Figli della memoria, pirati a St. Pauli

Probabilmente avrete sentito parlare di St. Pauli (Sankt Pauli), quartiere di Amburgo noto ai più per la sua squadra di calcio, i cui supporter sono più che semplici tifosi ma incarnano lo spirito della loro tradizione popolare, al punto che St. Pauli viene definito come “il quartiere dei pirati”.

La zona è quella del porto di Amburgo, amministrativamente afferente al distretto cittadino di Hamburg-Mitte, ad ovest del centro, e conta circa 23mila abitanti per 2.6 km² di estensione.

St. Pauli si sviluppò all’inizio del XVII secolo col nome di Hamburger Berg, che significa Monte di Amburgo, perché all’epoca nei pressi c’era una collina utilizzata dai militari come campo di artiglieria.
Per molti anni divenne una zona commerciale e soltanto alla fine del 1600 la popolazione iniziò a trasferirsi nel quartiere, che prese il nome di St. Pauli per la chiesa che vi fu appunto costruita.

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Ben presto però sacro e profano iniziarono a mescolarsi, e se pensiamo alla derivazione del nome diventa quasi ossimorico, poiché la zona era luogo di divertimento ma soprattutto prostituzione, dato che il porto di Amburgo era uno degli snodi più importanti a livello mondiale e quotidianamente si fermava una quantità incredibile di marinai per caricare e scaricare le merci. Vi basti pensare al nome Hamburger, ricetta esportata negli States dai marinai americani che l’avevano apprezzata particolarmente nei loro pasti frugali al porto di Amburgo.

Arte, musica e prostituzione

Proprio questo grande via vai, dicevamo, favorì la prostituzione ed ancora oggi nella Reeperbahn (un tempo la via dei cordai di St. Pauli) si trova il distretto a luci rosse della città. Ma non solo; St. Pauli negli anni e nei secoli è stato molto di più di un luogo esclusivo di pirati e puttane, diventando un nucleo della cultura punk nonché la culla di questo movimento in Germania, favorendo lo stanziamento o semplicemente il passaggio di cantanti ed artisti più o meno noti, fino ad arrivare addirittura ai Beatles, che qui hanno soggiornato e hanno suonato prima di diventare famosi. Non a caso, ad esempio, anche una band italiana, attiva politicamente, Talco, ha dedicato una canzone al quartiere di St. Pauli, e il sottotitolo dell’articolo è proprio un richiamo a questa traccia.

La musica è un elemento radicato nella storia e nella tradizione di questo luogo, e si spinge fino al calcio, poiché la già citata squadra locale, che tra l’altro milita nella Zweite Liga, la seconda divisione, ma che è stata diverse volte in Bundesliga, scende sul manto erboso accompagnata dalle note di “Hells Bells” degli AC/DC, mentre sugli spalti sventolano le bandiere piratesche del Jolly Roger, uno dei simboli di St. Pauli, che identifica la lotta del popolo, dei poveri contro i ricchi.

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St. Pauli e la politica

E se la musica è spesso collegata alla politica, a St. Pauli lo è molto più del normale. Qui si è antifascisti obbligatoriamente: è quasi una fede, che ha attecchito in modo incredibile da queste parti dagli anni ’80, ai tempi delle grandi lotte operaie di Amburgo. In quel periodo il governo tedesco decise di riappropriarsi delle case popolari degli operai del porto, per darle invece alla “borghesia”.

Nel suo libro St. Pauli siamo noi, Marco Petroni scrive, relativamente a quegli anni e quelle battaglie, che: “A St. Pauli, all’ombra del porto di Amburgo, simbolo secolare delle lotte del proletariato tedesco, autonomi, militanti politici, antifascisti, ecologisti, punk e tifosi di calcio attraverso una stagione di lotte, a tratti durissime, seppero dar vita a un nuovo modello sociale rivoluzionario”.

