano, portando il mondo degli space marine anche su PS4, versione di cui tratteremo in questa recensione.

Il gioco presenta una modalità Campagna (affrontabile anche e soprattutto in cooperativa, vera anima del titolo) e una nuova aggiunta della Enhanced Edition, delle missioni speciali sbloccabili man mano che si affronta la campagna e che permettono al giocatore di affrontare le stesse missioni ma con regole differenti, come ad esempio la mancanza di abilità speciali o l’impossibilità di utilizzare lo Psygate. Lo Psygate è probabilmente la capacità più utile per uno Space Marine: genera un portale che conduce il giocatore in una zona sicura, dove sarà possibile rifocillare la nostra barra d’energia e cambiare equipaggiamento, il tutto nel bel mezzo di uno scontro. Il nostro space marine qui ha dunque la possibilità di selezionare l’equipaggiamento d’offesa tra una manciata di devastanti bocche sputafuoco, dotate di munizioni infinite, e persino letali armi bianche, come spadoni e martelli. Oltre a ciò, è possibile personalizzare l’armatura del nostro space marine, sia cambiandone le parti e i colori per mero gusto estetico, sia per modificarne la classe. Come tipico, ogni classe è dotata dei propri particolari poteri, che fanno da semplici attacchi ad area, colpi speciali e capacità di supporto, garantendo così una varietà nella squadra, soprattutto in cooperativa. Anche qui l’Enhanced Edition presenta qualche gradita aggiunta, come alcune armi inedite e l’aggiunta di una nuova classe: l’Interrogator Chaplain, dotato dell’utilissima capacità di riportare in vita i compagni di squadra caduti in battaglia. L’incipit della campagna è breve e coinciso (se si conosce l’ambientazione): siamo un Terminator Bibliotecario della Deathwing, nome altisonante per definire un particolare space marine dotato di poteri psionici e armatura altamente potenziata, facente parte ad una delle compagnie più importanti dell’Imperium. Il nostro compito sarà quello d’infiltrarci all’interno di uno space hulk nel quale una feroce specie aliena, i Genestealer, sta disturbando la ricerca di reliquie antiche da parte dell’Imperium. Terminato il briefing iniziale il giocatore viene letteralmente catapultato all’interno dei contorti corridoi dell’agglomerato spaziale, coadiuvato da due compagni di squadra controllati dalla CPU.

Le cose che balzano subito all’occhio sono due: la prima riguarda la resa dell’atmosfera dell’ambientazione, una mistura di gotico horror e cyberpunk cupissimo, dove armature ipertecnologiche incontrano quelle medievali, dove armi al plasma incontrano lame e vessilli come nelle crociate, dove le astronavi e le ambientazioni hanno quel gusto retrò nel design che ricorda da vicino lo stile di Alien di Ridley Scott. La carne umana lascia spazio a terribili mutazioni e innominabili impianti d’acciaio che rendono i personaggi lenti ma inarrestabili. Gli space marine sono volutamente legnosi nei movimenti a causa della gigantesca armatura che li ricopre, ed il feeling è proprio quello di  muovere una creatura d’acciaio di tre metri che imbraccia un cannone che spara centinaia di proiettili al minuto. L’impatto grafico è buono e, seppur il luogo in cui è ambientato il tutto non conceda una grande varietà negli ambienti, ci si può imbattere in qualche problemino alle texture che non risultano sempre all’altezza (specialmente se paragonate alla versione PC del titolo). Se da un lato vi è tutto ciò, dall’altro vi è un’altra cosa che balza subito all’occhio in Space Hulk, ed è come il problema nel framerate risulti fin troppo presente: il gioco si muove sui traballanti 30 frame al secondo, arrivando anche sotto i 20 nelle fasi più concitate/popolate, rendendo l’esperienza frustrante all’occhio. Considerato come sia soddisfacente vestire i panni (o l’armatura potenziata) di uno space marine di classe Terminator, vero e proprio carrarmato su due gambe, è un peccato che il problema al framerate riesca a rallentare il gioco rendendolo sostanzialmente insopportabile in determinati frangenti sulle PS4 standard.

