La vita di Stan Lee non è fatta solo di supereroi

Il 12 novembre ci ha lasciato Stanley Martin Lieber, da tutti conosciuto come Stan Lee, l’uomo che ha dato il via alla più grande rivoluzione del concetto stesso di supereroe. Tutti conosciamo il personaggio di Stan Lee come il co-creatore di moltissimi personaggi Marvel, da Spider-ManHulk, da Iron Man al gruppo degli Avengers e, primi tra tutti, la famiglia dei Fantastici Quattro. Stan Lee è divenuto col tempo una leggenda, un’icona pop conosciuta anche da chi di fumetti non ne legge grazie ai suoi numerosissimi camei all’interno di qualsiasi produzione riguardante gli eroi Marvel. The Man però non era soltanto uno stravagante fumettista. Nella sua lunga carriera, iniziata a soli 17 anni, Stan ha affrontato un mondo in costante divenire, cercando di sfruttare al meglio tutto ciò che la tecnologia aveva da offrire, muovendosi tra cinema, web e tv, tra fallimenti e successi, andando sempre dritto a testa alta e inseguendo i propri obbiettivi fino all’ultimo. È un peccato quindi ricordare Stan Lee soltanto come il “papà dei supereroi”, e noi siamo qui per togliere la maschera all’eroe per scoprire cosa c’è oltre il costume.

 

Un incontro casuale

Come abbiamo detto, Stan Lee è conosciuto da tutti come il co-creatore di svariati supereroi, ma sapevate che fare il fumettista non è mai stata una sua ispirazione? Stan Lee sviluppò fin da piccolo, grazie alla madre Celia, una forte passione per la letteratura, e nel tempo iniziò a cresce in lui il desiderio di diventare un grande romanziere. Dopo il diploma, nel 1939, suo zio Robbie Solomon conoscendo le intenzioni del giovane Lee, lo portò da Martin Goodman, un parente che gestiva una casa editrice, la Timely Comics. Stan ottenne subito un lavoro come tuttofare, lavorando al fianco di (futuri) grandi nomi come Jack Kirby e Joe Simon. Poco tempo dopo la sua assunzione, gli venne affidato il compito di scrivere un riempitivo all’interno del terzo numero di un fumetto emergente: Captain America Comics. Stan Lee si mise subito al lavoro e realizzò un racconto di una due pagine intitolato “Capitan America sventa la vendetta del traditore”. 

Fu su questo numero che utilizzò per la prima volta il nome di “Stan Lee”. La scelta dello pseudonimo deriva dal fatto che a quei tempi, chi si occupava di fumetti non era considerato un vero artista, e Stan Lee volevo riservare il suo vero nome soltanto per i romanzi che sognava un giorno di pubblicare. Da lì in poi la sua carriera prese una strada probabilmente da lui inaspettata, e per nostra fortuna si ritrovò totalmente coinvolto nel mondo dei fumetti. Lee non smise mai di inseguire il sogno del romanziere, e nel 2001, Stan riuscì a pubblicare il suo primo romanzo, The Alien Factor, una storia sci-fi ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale. Ovviamente non usò mai il suo vero nome sulla copertina, dato che Stan Lee era sicuramente più famoso di Stanley Martin Lieber. 

 

Dalla carta al grande schermo

Una delle più grandi aspirazioni che sono nate in Stan Lee post creazione dell’universo Marvel è stata quella di portare i suoi eroi al cinema o al teatro. Nonostante oggi siamo invasi dai cinecomics, Stan Lee non ha mai avuto successo su questo frangente, vedendosi rifiutate moltissime sceneggiature, tanto per il cinema quanto per il teatro. Furono altri, gli autori che riuscirono a portare i primi film sul grande schermo. In qualsiasi caso, per la Marvel il cinema non era poi una grossa novità: il suo primo film, con protagonista Capitan America, risale ai tempi della Timely Comics e venne pubblicato in una serie divisa15 parti nel 1944. Una sorta di lontano cugino di quello che sarebbe divenuto poi il Marvel Cinemaitc Universe. Nonostante il suo personale fallimento, Stan Lee venne (e viene) comunque accredito come produttore di quasi tutte le opere dedicate al suo universo narrativo. Sul piccolo schermo, Lee ha avuto più fortuna, creando una serie di cartoni animati osé di stampo supereroistico, Stripperella, andato in onda nel 2003. Più recentemente invece, tra il 2010 e il 2014 ha condotto lo show Stan Lee’s Superhumans, documentario in tre stagioni in cui gira per il mondo alla ricerca di persone con capacità straordinarie. 