In quelle zone, da sempre dimora di coloro considerati ai margini dalla società che “conta”, non solo il proletariato ma anche e soprattutto coloro che venivano respinti e cacciati dalla città, come prostitute, contrabbandieri e rivoluzionari (quindi non soltanto, ad onor di cronaca, una questione discriminatoria) fuoriesce uno spirito di aggregazione ed accoglienza come pochi altri luoghi al mondo. Di contro, non si può certo affermare che St. Pauli sia solo tolleranza e ospitalità, poiché la storia di questi luoghi ci racconta anche altro.

Già dagli anni ’60 il fulcro del’economia di St. Pauli si basava su prostituzione, spaccio e traffico di armi e nonostante le lotte per i diritti del proletariato degli anni ’80, andando avanti si iniziarono a perdere un po’ di quel senso etico e di quei valori di giustizia esattamente come in tutti i luoghi in cui la povertà e la disperazione lasciano il posto alla criminalità, facendo di St. Pauli una delle zone più malfamate di tutta la Germania.

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La politica comunque non ha sempre fatto parte di St. Pauli, così come non ha sempre fatto parte dei tifosi della squadra locale. Eppure è ben noto che la politicizzazione delle curve, a partire dagli anni ’70-’80 sia un fenomeno piuttosto serio e sempre lo stesso Petroni ci suggerisce come in realtà nell’FC St. Pauli questo avvenga in modo non proprio radicale, al contrario di quanto invece si potrebbe immaginare.

La tifoseria storica della squadra era infatti apolitica e composta essenzialmente da lavoratori portuali, ma dalla stagione 1986/87 iniziano a vedersi sugli spalti gruppi di ragazzi dall’aspetto punk, coi capelli colorati, vestiti neri e giacche di pelle. Un look che comincia ad attirare altri giovani che si uniscono a loro, formando gruppi sempre più ampi e sulle gradinate slogan e striscioni che mescolano argomenti politici e seri con l’ironia e il calcio: “Mai più fascismo! Mai più guerra! Mai più Terza Divisione”. Il tutto sventolando fieri la famosa bandiera dei pirati col Jolly Roger, che divenne presto un simbolo del quartiere e dei gruppi ultras del St. Pauli.

Il Mostro di St. Pauli

Oltre a politica, musica, e tradizioni St. Pauli è finita agli onori delle cronache anche per delle vicende piuttosto gravi e raccapriccianti che riguardano Fritz Honka, uno dei serial killer più spietati d’Europa. Negli anni ’70 quest’uomo frequentava il bar Zum Goldenen Handschuh, a St. Pauli, nella zona a luci rosse e qui adescava delle prostitute per poi condurle nel proprio appartamento, ucciderle, farle a pezzi e poi nascondere i loro resti nella sua cucina. Adesso Il mostro di St. Pauli è diventato un film, tratto dal libro di Heinz Struk, e diretto da Fatih Akin. Lo vedremo nelle sale cinematografiche dal 29 agosto 2019, e la performance del protagonista Jonas Dassler ha scioccato la stampa durante l’ultimo Festival di Berlino.

Noi potremmo continuare per ore a parlare di St. Pauli e comunque la si pensi resta il fatto che abbiamo a che fare con uno dei quartieri più suggestivi e anticonvenzionali non solo della Germania ma di tutta l’Europa. Con la propria morale e il proprio modo di essere solidali ad un certo tipo di culture e situazioni, non sempre a Sankt Pauli si è tenuta una linea morbida, anzi spesso si è fatto ricorso alla violenza, ma tra fenomeni di squatter, anarchia, punk e pirateria urbana è qualcosa che merita di essere approfondito ed analizzato, prima di essere amato o disprezzato.

Non established since 1910: potete trovarlo sugli striscioni allo stadio o nei murales nel quartiere. È una frase che rispecchia il popolo di St. Pauli, ancor prima della sua tifoseria.

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