La dura routine dello space marine

Il gameplay è abbastanza semplice nello svolgimento: il gioco si sviluppa in una serie di movimenti dal punto A al punto B del complesso di cunicoli, corridoi e porte scorrevoli, spesso infestate da mostri ed altri esseri alieni, non disdegnando inoltre parti di backtracking. Si tratta di affrontare vere e proprie ondate di attaccanti, spesso mantenendo una determinata posizione per un certo periodo di tempo, dettato da un timer. In sostanza ci si muove fino al luogo dove avverrà l’assedio, si resiste dando fondo a tutte le munizioni e capacità speciali e ci si muove nella zona successiva. Il sistema di HUD, pur essendo di semplice comprensione, è forse un po’ troppo presente su schermo, a volte occludendo una visuale di gioco già compromessa dal framerate. Particolarmente azzeccato però è il sistema di radar, ripreso (guarda caso) proprio da Alien. Un modesto sonar circolare che mostra tutti i movimenti nella prossimità del giocatore, in grado di essere tanto utile in combattimento per capire da dove arriveranno le mostruosità pronte a saltarci alla giugulare, quanto in grado di generare quella sensazione di tensione e claustrofobia mentre si attraversano gli stretti e rugginosi corridoi dello Space Hulk. Seppur si tratta di un FPS con meccaniche basilari che ricordano quelle di un Left 4 Dead, il gioco fortunatamente offre una certa dose di personalizzazione tattica nell’affrontare le creature.

Innanzitutto per la presenza di una serie di poteri che vengono sbloccati spendendo punti abilità guadagnati procedendo nella campagna: si va dalla capacità di dirigere sempre con più precisione la squadra a poteri magici offensivi e difensivi. Inoltre, tra le varie capacità della tuta vi è anche quella che permette di hackerare le porte blindate della struttura, dando modo di aprirle o sigillarle a seconda della necessità, in modo da creare diversivi o bloccare i flussi di mostri sciamanti, cosa che ai livelli avanzati si rivelerà utilissima alla sopravvivenza della squadra. Decisamente meno utile (ma pur sempre presente come opzione)  vi è poi la capacità di hackerare le torrette automatiche sparse per le mappe a distanza, utilizzandole per far fuoco o semplicemente come telecamere, per avere un punto di vista secondario sull’azione. I compagni di gioco che ci accompagnano sono purtroppo gestiti senza particolare arguzia dall’IA, limitandosi a dare supporto al giocatore con qualche cura o attaccando i nemici quasi sempre troppo tardi. La gestione dell’IA si fa terribilmente problematica però quando finisce con il bloccarsi davanti ad una porta, rendendone impossibile la chiusura. Rischiare di perdere un assedio per colpa di una intelligenza artificiale che fa le bizze è probabilmente uno degli eventi più frustranti per un videogiocatore, soprattutto se alla morte del giocatore corrisponde un’attesa infinita per rientrare in partita, dovuta a dei caricamenti inutilmente lunghi. Ma nonostante ciò, vi è la possibilità di direzionare i propri compagni di squadra con degli ordini, facendoli mantenere una posizione o chiedendo loro di utilizzare le capacità speciali in possesso, limitandone così l’artificiale idiozia.

Tutt’altra storia è il multiplayer, che permette di affrontare le missioni della campagna assieme ad altri due amici o giocatori selezionati dal matchmaking, permettendo di affrontare il gioco con persone in carne ed ossa più reattive dell’IA (o almeno si spera). Se nella versione originale il multiplayer era un po’ troppo fine a sé stesso, nell’Enhanced Edition gli sviluppatori hanno inserito un sistema di livelli: si guadagna esperienza giocando, guadagnando esperienza si sale di livello ed è proprio salendo di livello che il gioco offre la possibilità di sbloccare nuove possibilità di personalizzazione in multiplayer, dando perlomeno una prova concreta delle ore spese sul gioco tramite la progressione e l’estetica dell’equipaggiamento.

Verdetto

Space Hulk: Deathwing Enhanced Edition prometteva di limare tutti gli errori che avevano portato il titolo originale a crollare ignominiosamente e, ahimè, la versione PS4 riesce a farlo solo in parte. Il multiplayer ad esempio è reso più accattivante da un sistema di livellamento progressivo, così come le piacevoli aggiunte all’equipaggiamento e la nuova classe disponibile sono in grado di rinvigorirne il gameplay. Il feeling di giocare un devastante space marine c’è tutto, è un qualcosa che i fan dell’ambientazione possono provare davvero pad alla mano, seppur il gameplay non offra troppi sprizzi d’ingegno e freschezza già dopo poche ore, rischiando di annoiare a causa della ripetitività. Tutto bello, se non fosse che il gioco è funestato da problemi tecnici più o meno gravi: caricamenti inspiegabilmente lunghi, downgrade grafico rispetto la versione PC, con una qualità delle texture claudicante e soprattutto un framerate ballerino e una mancanza di fluidità d’immagine inaccettabile, soprattutto per un genere come il first person shooter. Consigliato per i fan di Warhammer 40.000 (soprattutto della sua estetica) che non hanno un PC dove poterlo giocare. Per tutti gli altri, niente di davvero imperdibile.

 

Space Hulk: Deathwing Enhanced Edition – Recensione
5.5Overall Score
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