 

Stan Lee: Influencer

Se Stan Lee fosse nato oggi, lo avremmo definito un influencer. Il grande successo dell’allora Atlas Comics (ex Timely Comics e futura Marvel Comics) non era infatti dovuto soltanto alle storie che venivano pubblicate. Stan riuscì a cogliere un qualcosa di fondamentale e che a quei tempi mancava. Stiamo parlando ovviamente dell’interazione con il suo pubblico. Per noi oggi è normale comprare un fumetto e trovare l’editor, o chi per lui, che ci introduce a ciò che stiamo andando a leggere, e addirittura possiamo aprire Facebook e interagire in maniera ancor più diretta con i nostri autori preferiti. Ai tempi di Stan Lee tutto questo non c’era, fu lui a pensare ad un modo per coinvolgere ancora di più il suo pubblico. Lee si riservava sul fondo di ogni fumetto uno spazio in cui interagiva direttamente con il lettore, dandogli del tu e creando un dialogo, coinvolgendolo direttamente nell’universo narrativo e facendolo sentire parte delle vicende. Da queste pagine nacquero i suoi modi di dire, espressioni iconiche che avevano l’obbiettivo di rimanere impresse nella mente dell’acquirente. Stan si appellava ai suoi lettori definendoli “True Believers” (Veri Credenti), e terminava le sue frasi con “Nuff Said” (Altro non occorre dire), e la più iconica di tutte, il saluto Excelsior! (Motto dello stato di New York). Con questo approccio, Stan aumentò di molto le vendite dei suoi fumetti, il pubblico era divenuto parte di ciò che leggeva e non un mero spettatore passivo. I fan rispondevano e si iniziarono a creare i primi fanclub di discussione sul Marvel universe. In seguito a questo successo, Stan Lee iniziò a girare l’America per tenere conferenze, creando ancor più coesione tra lui e il suo pubblico. È qui che nasce la leggenda di Stan Lee, non nelle sue opere e nei suoi supereroi, ma nel rapporto che creava con i fan.

Oltre l’oceano

Stanco di girare tra i fumetti americani, Stan Lee è volato in Giappone per tentare di conquistare il panorama orientale, purtroppo con scarso successo. La sua prima opera è ULTIMO, una manga shonen realizzato in collaborazione con Hiroyuki Taken (quello di Shaman King). La storia ruota intorno a due bambole meccaniche senzienti, Ultimo e Vice, che viaggiano nello spazio e nel tempo per assimilare rispettivamente i concetti di bene e male, scontrandosi più volte tra di loro ottenendo poteri e trasformazioni sempre più potenti. Con questo manga, Stan aveva intenzione di avvicinare i lettori di fumetti americani alla lettura dei manga, e viceversa, e riuscì ad ottenere un discreto successo. Stan Lee ha realizzato anche un anime, un adattamento omonimo di Heroman di Tamon Ota, in cui un ragazzo si scontra con degli alieni pilotando un robot gigante. A differenza del manga, l’anime non ha avuto grande successo, probabilmente anche a causa dei grandi cambiamenti rispetto all’opera originale.  Stan Lee è sempre stato affascinato dai fumetti diversi da quelli americani, e adorava la diversità dello stile e delle storie. Recentemente, nel 2015, Stan ha partecipato ad un crossover autoconclusivo tra gli Avengers e il manga L’Attacco dei Giganti (Attack on Titan, in America), di Hajime Isayama, dando vita ad Attack on Avengers

 

Tra grandi fallimenti e opere di bene

Tra i tanti progetti di Stan Lee non poteva mancare internet. Stan tendo il primo approccio con la Stan Lee Media, fondata nel 1998 e chiusa per bancarotta nel 2000. Stan Lee Media era un portale di intrattenimento dove Stan produceva web series animate. La sua produzione più importante fu The 7th Portal, con cui vinse anche qualche premio. Stan ci riprovò nuovamente, stavolta con la compagnia POW! Entertainment, fondata nel 2001. Lo scopo era lo stesso, produrre e distribuire proprietà intellettuali per serie tv. Nonostante non ci fu mai un vero successo. 

Il grande amore che Stan Lee aveva per la parola scritta lo portò a fondare la Stan Lee Foundation, un’organizzazione no-profit che si occupa di fornire accesso all’istruzione e all’alfabetizzazione a tutta la nazione, tramite programmi di supporto, iniziative, promuovendo la diversità e le arti liberali. 

In conclusione, Stan Lee era molto di più che il semplice “papà dei supereroi”. Un uomo che ha sempre lavorato duro per raggiungere i propri obbiettivi, che si è ritrovato in determinate situazioni e le ha sapute sfruttare al meglio, una persona che sapeva apprezzare il suo pubblico, un brav’uomo, nonostante alcuni lati oscuri, ma chi non ne ha? Comunque, non possiamo di certo dire che Stan Lee non abbia vissuto a pieno la sua vita. Una vita dedicata sempre in qualche modo alla scrittura in tutte le sue possibili forme, dando vita a personaggi memorabili che, come lui, non moriranno mai.

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